Pierluigi Panza, Corriere della Sera 14/4/2007 - Lettere, 14 aprile 2007
In quell’universo della verosimiglianza che è (almeno da Aristotele in poi) il mondo dell’arte, la figura dell’Erode narrato nel Vangelo di Matteo ha generato nei secoli straordinarie opere letterarie, musicali e pittoriche
In quell’universo della verosimiglianza che è (almeno da Aristotele in poi) il mondo dell’arte, la figura dell’Erode narrato nel Vangelo di Matteo ha generato nei secoli straordinarie opere letterarie, musicali e pittoriche. La scena cardine di queste narrazioni, più che la cosiddetta strage degli innocenti (diffusa nella pittura religiosa dal Trecento in poi) è la storia di Salomè (figlia di primo letto della moglie del re, Erodiade), che, innamorata del profeta Giovanni Battista prigioniero del patrigno Erode, decide di danzare in onore del tetrarca di Giudea per avere la testa del Battista, che si rifiuta di amarla. Della decollazione del Battista, Caravaggio ha fatto un suo marchio. Dalla danza dei sette veli, invece, Gustave Moreau si fece a tal punto sedurre che venne chiamato il «pittore delle Salomè». Non resistettero all’episodio dell’efferato tetrarca sedotto da una danza erotica i letterati decadenti, tanto che, come ha scritto Alberto Arbasino, a fine Ottocento si assistette a una «sindrome di Salomè». Basti citare la pièce incompiuta di Stéphane Mallarmé Hérodiade, il racconto omonimo di Gustave Flaubert nei Trois contes (1877), il romanzo A rebours di Joris-Karl Huysmans (1884), la Salome di Oscar Wilde (1891) illustrata da Aubrey Beardsley (1894) e utilizzata da Strauss. Delle diverse incarnazioni della deduttiva principessa, il compositore francese Jules Massenet scelse quella di Flaubert. La sua Hérodiade (su libretto di Paul Milliet e Henri Grémont), opera tragica in quattro atti, andò in scena con successo in prima mondiale al Théâtre de la Mannaie di Bruxelles il 19 dicembre 1881. Per realizzarne una versione italiana venne chiamato Angelo Zanardini. La Salome del tedesco Richard Strauss (libretto di Hedwig Lachmann), fece invece scandalo a Dresda nel 1905, ma poi venne ripresa in Italia, alla Scala, con direzione di Toscanini. Del resto aveva fatto scandalo anche la pièce drammaturgica della quale il libretto era la trasposizione, la Salomé che Wilde aveva scritto in francese nella speranza che il ruolo fosse ricoperto da Sarah Bernhardt, che non rivestì mai gli abiti (né mai se ne spogliò, come previsto dal copione). Nelle messe in scena di quest’opera, come ha mostrato anche l’allestimento di Luc Bondy ed Erich Wonder creato nel 1992 per il Festival di Salisburgo e visto il mese scorso alla Scala, i registi si sono sbizzarriti nel rendere caricaturale la figura di Erode. Narratori, pittori e compositori non si sono mai interrogati sulla figura storica di quel generico Erode, né della differenza tra Erode il Grande, padre, che fu re a Gerusalemme sino al 4 a.C., ed Erode Antipa, il figlio del primo. Per un approccio ermeneutico, il valore di un’opera sta nella capacità che ha di generare «scuotimento d’animo» e di ispirare altre interpretazioni. E in questo il quadrilatero Erode-Salomè-Erodiade e Giovanni Battista è stato straordinario.