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 2007  aprile 17 Martedì calendario

ROMA – Pesa le parole ma il messaggio è fin troppo esplicito: «Bisogna fare molta attenzione perché le comunità cinesi sono criminogene al proprio interno»

ROMA – Pesa le parole ma il messaggio è fin troppo esplicito: «Bisogna fare molta attenzione perché le comunità cinesi sono criminogene al proprio interno». Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, la realtà asiatica la conosce bene. Da anni il suo ufficio indaga sui traffici illeciti delle triadi e sui collegamenti con le altre organizzazioni. Ma nell’ultimo periodo l’allarme lanciato dalle forze dell’ordine riguarda in modo particolare la cosiddetta «terza generazione», i giovani nati e cresciuti in Italia che si riuniscono in bande. Si tratta delle associazioni «satellite» che stanno ampliando il loro raggio d’azione anche a nuove realtà come quella del gioco d’azzardo. Si può dire che finora il fenomeno è stato sottovalutato? «Credo che non ci sia stata un esatta percezione della pericolosità e questo è avvenuto perché le vittime dei reati commessi – estorsioni, racket, danneggiamenti, immigrazione clandestina, sequestri di persona – sono gli stessi cinesi. Invece si deve tenere conto della quantità di illeciti commessi e soprattutto della capacità di penetrazione nella realtà criminale». Quanto è accaduto a Milano ha mostrato una realtà diversa? «Non bisogna generalizzare, anche perché è necessario salvaguardare la parte sana della comunità, i giovani che cercano di integrarsi. però necessario rompere quella cortina di silenzio che spesso avvolge le indagini». Le vittime non collaborano? «Assolutamente no, spesso addirittura negano di aver subito il reato. Ma la difficoltà per l’accertamento dei fatti non è soltanto questa. Il problema principale riguarda gli strumenti che abbiamo a disposizione». «Penso alle intercettazioni telefoniche o ambientali. Per riuscire a capire che cosa dicono gli indagati bisogna avvalersi di interpreti che conoscano a perfezione i vari dialetti, ma la ricerca è complicata perché sono pochi e subiscono intimidazioni e minacce dei connazionali. Il nostro sistema giuridico non consente di occultare la loro identità e quindi la maggior parte neanche accetta l’incarico. E poi mancano completamente i collaboratori di giustizia come invece avviene all’interno di altre organizzazioni mafiose». Ci sono difficoltà per l’identificazione dei sospettati? « un problema serio, non a caso si dice che i cinesi non muoiono mai. Esiste un mercato clandestino di documenti che consente a chi arriva nel nostro Paese di utilizzare l’identità di persone decedute. Spesso neanche le impronte digitali sono sufficienti ad avere un risultato certo. Ci vorrebbero tecniche più moderne come il prelievo del Dna o gli esami optometrici». Un problema che finora si era posto soltanto per gli islamici. «Certo, perché anche in quel caso c’è il problema di accertare correttamente le generalità. Nuove regole sono invece necessarie per tutti». La camorra resta l’alleato privilegiato della mafia cinese? «La collaborazione nel mercato dei falsi è certamente una delle attività più redditizie, nella rada del porto di Napoli ci sono sempre navi che scaricano merce. Ma ci risulta che accordi illeciti siano stati conclusi con altre organizzazioni criminali». «Per quanto riguarda l’immigrazione clandestina e lo sfruttamento della prostituzione emerge una sorta di sinergia con gli albanesi. E poi c’è il traffico di droga che continua a essere uno dei settori chiave per il reinvestimento dei capitali e costringe i cinesi a stringere nuove alleanze. La possibilità di potenziarsi stringendo patti con realtà criminali diverse rende il pericolo sempre più forte e concreto soprattutto dal punto di vista economico». «La loro disponibilità di denaro e la capacità di gestire i mercati all’ingrosso certamente penalizza i piccoli commercianti. E questo può generare situazioni di rischio o degenerazioni proprio come è accaduto a Milano».