Sergio Romano, Corriere della Sera 17/4/2007, 17 aprile 2007
Poiché si stanno moltiplicando i richiami alla tragica vicenda Moro, può forse valere la pena di rendere noto un altro ricordo di cui purtroppo sono l’ultimo ad avere memoria
Poiché si stanno moltiplicando i richiami alla tragica vicenda Moro, può forse valere la pena di rendere noto un altro ricordo di cui purtroppo sono l’ultimo ad avere memoria. All’epoca ero uno degli «esterni» eletto senatore con la Dc. Durante la prigionia di Moro tra i Dc si discuteva se trattare o no: un giorno mi venne un’idea. Se i brigatisti chiedono un atto politico per rilasciare il prigioniero, quale atto politico maggiore, senza entrare in trattativa, della promessa di dimissioni di tutti i parlamentari democristiani in carica, cui ovviamente sarebbero subentrati altrettanti candidati non eletti, in cambio della liberazione di Moro? A me pareva che oltre alla salvezza di Moro un atto del genere avrebbe implicato un forte ricambio nella classe dirigente, salutare per il Paese. Ne parlai con Andreatta, che condivise la mia idea, e poi con il presidente dei senatori Dc Bartolomei. Questi mi disse che poteva essere una soluzione e mi invitò a parlarne con l’onorevole Piccoli Presidente dei deputati Dc. Quando lo feci, una domenica mattina mentre passeggiavamo a Monte Mario, Piccoli si arrabbiò e mi diede dell’irresponsabile. Ho voluto rammentare questo episodio a convalida della tesi che non tutta la Dc era compatta sulla non trattativa e che esponenti di primo piano, come Bartolomei e Andreatta, erano disponibili a sacrifici personali per salvare Moro. Franco A. Grassini Roma Caro Grassini, come l’assassinio di Kennedy a Dallas, l’attentato contro Giovanni Paolo II in piazza San Pietro e l’attentato alle Torri gemelle, anche il rapimento e l’«esecuzione» di Aldo Moro sono eventi che ogni contemporaneo porta scolpiti nel proprio calendario personale. Ricordiamo con precisione dove eravamo e ciò che facevamo nel momento in cui le radio cominciarono a dare notizia del rapimento, e ricordiamo con altrettanta precisione dove e come apprendemmo la notizia della morte. Ricordo bene che i cinquantacinque giorni della prigionia del leader democristiano furono un lungo dormiveglia e assomigliarono per molti aspetti al copione di un «dramma dell’assurdo». Ciascuno di noi si alzava, andava al lavoro, aveva appuntamenti, trattava gli affari del giorno, sedeva a tavola con la famiglia o con gli amici, leggeva i giornali, andava al cinema o a teatro. Ma nessuno di noi, soprattutto se viveva nella Roma pubblica dei ministeri, del Parlamento, dei partiti e dei giornali, riusciva a cacciare dalla mente il pensiero di Moro. Ricordo una colazione al ministero degli Esteri presieduta da Arnaldo Forlani in onore di una personalità straniera. Si parlò di tutto fuorché del rapimento. Ma di tanto in tanto la conversazione si spegneva di colpo ed era seguita da qualche minuto di imbarazzante silenzio durante il quale tutti, probabilmente, cominciavano a rigirarsi per la testa i pezzi del rebus. Non mi sorprende quindi che anche lei, come molti altri, abbia tentato di escogitare una soluzione. E non mi sorprende che alcuni uomini politici abbiano ascoltato la sua proposta con attenzione. Capivano i suoi sentimenti, non osavano raffreddare il suo entusiasmo e avevano, come lei, la speranza che una buona idea permettesse di superare il dilemma (trattare o no) di cui il governo era prigioniero. Ma temo che l’onorevole Flaminio Piccoli avesse ragione quando respinse bruscamente la sua proposta. La dimissione collettiva dei parlamentari presentava almeno due grandi inconvenienti. In primo luogo avrebbe inceppato per un certo periodo il funzionamento delle Camere e creato un pericoloso vuoto di potere. In secondo luogo avrebbe lanciato al Paese e ai rapitori un messaggio ambiguo, difficilmente decifrabile. Lei sostiene che le dimissioni avrebbero avuto per effetto il ricambio della classe dirigente democristiana. Ma il gesto, in tal caso, sarebbe stato interpretato come un’ammissione di impotenza e avrebbe offerto ai rapitori l’occasione per affermare che l’armata democristiana stava gettando le armi e abbassando le braccia. Qualcuno avrebbe detto che quello era l’8 settembre della Dc. E qualcun altro avrebbe osservato cinicamente, ma con una punta di ragione, che non si capiva perché i subentranti fossero meglio dei dimissionari. In realtà, caro Grassini, il rebus, che tutti allora cercammo di risolvere, non esisteva. Il governo aveva di fronte a sé una sola strada: dimostrare ai rapitori che non avrebbe ceduto al loro ricatto. E dovette percorrerla sino in fondo.