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 2007  aprile 17 Martedì calendario

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BERLINO – Richiesta di dimissioni immediate di Renato Palumbo e del sovrintendente della Deutsche Oper Berlin, la signora Kirsten Harms. A tanto si spinge l’influente quotidiano berlinese Tagesspiegel dopo il flop della nuova edizione di Der Freischütz (Il franco cacciatore) di Weber andata in scena nelle ultime settimane. la punta di un iceberg di un sentimento ben radicato nella capitale tedesca di insofferenza nei confronti del musicista italiano e della Intendantin che lo ha nominato direttore stabile. Ma dietro l’attacco pressoché generalizzato della stampa si cela la nostalgia per il predecessore Christian Thielemann, che in molti in Germania considerano, a torto o a ragione, il vero erede della scuola interpretativa di Furtwängler e Karajan.
Tutto ha origine alla fine della passata stagione, quando Thielemann lascia Berlino per Monaco. Incompatibilità ambientale, s’è detto: numerose dichiarazioni a dir poco incaute, quasi in odore di antisemitismo, e l’insofferenza per l’oggettivo primato cittadino del rivale Staatsoper di Barenboim, gli avevano inimicato la parte più liberale della città. Chiamare un altro tedesco al posto suo – così deve aver pensato la signora Harms – sarebbe sembrata una diminutio;
meglio voltar pagina e affidarsi a un italiano, tanto più che Riccardo Chailly a Lipsia, Paolo Carignani a Francoforte e Fabio Luisi a Dresda formano una piccola ma apprezzata colonia di direttori italiani stabili in Germania.
L’inizio non è stato male. Palumbo s’è presentato dirigendo l’opera Germania di Franchetti, un’operazione che sapeva d’omaggio alla nuova realtà nella quale si sarebbe misurato. Direttore solido e preparato, buon concertatore che ben sa istruire i cantanti, una bella serie di lusinghieri passaggi al Festival di Martina Franca, è stato però precipitoso nel voler cimentarsi con Freischütz
già in questa stagione. Quella è opera che i tedeschi sentono cosa loro ancor più di Wagner. Nulla esclude inoltre che parte dell’orchestra e del coro abbia organizzato una fronda (a dimostrazione che tutto il mondo è paese). Fatto sta che a detta di tutti, e non solo dei detrattori, la première risulta un autentico disastro, con un vero e proprio momento di raccapriccio nel Coro di cacciatori del terzo atto, che da queste parti è popolare come Va’, pensiero da noi.
Non così nelle recite successive, però. Discutibili i tempi molto molto lunghi, dentro i quali è difficile che scorra il fiume di acqua fresca, frizzante, il continuo
sbatter di ali di farfalla (Furtwängler dixit), il fuoco che alimenta il grado immensi d’invenzione: insomma, gli ingredienti che fanno dell’opera romantica di Carl Maria von Weber il capolavoro che è. Esecuzione discutibile, certo inferiore agli standard cui Palumbo ha abituato. Ma non un disastro che giustifichi il cataclisma che gli si è abbattuto contro. Cast buono, regia interessante di Alexander von Pfeil, per quanto sia ridicola l’idea di alludere a Saffo nelle scene virginali di Agathe e nnchen: lo spettacolo in definitiva funziona. nella media di un teatro d’opera tedesco, dove si vede di molto meglio ma anche di molto peggio. Tra il pubblico c’è chi rumoreggia e chi applaude. Fondato dunque il sospetto che il caso sia stato montato ad arte dai nostalgici di Thielemann, per non dire delle sue idee imbarazzanti.