Note: [1] Susanna Marzolla, La Stampa 13/4; [2] Vittorio Feltri, Libero 13/4; [3] Luca Doninelli, Il Messaggero 13/4; [4] Natalia Aspesi, la Repubblica 14/4; [5] Enrico Bonerandi, la Repubblica 13/4; [6] Salvatore Scarpino, Il Giornale 13/4; [7] Giangiaco, 14 aprile 2007
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 16 APRILE 2007
Giovedì mattina a Milano, zona Paolo Sarpi, un diverbio tra due vigilesse e la ventiseienne Ruowei Bu ha scatenato tre ore di scontri tra cinesi e polizia, con cariche, manganellate, un’auto dei vigili urbani gravemente danneggiata, 14 feriti tra i vigili e chissà quanti tra i manifestanti, che in buona parte hanno preferito non andare in ospedale. [1] Vittorio Feltri: «Non bastavano i fondamentalisti musulmani, le moschee in cui si prepara lo scontro di civiltà, le prostitute schiave-bambine romene, i rapinatori specialisti in villette, i rom accampati nelle periferie, gli accattoni ai semafori, i venditori abusivi: adesso dobbiamo fare i conti anche con gli eredi di Mao». [2]
Il cognome Wu è il più numeroso sull’elenco telefonico di Milano. [3] Il Times ha pubblicato una pianta della Chinatown cittadina con il titolo «il miglior shopping di Milano». [4] Enrico Bonerandi: «La scintilla che ha provocato la sommossa ha origine da una multa, ma le versioni sono contrastanti. Secondo le autorità, attorno alle 9 di mattina due vigilesse bloccano un cinese che sta trasportando sulla sua auto per via Paolo Sarpi scatoloni, in contravvenzione a un articolo del codice. Al controllo dei documenti, la carta di circolazione dell’auto risulta scaduta, e il veicolo viene sequestrato. Dopo tre ore, la moglie del cinese si sarebbe avvicinata alle due vigilesse, insieme ai genitori e a una bambina di tre anni, inveendo e tirando pugni. Secondo i cinesi, la donna avrebbe invece parcheggiato l’auto in doppia fila, di qui la multa (74 euro) e il ritiro della carta di circolazione. Alle sue proteste (’pago la multa, ma lasciatemi il documento, sennò come facciamo?”), botte». [5]
I cinesi di via Paolo Sarpi e delle arterie vicine hanno reagito con rabbia. Salvatore Scarpino: «Come se il loro territorio fosse stato invaso da oppressori alieni, come se quella che chiamiamo Chinatown non fosse un quartiere di Milano, ma una enclave dipendente da Pechino, con una sua sovranità e un suo diritto di extraterritorialità». [6] Giangiacomo Schiavi: « la rivolta di una città nella città, di un’altra Milano chiamata Chinatown cresciuta nell’immigrazione senza regole e nell’abusivismo commerciale tollerato con qualche mazzetta, che negli ultimi anni ha privatizzato strade e marciapiedi occupandoli con furgoni e carrelli, che ha sfrattato negozi storici e librerie per commerciare all’ingrosso jeans, borsette e pigiami». [7]
Vent’anni fa i cinesi gestivano qualche negozietto. Renato Pezzini: «Poi hanno cominciato a comprarne in massa, per la felicità dei commercianti milanesi che si vedevano pagare sull’unghia cifre superiori alla media. Nessuno si è mai preoccupato di ”gestire” questa invasione: portavano soldi, pagavano le tasse, e andava bene a tutti. Adesso ci sono vie come Paolo Sarpi o via Niccolini dove trovare una bottega che abbia un’insegna italiana è impossibile. Sono per lo più commerci all’ingrosso di abiti e scarpe, visto che il Municipio non ha mai lesinato le licenze. Da qui partono merci destinate a mezza Italia. Scontato, quindi, il viavai continuo di camioncini che caricano e scaricano roba a ogni ora». [8]
Da giorni la comunità cinese era in subbuglio per la guerra dichiarata dal Comune al carico e scarico. Schiavi: «La tolleranza zero imposta di colpo, e solo contro i cinesi, con i vigili urbani a multarli per violazione del codice della strada (con il pretesto dell’occupazione abusiva del suolo pubblico), non è stata accettata e soprattutto non è stata capita da una comunità abituata per anni a trattare su tutto e molto spesso a ottenere dalla politica quasi tutto». [7] Paolo Foschini: «Il punto è – dicono i cinesi – che se la prendono con tutto: ci sequestrano anche i carrellini a mano e persino gli scatoloni che portiamo a braccia, se solo li posiamo per terra. Tutto questo dopo averci dato le licenze per anni». [9] Un cinese: «C’è un furgone di un napoletano che vende frutta e verdura. ”Multa lui”, gli diciamo. Ma i vigili rispondono: ”Io vedo te, non vedo lui”». [10] Una cinese: «Un vigile che mi voleva dare la multa perché scaricavo un carrello pieno di scatoloni mi ha fatto capire che si poteva trovare un accordo: ”Sono 70 euro, ma se paghi cash senza verbale fanno 30...”». [11]
A Milano vive e lavora oltre il 20% dei cinesi presenti in Italia. [11] Dario Cresto-Dina: «I residenti ufficiali sono tredicimila, ai quali bisogna aggiungere un altro 15% di clandestini, numeri che fanno dei cinesi la terza popolazione straniera dopo filippini e egiziani. A differenza però di queste ultime due, la comunità cinese di Milano è in assoluto una delle popolazioni immigrate più equilibrate per quanto riguarda il rapporto maschi/femmine e la forte presenza della componente minorile, che supera abbondantemente il ventotto per cento, è un’ulteriore testimonianza di come la sua sia soprattutto una forza famigliare, un’energia storica di nicchia che si traduce poi in forza imprenditoriale. Il datore di lavoro dei cinesi è sempre un cinese». [12]
Quella cinese è un’immigrazione anomala perché relativamente ricca. Federico Rampini: «Provengono soprattutto dalle province costiere del Fujian e dello Zhejiang, due fra le zone più sviluppate della Cina. Questo spiega i giacimenti di risparmio, le reti di finanziamento invisibili, il talento commerciale e imprenditoriale». [13] Oscar Giannino: «La carriera migratoria ideale di un immigrato cinese dello Zhejiang meridionale è stata studiata a puntino. Sia gli immigrati entrati irregolarmente, sia quelli giunti in Italia con un ricongiungimento familiare, una volta a Milano venivano generalmente inseriti nell’impresa gestita dai parenti o amici che avevano pagato per il passaggio clandestino in Italia o che si erano industriati per rendere possibile il ricongiungimento. Costoro si facevano in sostanza carico delle prime necessità dei nuovi venuti, procurando loro vitto, alloggio e lavoro. Per ripagare il proprio debito, coloro che erano entrati illegalmente avrebbero lavorato gratuitamente per i propri sponsor fino all’estinzione dello stesso, operazione che in genere era possibile completare nell’arco di due o tre anni al massimo». [14]
Dalla seconda metà degli anni Novanta, provvedere in modo completo alle esigenze di primo inserimento dei nuovi arrivati è divenuto sempre più difficile. Foschini: «A spostarsi, adesso, non sono più i cittadini che una volta erano magari pronti a ”mangiare amaro” per anni ma comunque in una prospettiva di integrazione: quelli di adesso arrivano da campagne misere come quella del Wencheng, parlano solo dialetto, ”e non si integreranno mai a Milano come non si integrano a Pechino”». [15] Per un permesso turistico servono 7mila euro, altri 500 li prende il ”caporale” che alla stazione Centrale offre lavoro e alloggio. Le fabbrichette nei sottoscala dove si lavorava fino a venti ore al giorno per guadagnare fino a 1500 euro al mese non esistono più: importare la merce dalla Cina costa meno che produrla. [16] La tratta dei clandestini è uno degli affari più lucrosi della criminalità cinese a Milano. Gianni Santucci: «Prima si incassa il ”prezzo” del viaggio; una volta a destinazione, si mungono lavoratori schiavizzati e donne per la prostituzione. Riassume un rapporto della Direzione investigativa antimafia: ”Il traffico di immigrati costituisce spesso il volano finanziario delle organizzazioni criminali cinesi. L’esborso inizia in madrepatria. Oltre il confine, comincia il business dello sfruttamento”». Altri soldi arrivano dal mercato del falso. [17]
La guerriglia di Milano non è la caccia all’uomo che si scatenò nel 1993 dentro i carrugi degli spacciatori magrebini di Genova o la ribellione del quartiere San Salvario a Torino, nel 1995, contro i ras africani della droga e della prostituzione. Cresto-Dina: « qualcosa di diverso, un segno premonitore di quanto potrà accadere da domani in altre città italiane se non saremo capaci di riconoscere la forza delle grandi culture d’importazione, di ridistribuire gli spazi economici, di accogliere gli stranieri non con l’imposizione ma la condivisione di quelle regole che ci consentono di vivere all’interno di un quadro di legalità». [12]
Dopo i fatti di Milano, Giuliano Amato ha reputato opportuno parlare di «dialogo», di «percorsi di integrazione », dei diversi tipi di immigrazione, e così via sociologizzando. Ernesto Galli Della Loggia: «Tutte ottime cose; le quali però, mi sembra, vengono dopo una cosa preliminare che forse dovrebbe essere in cima alle preoccupazioni di un ministro degli Interni (il quale invece, singolarmente, nella sua intervista non ne ha fatto neppure cenno): vale a dire l’imposizione della legge, la necessità di trasmettere a tutti il messaggio che chi esce fuori dalla legge sarà sempre e comunque sanzionato. Non è un caso se i Paesi a cui è effettivamente riuscito di integrare gli immigrati sono solo i Paesi dove su questa regola non è stato permesso a nessun nuovo arrivato, a differenza che in Italia, di farsi la benché minima illusione». [18]
«Ci vorrebbe un vigile di quartiere cinese», ha proposto da Milano l’assessore alla Cultura Vittorio Sgarbi. [15] Rampini: «Come la nostra mafia fu sconfitta dai District Attorneys italo-americani, la legalità vince quando inizia la cooptazione dei cinesi nella classe dirigente locale». [13]
Luca Doninelli: «Il nodo centrale, a Milano come quasi dappertutto, è piuttosto la scuola, che non appare attrezzata per far fronte all’inserimento massiccio di giovani stranieri, che sono poi (dato anche il tasso di natalità) i veri milanesi di domani. nella scuola che il progetto d’integrazione di una società aperta si realizza oppure fallisce». [3] Il premio cittadino per il miglior tema in italiano è stato vinto da una bambina cinese. Paolo Rosa, presidente della Fabbrica: «I genitori alla fine delle medie vogliono ritirarla per mandarla a cucire scarpe, ma stiamo cercando di procurarle una borsa di studio perché vada al liceo. la scuola che può sottrarre le nuove generazioni all’isolamento e milanesizzarli». [4]