Autori vari, 17 aprile 2007
VARI PEZZI SU TELECOM NEL GIORNO DEL RITIRO DI
AT&T (17/4/2007)-
Giancarlo Radice, Corriere della Sera MILANO – Dossier chiuso. E addio all’Italia. Senza neanche attendere la scadenza del 30 aprile, il gruppo americano At&t ha deciso ieri mattina di ritirarsi dalle trattative «esclusive» con Olimpia per l’acquisto del 33% della holding (all’80% di Pirelli e al 20% di Benetton») che con il 18% controlla Telecom Italia. La lettera inviata a Marco Tronchetti Provera, presidente di Pirelli, parla esplicitamente di «incertezze regolatorie». Fonti vicine al colosso Usa riferiscono invece di «ostacoli ambientali» di più ampia portata, rimandando evidentemente alla forte contrarietà espressa dal governo di Romano Prodi e ai rischi legati alle nuove norme che saranno varate per separare la gestione della rete da quella dei servizi. Abbastanza, insomma, da far capire al vertice di At&t, dal presidente Edward Whitacre fino al capo negoziatore Rick Moore, di aver ormai perso la partita, di essere naufragati nella politica italiana. E non solo in quella. Fonti vicine al dossier riferiscono anche le difficoltà, per At&t, di accedere alle «carte» di Telecom. Tanto da far crescere negli americani il sospetto che la situazione del gruppo di telecomunicazioni italiano non sia tanto positiva quanto immaginavano.
Resta invece ancora in corsa l’altro protagonista della cordata Tex-Mex. America Móvil, anch’essa in trattativa per un terzo del capitale Olimpia, ha fatto sapere in serata di voler continuare a «considerare differenti alternative per un potenziale investimento». E di farlo non più con At&t ma insieme alla sola Teléfonos de México (Telmex), cioè il gruppo di telecomunicazioni su rete fissa che fa capo allo stesso patron di America Móvil, Carlos Slim Helu. Una posizione che alcuni osservatori ritengono di natura «tattica» (tantopiù che il «no» del governo a Slim è ancora più netto di quello opposto a At&t), in vista del potenziale ingresso sulla scena di un nuovo concorrente per Telecom, sia esso France Télécom come Telefónica.
Per gli azionisti diOlimpia, il gran rifiuto di At&t rappresenta un colpo duro.
In casa Pirelli l’irritazione è evidente. E già ieri sera si sono cominciati a vedere anche i contraccolpi in Borsa, dove sia il titolo Pirelli sia quello Telecom sono stati subito sospesi al ribassi dopo aver aperto la seduta after hours entrambi in calo di circa il 3,5%.
Ora, più che mai, tutti i giochi appaiono in mano alle banche, in primo luogo Intesa, che da settimane cercano di formare una cordata italiana, gradita al governo, per il controllo di Olimpia. Ieri lo stesso amministratore delegato di Intesa, Corrado Passera, ha ribadito la possibilità di un intervento. «Telecom è una società molto importante, con un potenziale non ancora completamente sfruttato – ha sottolineato ”. Per questo possiamo pensare a una partecipazione azionaria, se può essere un buon contributo per la nostra azienda e per Telecom stessa». E fra i potenziali partner «industriali» continuano a circolare i nomi di Fininvest-Mediaset e della Immsi di Roberto Colaninno. Il quale, ieri, ha fatto un passo in avanti: «Ritengo Telecom una società interessante, ma non so se possa essere gestita con le caratteristiche industriali che sono proprie di Immsi» ha ammesso.
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Sergio Romano, Corriere della Sera - Dopo il ritiro di At&t dalla partita per l’acquisto di Telecom il quadro è cambiato. Ma il mutamento di proprietà rimane all’ordine del giorno. E diventa ancora più interessante, in questa nuova situazione, il modo in cui l’Unità di ieri, con un articolo di Rinaldo Gianola, ha riferito e commentato la possibilità che Silvio Berlusconi e Roberto Colaninno si mettano d’accordo, con la benedizione di Mediobanca, per conservare l’azienda all’Italia. Il tono è quello leggero di un giornalista che ha raccolto notizie interessanti e le comunica ai lettori con un pizzico di distaccata ironia. Vi sono alcuni passaggi sul conflitto di interessi di Berlusconi e sulle possibili ricadute politiche di una tale operazione, ma trattati con la levità e il garbo di chi preferisce concentrare la sua attenzione su una delle tante vicende che rendono la vita sorprendente.
Suppongo che qualche vecchio lettore dell’Unità abbia sbarrato gli occhi leggendo questo articolo nel suo quotidiano preferito mentre Berlusconi approvava il pugno di ferro con cui Vladimir Putin ha disperso i manifestanti di Mosca e San Pietroburgo. Quando il leader di Forza Italia approfittò di una conferenza stampa a Roma per difendere la politica cecena del presidente russo, tutta la sinistra commentò le sue parole con indignazione. Come ricorda l’autore dell’articolo, Colaninno è l’imprenditore che acquistò Telecom con l’approvazione di Palazzo Chigi quando il presidente del Consiglio era Massimo D’Alema. Mentre Berlusconi è il leader politico a cui la sinistra ha attribuito quasi tutte le sventure della politica italiana dell’ultimo decennio. Ma nell’articolo non vi sono né riprovazione né indignazione. Qualcuno si sarà chiesto se non stia apparendo all’orizzonte un compromesso storico tra finanza rossa e finanza azzurra, non meno importante di quello che Enrico Berlinguer annunciò dalle colonne di
Rinascita dopo il colpo di Stato cileno del settembre 1973. Non sono in grado di prevedere l’esito di questa iniziativa, soprattutto in un momento in cui il ritiro dalla partita di At&t crea la possibilità di scenari diversi. Realistica o meno, l’ipotesi riferita dall’Unità e il modo in cui è stata presentata dal giornale di Antonio Gramsci suggeriscono tuttavia almeno due riflessioni.
In primo luogo, Telecom deve restare italiana e questo obiettivo è più importante di qualsiasi altra considerazione. Nazionalismo economico? Desiderio di conservare al Paese uno dei pochi «campioni» che gli sono rimasti? Forse, ma soltanto in parte. Al fondo del problema esiste un’altra ragione. Il mondo della politica (governo, partiti, sindacati) vuole interlocutori nazionali perché teme, con ragione, che i proprietari stranieri rifiuterebbero di giocare la partita con le regole a cui siamo abituati. Si ridurrebbe drasticamente lo spazio per i salvataggi, la cassa integrazione, i pensionamenti anticipati, i tavoli sindacali con la partecipazione del governo. Le grandi aziende devono restare italiane perché con gli italiani si tratta e, prima o dopo, ci si mette d’accordo. Con gli altri è più difficile.
In secondo luogo non bisogna mai prestare troppa attenzione ai sanguinosi insulti e alle terribili accuse che gli opposti schieramenti italiani si scambiano al di sopra del fossato che li divide. Quel fossato, in realtà, è un rigagnolo che può essere attraversato in un senso o nell’altro senza rossore e imbarazzi non appena le circostanze e gli interessi suggeriscono un cambiamento di fronte. Non vorrei che qualcuno definisse questo stile «realista». Il realismo è una virtù seria che occorre praticare con un forte rigore morale. Questo è soltanto una forma di opportunismo o, peggio, di scetticismo disincantato e amorale.
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Federico De Rosa, Corriere della Sera - OZZANO (MI) – Era prevista un’assemblea fiume. E così è stata. La riunione dei soci di Telecom Italia che ieri ha eletto il nuovo consiglio d’amministrazione si è chiusa dopo oltre quindici ore. La fumata bianca è arrivata alle una di notte. Ma c’è qualcosa che alla vigilia non era stato previsto, e non si poteva nemmeno immaginare: il passo indietro di At&t. Era il «convitato di pietra». E in un attimo è scomparso dalla scena. Passato il giro di boa, alle sette di sera, il presidente Carlo Buora ha preso all’improvviso la parola: «Le agenzie di stampa scrivono che At&t ha ritirato l’offerta su Olimpia». Dalla platea è partito qualche timido applauso. Poi il gelo. Fino a quel momento molti interventi avevano puntato proprio sull’arrivo degli americani. Che a quel punto i soci hanno cancellato dalle loro parole. Da lì in poi tutto si è svolto in un clima quasi surreale.
Con gli azionisti a lamentare ancora la perdita del valore delle azioni, a criticare il management e a suggerire strategie, come avevano fatto fino a un secondo prima dell’annuncio choc, incuranti del radicale cambiamento di scenario e del fatto che a New York i titoli del gruppo telefonico stavano sfiorando un ribasso del 4%, poi ridotto a -2,3%.
Ora la partita del riassetto Telecom si riapre. Conscio di quanto stava accadendo fuori, alla fine della prima tornata di interventi Buora ha chiesto di sospendere i lavori per tre quarti d’ora. Al rientro ha puntualizzato che delle vicende dell’azionista non avrebbe parlato «perché non siamo parte in causa». Una frase di rito, che ieri però ha assunto un significato un po’ diverso. Lo scenario adesso è davvero imprevedibile. Anche la nomina del board a questo punto rischia di diventare un dettaglio. Ma è il motivo per cui ieri quasi quattrocento soci si sono ritrovati a Rozzano. Qualcuno era lì dall’alba e all’una passata molti erano ancora al loro posto per la parte straordinaria dell’assise. Solo a giugno del 1998, con Gianmario Rossignolo presidente, era durata di più: il board venne nominato dopo venti ore, alle sei del mattino.
LO SHOW DI GRILLO Ieri si è sfiorato il bis. A scandire la maratona, oltre sessanta interventi degli azionisti. Tutti «in linea». Critiche giocate tra numeri e cavilli giuridici. Qualche sfogo personale per il deprezzamento dei titoli o il disagio del lavoratori. Fino a quando non ha preso la parola Beppe Grillo: «Rossi ha parlato del capitalismo italiano come della Chicago degli anni ’30. Allora vediamo di capire chi è Al Capone» ha esordito il comico genovese, che ne ha avute per tutti: dai vertici dell’azienda, «faccio un appello alla dignità della dirigenza Telecom, dimettetevi! Ve lo chiede il Paese», fino alla Consob, «mi ha mandato tre lettere dicendo che posso creare turbativa. Con il presidente della Consob Cardia ormai ho un rapporto di affetto», per chiudere con una domanda, «dove sono finiti i 45 miliardi espropriati ai piccoli azionisti?». Subito dopo
Sopra a destra, Beppe Grillo durante il suo intervento all’assemblea di Telecom Italia. In alto a sinistra, l’ingresso: si sono registrati soci per il 36% del capitale (foto Emmevi)
parla Sergio Cusani per chiedere lumi sui rapporti di business tra Telecom e Pirelli, sollevare critiche sul bilancio e proporre di ridurre i dividendi a favore degli investimenti. Poi ha lasciato la parola al fratello gemello, Dario. Buora ha risposto punto su punto. Anche alle provocazioni di Grillo. Sulla solidità della società, il vicepresidente, non ci sta a incassare critiche: «Telecom Italia non è un malato da risanare, la società è sana e può e deve fare meglio».
All’assemblea era presente il 36,5% del capitale, metà del quale depositato da Olimpia, la scatola controllata da Pirelli e Benetton che custodisce il 18% e che, con questi numeri, ha «blindato» il consiglio ottenendo la maggioranza dei posti disponibili: 15 su 19. Sono entrati Carlo Puri Negri, Gilberto Benetton, Gianni Mion, Carlo Buora, Riccardo Ruggiero, Claudio De Conto, Luciano Gobbi, Renato Pagliaro, Aldo Minucci, Pasquale Pistorio, Paolo Baratta, Domenico De Sole, Luigi Fausti, Diana Bracco, Jean-Paul Fitoussi.
Il deposito del 3,5% da parte dei fondi esteri, che si è aggiunto all’1% dei gestori italiani, ha creato qualche incertezza sull’aggiudicazione dei quattro posti riservati alle minoranze. E quando il rappresentante della Banca d’Italia, presente con l’1,7%, ha annunciato il voto per la lista dei fondi, aggiungendo che si sarebbe astenuto dal votare il nuovo piano di stock option, molti hanno pensato che i tre i candidati di Assogestioni potessero raccogliere più dei due di Hopa, presente con il 3,7%. Invece gli investitori internazionali avevano già deciso di votare con Olimpia. E dunque sono entrati nel board Renzo Capra, Cesare Vecchio, Luigi Zingales e Stefano Cao. Resta fuori Guido Ferrarini, già in consiglio come leader degli indipendenti.
LA RIUNIONE DEL CONSIGLIO Oggi ci sarà la prima riunione per la nomina del presidente e la distribuzione delle deleghe. Fino a ieri tutto sembrava già scritto: Pasquale Pistorio presidente, Buora vice e Ruggiero amministratore delegato. L’improvvisa uscita di scena di At&t potrebbe cambiare tutto. Si era capito che il nuovo board sarebbe nato a termine, questo sì. E non tanto perché il mandato è stato ridotto a un anno, ma per l’offerta pendente degli americani sulla maggioranza di Olimpia. Ora la partita si riapre. E anche i rapporti di forza dentro Telecom potrebbero prendere un’altra piega.
In alto a destra al centro della pagina Pasquale Pistorio (Fotogramma), possibile futuro presidente di Telecom. Qui sopra, un momento dell’assemblea di Rozzano (Lapresse)
All’assemblea anche il fratello gemello di Sergio Cusani, Dario: «Ho comprato un’azione per 2 euro, mi hanno offerto un pranzo da 30»
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Sergio Rizzo, Corriere della Sera - ROMA – Rientrare dalla porta dopo essere uscito, malvolentieri anche se con le tasche piene, dalla finestra: e rientrare con tanto di tappeto rosso, come il salvatore della Patria. Difficile resistere a una simile tentazione. E chi conosce bene Roberto Colaninno sostiene che in questo momento «la tentazione, per lui, è davvero forte». Forte al punto di spingerlo a tornare alla carica di Telecom Italia, dopo che gli americani di At&t hanno gettato la spugna, perfino al fianco di Silvio Berlusconi. A dispetto di tutte le chiacchiere che già lo inseguono. «Sappiamo già cosa si dirà», affermano, temendo l’apparizione di antichi spettri, gli uomini considerati più vicini al ministro degli Esteri Massimo D’Alema, che da presidente del Consiglio accolse con favore la scalata a Telecom Italia dei «capitani coraggiosi» guidati da Colaninno. Una frase che per Claudio Velardi, all’epoca dei fatti uno dei più stretti collaboratori del leader dei Ds, il premier «si sarebbe dovuto risparmiare». Ma che ha comunque lasciato un segno indelebile.
Che la discesa in campo di Colaninno sia ben più che una semplice possibilità, del resto, è dimostrato dalla forza con cui l’Unità, quotidiano già organo dei Ds, ha lanciato la notizia nell’edizione di lunedì. Con la firma del vicedirettore Rinaldo Gianola, autore per la Rizzoli insieme allo stesso imprenditore mantovano, del libro
Primo tempo. Secondo
l’Unità Colaninno e Berlusconi ne avrebbero già parlato con Mediobanca. «Dal punto di vista industriale Colaninno è molto abile. E Berlusconi ha i soldi. Non riesco a vederla come una prospettiva negativa, anche se questo cambierebbe poco o nulla, perché poi bisognerebbe comunque riscrivere le regole», è il commento di Bruno Tabacci, esponente dell’Udc che certamente non ha un grande feeling con il leader di Forza Italia. Colaninno ha ammesso un interesse per l’operazione: «Ritengo Telecom una opportunità – ha detto – a certe condizioni, importante, ma lontana».
Ma anche nel governo, che pure il radicale Daniele Capezzone accusa «di aver fatto scappare gli americani» c’è chi nonostante tutto non vede male il tandem Colaninno- Berlusconi. Nessuno è disposto a dichiararlo apertamente, ma se è vero che uno come Angelo Rovati, ex consigliere di Romano Prodi e autore del famoso piano per la rete di Telecom, avrebbe in privato giudicato «industrialmente non insensata» l’operazione, i segnali sono chiari.
Per il premier sarebbe molto difficile mettersi di traverso, dopo aver auspicato l’intervento dei capitalisti italiani, tanto più che la normativa attuale impedisce a Berlusconi di assumere il controllo di Telecom. Ma soprattutto sarebbe difficile alla luce della situazione politica. Lo scorso anno il leader di Forza Italia si lamentò pubblicamente di una presunta esclusione di Mediaset dalle trattative con la compagnia telefonica «per ragioni politiche». Una discriminazione che, se davvero c’è stata, oggi avrebbe meno ragion d’essere.
Il problema del conflitto d’interessi pesa ancora come un macigno, e il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni non manca di sottolinearlo ogni volta che il nome di Berlusconi viene accostato a quello di Telecom Italia. Lo stesso fanno gli uomini del presidente del Consiglio. «Ma Prodi fa politica», aggiunge uno dei prodiani doc. Lasciando intendere che l’interlocutore del premier per la riforma elettorale, la cosa che adesso sta veramente a cuore al premier, non può essere che il presidente di Forza Italia.
Dire che l’ingresso di Berlusconi in Telecom Italia possa diventare il passepartout per la nuova legge elettorale che tagli fuori i piccoli partiti e le loro minacciose istanze, forse è troppo. Come forse è eccessivo sostenere che con il contributo al mantenimento dell’«italianità» di Telecom Italia Mediaset potrebbe forse evitare, come suggerisce un autorevole esponente di Forza Italia, «la mannaia della legge Gentiloni». Ma la partita dei prossimi mesi forse passa anche di qua.
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Massimo Mucchetti, Corriere della Sera - L’asse tra Mediaset e Immsi per acquisire il controllo di fatto di Telecom Italia è qualcosa di più di un sogno a occhi aperti, ma non è ancora la cordata bipartigiana della cui impostazione abbiamo cominciato a parlare la settimana scorsa. Il ritiro della At&t e i ripensamenti di América Mòvil indeboliscono, al momento, la posizione negoziale di Marco Tronchetti Provera, ma potrebbero far tornare d’attualità anche altre soluzioni tutte interne all’azionariato Pirelli. I
no comment, opposti ieri da Mediaset e Immsi al plateale endorsement de
l’Unità di domenica, e le generiche dichiarazioni di Roberto Colaninno fotografano lo stato dell’arte. Che è il seguente. Venerdì 13 aprile a Roma si sono incontrati Fedele Confalonieri, con al fianco un alto dirigente del Biscione, e Colaninno, accompagnato da Ruggero Magnoni, in qualità di socio più che di banchiere della Lehman. In partenza per San Pietroburgo, dove avrebbe incontrato l’amico Putin, il capo dell’opposizione e primo azionista di Mediaset, Silvio Berlusconi, ha impartito per telefono la sua benedizione al progetto. L’idea è quella di costituire un nocciolo imprenditoriale, formato da Mediaset, Immsi e dall’Edizione Holding dei Benetton: un trio capace di mettere sul tavolo, tra azioni acquisite e altre conservate, un valore di 1,2 miliardi di euro da suddividere con equilibrio. Si dice che altri imprenditori stiano cercando di aggiungersi, ma Confalonieri e Colaninno non amano le coalizioni allargate, tanto più se si considera che entrambi sono stati in vario modo protagonisti, in passato, di tentativi di convergenza tra telecomunicazioni e televisione.
Al trio imprenditoriale si dovrebbero aggiungere le banche che oggi detengono il 39% della Pirelli Tyre. Se la Pirelli casa madre si vedesse liquidare la sua partecipazione in Olimpia, avrebbe di che ricomparsi la minoranza del settore pneumatici così da chiudere una scatola cinese che la riporta indietro nel tempo. E le banche avrebbero di che reinvestire 7-800 milioni in Olimpia senza cambiare troppo la struttura dei loro rischi. Il consenso delle banche è dunque fondamentale. E fra queste conterà in modo particolare l’opinione di Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Capitalia che fanno parte del sindacato azionario della Pirelli.
Per portare a buon fine il progetto si devono risolvere questioni regolatorie, finanziarie e industriali di non poco conto. Sul piano regolatorio, l’Autorità delle Comunicazioni e il governo dovrebbero chiarire per tempo in quali termini e da chi sarà gestita la rete di accesso e di trasporto nella fase culminante della liberalizzazione delle telecomunicazioni. Cioè a dire quanti investimenti si devono fare, in quanti anni e con quali tariffe da applicare alla Telecom commerciale come agli altri operatori in concorrenza. chiaro che quanto più le regole saranno stringenti tanto più ardua sarà la sfida gestionale per l’ex monopolio. Questo orientamento, augurabile per l’industria delle telecomunicazioni in generale, ha avuto l’effetto di scoraggiare sia l’At&t, tornata a posizioni di predominio domestico dopo la svolta conservatrice dei repubblicani, che l’ancora incerta América Mòvil, abituata al laissez faire monopolistico messicano. Il rigoroso impegno antitrust dell’ Agcom non sarebbe un’invenzione dell’ultima ora per mettere i bastoni tra le ruote degli americani, ma la continuazione di una politica che già aveva indispettito Marco Tronchetti Provera negli anni scorsi. Certo, ha ottenuto l’effetto di facilitare le mosse della cordata italiana, ma in seguito le potrebbe rendere più duro il lavoro una volta al comando di Telecom. In ogni caso, serve chiarezza: la nebbia su questo fronte potrebbe nascondere scambi impropri nella regolazione. E questo vale per tutte le soluzioni che potrà avere il caso Telecom: per quella «patriottica», senza dubbio; ma anche per quelle estere o esterovestite, sol che si ricordi la levata di scudi vincente delle ambasciate di Londra e di Parigi quando l’Autorità per l’Energia cercò di porre rimedio allo scandalo del Cip 6 che, tuttavia, aveva consentito lauti affari alle banche inglesi e francesi.
Veniamo al nodo finanziario e industriale. Il futuro di Telecom dipende dalla sua capacità di investimento. La quale, a sua volta, è condizionata dalla fame di dividendi dei soci. La cordata bipartigiana, se mai ci sarà, dovrà dimostrare un appetito normale, non come quello dell’Olimpia che abbiamo conosciuto. Dunque non dovrà avere troppi debiti. E qui si riapre il discorso con le banche. Intesa Sanpaolo e Mediobanca sono fieramente concorrenti, ma entrambe hanno considerato negli ultimi giorni cruciale l’intervento di un operatore telefonico internazionale. Si è parlato di Telefonica e di France Télécom. Gli spagnoli sembrano un passo avanti, anche perché l’aumento di capitale da 25 miliardi che stanno preparando fa incombere su Telecom Italia il fantasma di un’Opa totalitaria che spazzerebbe via d’un colpo tutte queste chiacchiere. Sarà questo il banco di prova finale. Poiché il presupposto filosofico del progetto è che la larga maggioranza sia italiana, al partner estero si dovrà proporre una posizione rilevante ma non troppo, tale comunque da ridurre a poche centinaia di milioni l’eventuale debito aggiuntivo nella nuova Olimpia. E a questo punto bisognerà vedere che cosa Telecom, presidente Pasquale Pistorio, sarà richiesta di concedere, e con quale grado di trasparenza e di reciprocità, al partner estero. Sempre che con l’evaporare della minaccia americana venga meno la spinta ai salvataggi patriottici.
Lettera alla Stampa - Telecom, l’umore
dei lavoratori
In questo ultimo periodo i vari mass-media parlano e discutono di Telecom Italia e del futuro gestionale della Rete, intervengono politici ed esperti, convegni, reportage, dibattiti, ecc. Tutti, escluso le forze sindacali, non parlano dei Lavoratori, che ogni giorno cercano di fare meglio che possono il loro compito, per dare agli Utenti il meglio possibile del servizio e della qualità, con tante difficoltà. Fino a oggi, in stato di deregulation, i così previsti posti di lavoro non sono stati creati, decine di aziende telefoniche sono sorte, poi svanite o assorbite, il precariato è aumentato e così il rapporto con la clientela, non solo nel settore delle telecomunicazioni! Centri di ricerca e di studi sono stati delocalizzati e poi svenduti, si è trattato di esternalizzazioni e poi di successive perdite dei posti di lavoro con effetto anche verso le Ditte esterne, il così definito indotto, con perdite occupazionali grandi. Nel settore Telecom, 40 mila posti di lavoro in meno, nell’indotto oltre 100 mila, e su tutto il territorio nazionale si è parlato di accentramenti e delocalizzazioni.
La classe politica ha pensato solo a interessi immediati, è stato svenduto un Fondo, quello dei Lavoratori Telefonici che è sempre stato in attivo, sono state svendute parte di rami aziendali strategici, lo stesso potrà accadere ai centri di ricerca-Telecom, partecipazioni estere vendute, impegni di lavoro internazionali cancellati, ecc. Per fortuna, esistono, seppur in forma ridotta, nuclei di Dirigenti in gamba, che riescono a dare positività. Ma la gente che si è arricchita, quelli della toccata e fuga non hanno lasciato un bel segno sia in Azienda che nel Paese, dove era la classe politica, e questo non solo nel campo delle telecomunicazioni?... Ben vengano gli stranieri, bene, loro sanno delle grandi capacità di questa Azienda e del personale umano e dell’interesse sempre svolto a favore della Comunità, questa deve essere e ritornare patrimonio di tutti i cittadini, perché le telecomunicazioni, perché Telecom si è sviluppata per far crescere tutti e tutto il Paese, essa è patrimonio di tutto il popolo italiano, così come tante altre Aziende, e non territorio di conquista, per guadagnare e rendere in disavanzo ciò che è sempre stato in attivo e non ha mai pesato come costo sociale.
ANTONELLO QUATTROCCHI, UDINE
UN LAVORATORE DI TELECOM ITALIA SPA
Molte le lettere su Telecom. Ci torniamo perché tutte ripropongono la vicenda in corso dal punto di vista dei lavoratori. Sono curiosamente lettere molto simili: tono quasi disperato, molto orgoglio aziendale, sfiducia nella politica in generale, e quell’invito a far arrivare gli americani, come speranza di un estremo rifugio nella professionalità. importante che chi pensa al futuro di Telecom tenga conto di questi umori.