Andrea Galli, Corriere della Sera 16/4/2007, 16 aprile 2007
MILANO
Gli uomini a buttar via i soldi ai videopoker nei bar, le donne a pulire i negozi, i figli alla fermata del tram destinazione il centro. Insomma: la solita domenica di Chinatown, sembra quasi che la comunità asiatica abbia metabolizzato, archiviato, finanche dimenticato la guerriglia di giovedì. Sembra: ieri è stato un pullulare di telefonate per organizzare una nuova protesta. Già pronta. Mercoledì, presidio davanti al Comune. Con una partecipazione planetaria: connazionali sono in arrivo da Italia, Europa e, addirittura, Cina stessa.
LO SCONTRO DIPLOMATICO – E pazienza se il vicesindaco Riccardo De Corato prova a calmare gli animi, facendo balenare l’ipotesi – come richiesto dall’ambasciatore di Pechino a Roma Dong Jinyi – di modificare il criticato (dagli asiatici) orario del carico-scarico delle merci. La Lega manco sta ad ascoltarlo, il collega di maggioranza De Corato: stasera sarà a Chinatown, in piazza Gramsci, per diffondere musica e distribuire cibarie meneghine. In origine, era in programma un corteo, ma il questore non ha dato il permesso. Non che sia un problema: «Se qualcuno dei nostri militanti vorrà farsi una passeggiata per le vie, perché negarglielo?».
Domanda che presuppone una risposta, massiccia, delle forze dell’ordine, chiamate per il quinto dì consecutivo – ma nella notte tra venerdì e sabato, quando Forza Nuova ha riempito i muri di manifesti e insulti, dov’erano? – a blindare il quartiere. Ci saranno anche i vigili, alle prese con il «giallo» del blackout dei filmati degli scontri. Le telecamere che avrebbero dovuto riprendere le due ore dei disordini, erano spente proprio quando servivano. La prima verifica della centralina di comando avrebbe escluso guasti tecnici. Dunque, se proprio non sarà stata la tecnologia – giovedì il materiale, le testimonianze raccolte e le note informative saranno consegnate al pm ”, a tradire potrebbe esser stata la mano dell’uomo. Di chi, cinesi oppure no, si spera di scoprirlo presto.
E presto, assicurano da Palazzo Marino, il sindaco Letizia Moratti incontrerà il console asiatico. C’è da ricucire lo strappo diplomatico, acuito dopo le parole dell’ambasciatore Dong Jinyi: «Era giusto far rispettare le regole, ma è giusto non solo usando la forza». De Corato? «La forza? Abbiamo avuto molti vigili feriti. E, comunque, ci sono le immagini televisive che illustrano cos’è accaduto e, mi pare, parlino chiaro».
IL «GHETTO» – In ogni modo, l’uscita dell’ambasciatore non deve venir letta come «un’interferenza nella vita dello Stato italiano». Il ministro degli Esteri Massimo D’Alema è stato chiaro: «Piuttosto, c’è stato l’auspicio che questa tensione venga superata con serenità e con metodi obiettivi». Di parere opposto, il deputato di Alleanza nazionale Maurizio Gasparri: «L’ambasciatore accusa l’Italia di xenofobia. molto grave. Le Chinatown vanno smantellate per evitare ghetti etnici».
Ma, alla fine, la Chinatown milanese è davvero un ghetto? «Più che altro – dice Pierfranco Lionetto, portavoce dell’associazione di quartiere – è una città nella città». E infatti, a parte i tradizionali negozi di calzature e vestiti e borse, a parte i ristoranti, via Sarpi e dintorni, alla faccia dei progetti (o dei sogni) di questa amministrazione e delle precedenti di delocalizzare altrove tutto il commercio all’ingrosso, piantano «bandierine» una dietro l’altra sul territorio. I cinesi si sono dotati di una rete che conta propri uffici legali, banche, erboristerie, librerie e videoteche con libri e film in lingua originale, assicurazioni, uffici di traduzione, profumerie, agenzie di viaggio.
LA MARCIA SU La rete, forse in virtù dell’estrema facilità d’insediamento a Chinatown, si sta allargando con altrettanta facilità al resto della città, dove ogni sette giorni sorge una bottega con titolare asiatico. Lo dicono i dati della Camera di commercio. Altri dati, quelli dell’Ismu (Istituto sulla multietnicità) assegnano al cittadino cinese il più alto reddito mensile tra tutti gli stranieri a Milano: 1.560 euro per i maschi, 1.213 per le donne, con rispettivamente 2.700 e 2.400 euro annui inviati come rimesse in Patria.
Numeri destinati a crescere, poiché l’immigrazione cinese non accenna a fermarsi. Certo, poi si dovrà vedere come andrà a finire il contenzioso. Perché, nonostante il parere dei capifamiglia famosi che da subito hanno criticato l’improvvisa visibilità caduta sul quartiere e, di conseguenza sui tanti traffici illeciti, i cinesi hanno tutte le intenzioni di proseguire nella contrapposizione. Esempio ne è la silenziosa e febbrile preparazione della protesta e della chiamata a raccolta dei connazionali. Ieri, a Chinatown, esclusi i malati dei videopoker e le donne che ramazzavano i pavimenti dei negozi, tolti i giovani andati a divertirsi, per strada non c’era folla. E, soprattutto, ogni saluto e ogni conversazione sul marciapiede sono avvenuti in cinese. L’italiano, che pure conoscono e parlano, è stato bandito. Oddio, non è una novità: succede da giovedì. Appunto.