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 2007  aprile 16 Lunedì calendario

L’azione dello Stato si caratterizza per il monopolio dell’uso legittimo della forza. la nota tesi di Max Weber

L’azione dello Stato si caratterizza per il monopolio dell’uso legittimo della forza. la nota tesi di Max Weber. Il monopolio statale della forza è spesso imperfetto: minato da azioni di secessione, ribellioni tribali, terrorismo politico diffuso. E chi usa la forza contro lo Stato ne contesta al contempo la legittimità. chiaro, ad esempio, che sfide potenti minano oggi le pretese di fare Stato in Afghanistan e Iraq. L’Italia deve affrontare fortunatamente problemi meno drammatici e tuttavia gravi: la criminalità organizzata che governa quartieri e distretti e un terrorismo rosso ormai circoscritto, che si accompagna però a segnali inquietanti di attentati transnazionali in potenziale ascesa. In questo quadro già poco felice, si inseriscono risse e tafferugli negli stadi e nei quartieri etnici. Anche se i facinorosi della curva Sud palesano simpatie politiche autoritarie, anche se in via Paolo Sarpi sventolavano bandiere cinesi, non è certo il crollo dell’ordinamento democratico italiano il fine ultimo delle loro azioni. Quello che lì si delegittima non è lo Stato, ma le sue forze dell’ordine. Se l’uso legittimo della forza è carattere distintivo del potere statale, i suoi agenti dell’ordine possono costringerti a rispettare le leggi anche usando le maniere forti. E però in un regime liberale la forza pubblica si esercita non solo legittimamente, ma anche legalmente, cioè nel rispetto delle leggi. I due caratteri si sostengono a vicenda: tanto più le forze dell’ordine si sentono rispettate e popolari, quando intervengono, tanto meno saranno tentate di fare un uso indiscriminato della violenza. D’altra parte, tanto più la loro azione sarà corretta e imparziale, tanta più legittimazione e popolarità accumuleranno. Quello cui assistiamo è purtroppo un circuito inverso, una spirale del disordine che evidenzia, in alcuni strati della popolazione, il rifiuto della autorità pubblica. un fenomeno da catalogare in una diffusa indifferenza alle regole del vivere civile e in una generale delegittimazione dell’autorità? la stessa storia dei professori irrisi, dei genitori snobbati e abbandonati, degli amministratori di condomini malmenati? In parte sì. Ma solo in parte. E quale che ne sia la spiegazione, tutto questo scricchiolare di autorità più o meno costituite pone interrogativi e chiede rimedi. La crisi dei rapporti di deferenza si deve addebitare soprattutto a chi non porta rispetto, ma c’è sempre qualcosa che non funziona anche in chi non si fa rispettare. Ed è qui che la sindrome che investe genitori e insegnanti, e quella che colpisce le forze dell’ordine, divergono. L’autorità dei genitori e quella degli insegnanti spesso non funziona per mancanza di esercizio, perché le azioni repressive sono deboli, scattano troppo tardi, sono poco credibili. Mentre le azioni repressive delle forze dell’ordine sono a volte troppo forti, scattano talora troppo presto e rischiano di innescare lo scontro o di alzarne il livello. L’uso indiscriminato della forza in prima linea si propone come un succedaneo di sanzioni che non funzionano altrove, nelle retrovie dello Stato di diritto: una giustizia che non fa il suo corso, carceri che si svuotano troppo disinvoltamente. Chi sta in prima linea percepisce l’abbandono delle retrovie e talvolta agisce cercando di affrontare l’illegalità a modo suo, arrangiandosi. Con un uso improprio della violenza, oppure venendo a patti, magari travalicando il confine che suggerisce di chiudere un occhio sui crimini minori per concentrarsi su quelli maggiori, accettando favori, imbastendo connivenze. In questo modo la prima linea dell’autorità statale incorre nel rischio più grave che colpisce qualunque autorità: quello di essere giudicata parziale, faziosa, corruttibile. Finché questo giudizio colpisce un genitore o un professore si incrinano rapporti privati, ma se il giudizio colpisce lo Stato a deteriorarsi sono fondamentali rapporti pubblici. Il mio credo di giovane liberale circa l’imparzialità dello Stato si è offuscato quando, a vent’anni, ho visto nella mia Università la polizia manganellare ragazzi di sinistra e proteggere i fascisti. Molti fascisti di allora sono diventati democratici, molti estremisti sessantottini si sono scoperti conservatori e clericali. Opinioni e appartenenze politiche possono mutare, e le angherie a esse collegate possono essere dimenticate. I tratti fisici di un’appartenenza etnica, invece, non si mutano, e le ferite materiali o alla dignità personale ricevute per il colore della pelle non si rimarginano facilmente. Perciò Paolo Sarpi è più pericolosa di San Siro. La percezione di essere discriminati dalle forze dell’ordine da parte di minoranze di origine immigrata rischia di tracciare un solco duraturo, difficile da colmare. Chi ha studiato le rivolte nelle banlieue francesi ha trovato una spiegazione cardine. Non è il modello repubblicano che non piace agli immigrati, sono le sue promesse ugualitarie non mantenute. E ciò che più spesso lamentano le seconde e terze generazioni di immigrati è il comportamento discriminatorio della polizia: offese, violenze immotivate, disprezzo. Un rimedio, introdotto in Francia da Sarkozy e prima altrove, consiste nel reclutare nella polizia individui appartenenti alle minoranze. Meglio farlo prima possibile anche in Italia; ma da noi non basta. Dietro la prima linea delle forze dell’ordine dev’esserci un apparato repressivo dello Stato prevedibile, equanime e fermo. Una polizia che si senta solitaria sul fronte del crimine e del disordine sarà sempre a rischio di sforare le regole e contribuire così alla diffusione del disordine.