Paolo Biondani, Corriere della Sera 17/4/2007, 17 aprile 2007
MILANO
La fine degli anni di piombo, nella versione giudiziaria di una possibile liberazione dei brigatisti irriducibili che stanno scontando l’ergastolo, è stata al centro di una riunione riservata del tribunale di sorveglianza di Milano, che ne è uscito diviso tra favorevoli e contrari.
Nel vertice di ieri, che si è chiuso alle 14 senza una soluzione, tutti i magistrati togati e i più importanti giudici onorari (esperti esterni che partecipano alle decisioni sul futuro dei detenuti) erano chiamati a discutere una linea comune, per evitare che i singoli collegi possano dare risposte diverse a ex terroristi in condizioni analoghe. Le prime udienze, già fissate per l’8 e 9 maggio, riguardano due ex brigatiste ammesse negli anni ’90 alla semilibertà (lavoro diurno con obbligo di tornare ogni sera in cella), che ora chiedono la liberazione piena. Secondo le prime indiscrezioni, sono Carla Maria Brioschi, che fu tra i primi affiliati al terrorismo rosso e partecipò alla fondazione della colonna milanese «Walter Alasia», e Clotilde Zucca, che fece parte del «gruppo di fuoco» torinese. Arrestate tra il ’79 e l’82, sono state entrambe condannate anche come esecutrici di omicidi «politici». Diventate amiche, fanno lo stesso lavoro esterno e hanno presentato due richieste parallele di «liberazione condizionale», l’unico istituto che consente di cancellare l’ergastolo dopo 26 anni di carcere, che scendono a 21 in caso di buona condotta.
I giudici sono consci di dover affrontare due istanze-pilota, destinate a fare da battistrada per tutti gli irriducibili. A confermarlo è non solo uno dei documenti esaminati ieri – uno scritto che anticipa future richieste-fotocopia di otto tra gli ultimi brigatisti detenuti nel distretto di Milano, tra cui le due irriducibili – ma anche il fatto che le domande di Zucca e Brioschi erano state preannunciate con mesi di anticipo nientemeno che da Mario Moretti, il capo delle Brigate Rosse che decise tra l’altro il sequestro e l’omicidio Moro. Condannato come mandante di un centinaio di omicidi, anche Moretti ha già ottenuto la semilibertà, ma non si accontenta. Consapevole che il suo curriculum terroristico può fare scandalo, non ha ancora fatto domanda, ma nei colloqui appoggia una posizione unitaria di cui sembra l’ispiratore: c’è stata una guerra, le Bierre hanno perso e ora lo Stato che ha vinto deve liberare i prigionieri.
Il giudizio sugli anni di piombo divide i tribunali di tutta Italia. Il 12 dicembre scorso i giudici di Roma hanno concesso la libertà condizionale all’ex superlatitante Barbara Balzerani, ma la procura generale ha fatto ricorso in Cassazione. A Milano la discussione era cominciata già l’anno scorso sotto l’ex presidente Francesco Castellano, che si era detto favorevole, ma poi è stato trasferito. Ieri il tribunale si è spaccato non per schieramenti politici, ma tra due impostazioni culturali e religiose: una concezione cattolica e una visione laica della giustizia, con tesi diverse anche sulla rieducazione dei detenuti. Per liberare gli ergastolani, la legge richiede la prova del «sicuro ravvedimento». I giudici cattolici tendono a interpretarlo come «pentimento interiore ». I laici invece richiedono «dati oggettivi». I primi ribattono che il detenuto può fingere un ravvedimento «esteriore». I secondi che la giustizia umana non può giudicare la «coscienza interiore».
Fino a due anni fa, la giurisprudenza riservava il beneficio della liberazione condizionale, in pratica, ai soli «dissociati»: detenuti che hanno ammesso le loro colpe, pur rifiutandosi di accusare gli altri complici. Nel dicembre 2004 la Cassazione ha cancellato l’ergastolo a Rocco Micaletto, un brigatista storico schedato tra gli irriducibili, stabilendo per la prima volta che «il requisito del ravvedimento non richiede necessariamente una modifica ideologica e psicologica della personalità», per cui «non si può attribuire un valore di per sé ostativo alla mancanza di abiure verbali o riconoscimenti di colpe o errori». Nel maggio 2005 la Suprema Corte, nel caso Senzani, ha aggiunto che «l’interessamento nei confronti delle vittime può assumere rilevanza quale sintomo, ma la sua mancanza non esclude il ravvedimento», per cui l’ex brigatista può tornare libero anche senza «risarcire i danni nei limiti delle possibilità».
Zucca e Brioschi (come lo stesso Moretti) dichiarano redditi molto bassi, a livello di sussistenza, e non hanno mai contattato i familiari delle loro vittime per chiedere scusa, se non perdono. Per i giudici d’impostazione laica questa mancanza di «indizi oggettivi di ravvedimento» chiude il discorso. A Roma però Balzerani aveva spiegato il suo silenzio come «attenzione a non irrompere con violenza nella vita» dei familiari. E a garantire «il sincero dolore interiore», per lei, era un sacerdote, mentre per le due milanesi è una suora. In maggio i primi verdetti.
Paolo Biondani