Mario Pirani, la Repubblica 16/4/2007, 16 aprile 2007
Per più di mezzo secolo la Banca d´Italia fu l´eccezione positiva della pubblica amministrazione, un modello unico di competenza, serietà, indipendenza
Per più di mezzo secolo la Banca d´Italia fu l´eccezione positiva della pubblica amministrazione, un modello unico di competenza, serietà, indipendenza. Le «considerazioni» che una volta l´anno, il 31 maggio, il Governatore pronunciava nell´areopago di via Nazionale erano attese, ascoltate, distillate in attente analisi come nessun discorso politico o messaggio presidenziale. Poi anche in quelle mura apparvero inattese crepe e qualche rovinoso smottamento. Ora gli addetti al restauro – il governatore, Mario Draghi, e il direttore generale, Fabrizio Saccomanni, uno degli ultimi testimoni di primo piano di quella che chiamerei l´età di Pericle, si sono messi all´opera con perizia e ottime intenzioni. Più per nostalgia che per esigenza di lavoro dopo anni ho rimesso piede in quei saloni dove i damaschi di seta gialla fanno da sfondo ai computer. Per innumerevoli stagioni vi ero quasi di casa per farmi spiegare, con l´impegno sempre osservato della assoluta riservatezza, gli arcani della politica monetaria. Carli, Baffi, Ciampi, Ossola, Dini, Padoa-Schioppa, Ciocca e anche altri, allora giovani collaboratori, come Ignazio Visco e Bini Smaghi mi chiarivano con generosità di tempo argomenti ed eventi che avrei cercato di raccontare con parole mie ai lettori. Questa volta, però, la mia sosta era quasi quella di un anziano turista che ripercorre le stanze di una dimora storica visitata in gioventù, accorgendosi da molti dettagli che le cose sono mutate. Ma, riflettendoci su, mi sono reso conto che il cambiamento è nelle cose ed anzi che forse l´errore più serio di Antonio Fazio non vada individuato soltanto nelle incaute intrinsichezze con un Fiorani, ma nel rifiuto psicologico – e per converso – politico, di accettare davvero l´avvento dell´euro. Così una banca centrale che si era distinta da tutte le altre per il suo impegnatissimo europeismo, vissuto anche come felice vincolo esterno per avviare il risanamento delle finanze pubbliche, si trovò trasformata in ridotta difensiva di una «italianità» asfittica e perdente. Di qui una perdita di ruolo, un impoverimento culturale, una degenerazione della «moral suasion» trasformata in una forma d´improprio interventismo, quasi a compensare quello che veniva considerato come uno «scippo» della politica monetaria ad opera della Banca centrale europea. Oggi i nuovi «restauratori» non stanno certo operando per riportare la Banca sugli antichi binari ma proprio per metterla a norma con una situazione oggettiva profondamente trasformata. Eppure le resistenze non mancano e i nostalgici si mostrano agguerriti. Le «nostalgie», peraltro, non sono ispirate all´antica nobiltà dell´istituzione ma sollevate a difesa delle vecchie strutture, diramazioni e, di conseguenza, organici quasi si trattasse ancora di governare la lira, regolarne flussi e quantità, esercitare capillari controlli sulle gestioni bancarie, con un esercizio della vigilanza periferica da epoca pretelematica. Per di più in un´Italia precedente alle Regioni e suddivisa solo in Province. Di qui l´ostilità dei sindacati, campioni assoluti della conservazione, al progetto di riassetto organizzativo dell´Istituto imperniato sulla chiusura di 59 sedi provinciali e sulla creazione di 21 filiali nei capoluoghi regionali (una nella provincia autonoma di Bolzano), più 18 succursali specializzate, laddove la domanda di servizi istituzionali e privati è maggiore oppure si concentrano i compiti di vigilanza, le attività connesse al contante, i rapporti con la Tesoreria dello Stato. La revisione organizzativa riguarda anche l´amministrazione centrale della Banca, dove vengono privilegiate e meglio coordinate le aree della ricerca economica. Sono esclusi licenziamenti ma è prevista in tre-quattro anni, grazie ai pensionamenti in fieri, una diminuzione dell´organico da 9500 a 7500 addetti. Insomma una riforma in linea con quella generale della Pubblica amministrazione, con il passaggio al federalismo regionale e, soprattutto, con la nascita dell´euro e della Banca centrale europea. Eppure assistiamo alla solita chiamata alle armi contro le «ristrutturazioni selvagge», alla mobilitazione dei sindacati e dei politici «amici» di trasversale appartenenza, alle alzate d´ingegno come quella dell´Assemblea siciliana che rivendica i suoi poteri autonomi anche nei confronti della Banca d´Italia. Ma la più stupefacente iniziativa è quella presa da alcuni prefetti che si sono fatti megafono delle proteste delle Province «offese» con corredo di volantini e odg di sdegnata condanna contro la Banca d´Italia. Aveva proprio ragione Luigi Einaudi che voleva abolirli.