Luciano Canfora, Corriere della Sera 14/4/2007 - Lettere, 14 aprile 2007
Erode: il nome di questo sovrano evoca forse ancora popolarmente immagini di ferocia e di sadismo. La decapitazione del Battista in cambio della danza di Salomè, ovvero, peggio ancora, la cosiddetta «strage degli innocenti», mirante a liquidare in culla il neonato «Messia»
Erode: il nome di questo sovrano evoca forse ancora popolarmente immagini di ferocia e di sadismo. La decapitazione del Battista in cambio della danza di Salomè, ovvero, peggio ancora, la cosiddetta «strage degli innocenti», mirante a liquidare in culla il neonato «Messia». La ricerca storica, in verità, ha fatto da tempo giustizia di questa invenzione che oltretutto creerebbe anche qualche difficoltà cronologica. Il fatto è che il cliché del sovrano ebreizzante cattivissimo rientra anch’esso, in ultima analisi, nel riflesso condizionato dell’antisemitismo medio-basso. Una nuova biografia scientifica di Erode il Grande è dunque un evento da salutarsi con favore, a distanza di circa un secolo dalla fondamentale biografia scritta da Walter Otto per il II Supplemento della enciclopedia Pauly-Wissowa e dall’importante capitolo dedicato al sovrano nella parte prima della Storia del popolo ebraico di Emil Schürer. Linda-Marie Günther, che insegna a Bochum, si è impegnata nella non facile impresa. Siamo di fronte ad una generazione del tutto nuova di storici; si tratta delle nuove «leve» di storici dell’antichità che, nel Paese un tempo leader della «scienza dell’antichità», studiano e insegnano la storia antica sulle traduzioni dei testi antichi. La Günther ringrazia un «dottore di ricerca» monacense che l’ha aiutata «nell’affrontare difficili questioni filologiche» (p. 12) ed elenca le traduzioni di Giuseppe Flavio cui ha fatto ricorso. Niente scandalo, ma vediamo i risultati. Mediamente si nota una complessiva ingenuità, che non sempre è freschezza. Subito in apertura, ad esempio, la Günther ci ricorda che «la storiografia antica – pagana e cristiana – si concepiva come un genere letterario, sicché traeva le forme espositive dalla propria epoca e da uno specifico ambiente culturale». probabile che dietro tali parole, invero riferibili ad ogni epoca, ci sia la definizione ciceroniana della storiografia come opus oratorium. L’autrice non avrà certo inteso sostenere che peculiare dell’antichità fosse il carattere della storiografia come «genere letterario» (lo è in tutte le epoche), ma – immaginiamo – che nell’antichità l’elemento «oratorio» era dominante, il che impresse alla storiografia determinate regole formali. Il passaggio da opus oratorium a qualche parafrasi moderna, e la lontananza dall’esperienza diretta delle letterature antiche possono creare questi disagi. Un altro esempio del fenomeno che stiamo considerando può ricavarsi dal Glossario, posto al termine del volume, dove viene spiegato al lettore il concetto di Ellenismo. Categoria, ben si sa, molto studiata, da Droysen aMomigliano a Rostovcev, passando per Bouché- Leclerc etc. In questo Glossario, l’«ellenismo» è presentato come il modo di «distanziarsi dalla stretta osservanza della tradizione» che si manifestò «specialmente nel contesto giudaico», ovvero come «quell’aprirsi allo stile di vita secolarizzato e grecizzante che si era già manifestato tra i sovrani tolemaici e seleucidi». Essendo le dinastie tolemaica e seleucide indiscutibilmente greco-macedoni (Tolomeo e Seleuco erano generali di Alessandro), non si vede cosa possa significare, nel loro caso, «aprirsi allo stile di vita grecizzante». Alla base della non felice definizione c’è forse la eco di qualche nozione generale che qui giova riepilogare. Le parole «specialmente nel contesto giudaico» potrebbero essere un riferimento alla antica e vexata quaestio intorno al termine – attestato negli Atti degli apostoli – «ellenisti» ( hellenistai), e al problema se davvero siano stati definiti così gli ebrei che adoperavano il greco per farsi intendere «all’esterno» o perché ormai essi stessi grecizzati. Già Salmasio (Saumaise) parlava di «lingua ellenistica» intendendo il greco-macedone, noi diremmo la koiné, cioè la lingua greca mescolatasi con apporti esterni e divenuta lingua di comunicazione ben oltre gli storici confini della Grecia. L’altro riferimento che giova chiarire è quello riguardante «i sovrani tolemaici e seleucidi». Forse l’autrice intendeva dire che, sia nel mondo egizio sia in quello siriaco, il sostrato indigeno cui si sovrapposero élites e case regnanti greche non potè comunque essere ignorato. E che perciò entrambe le dinastie cercarono, pur nel riaffermato predominio dei greco-macedoni, un equilibrio con i dominati e una continuità col passato, che, in particolare in Egitto, era un grandissimo e remotissimo passato. Donde la necessità di un qualche «sincretismo» che, però, non smarriva mai la centralità greca. Ma torniamo ad Erode. La tesi principale del libro, che in verità riprende conclusioni da tempo acquisite, è che Erode fu, in Giudea, regno vassallo di Roma, «un re ellenistico», anzi «l’ultimo re ellenistico». Del resto basterebbe considerare la figura di Nicolao Damasceno, prestigioso consigliere di Erode e intimo di Augusto, e in particolare i notevoli frammenti di Nicolao sulla propria formazione (li si trova nella grande raccolta di Jacoby). L’autrice tiene a precisare che l’Erode ammiratore troppo entusiasta della danza di Salomè (per errore «Salomone» a p. 16) non fu Erode il Grande ma Erode Antipa. L’argomento, ben noto, non viene semplicemente sfiorato, ma assunto ad esempio emblematico di come una ricca tradizione, o una vasta «ricezione» (nella fattispecie le numerose opere teatrali moderne facenti perno sulla celebre danza) possano danneggiare la comprensione storica. Su questo punto di «metodo» l’autrice è molto circostanziata tanto da formulare una specie di «legge» della critica storica: «Quanto più – scrive – è nota la figura del protagonista, tanto più alterata è la percezione del cosiddetto contenuto fattuale, per via della molteplicità delle fonti e soprattutto delle interpretazioni che si sono accumulate nel tempo». Criterio opinabile; portato alle logiche conseguenze indurrebbe a considerare favorevole il caso in cui le fonti sono poche. C’è, a tratti, nell’autrice, un senso di sfiducia nella possibilità stessa di ricostruzione storiografica. Di qui la curiosa espressione «cosiddetto contenuto fattuale». Di qui l’ironia, il cui bersaglio è Ranke, verso gli storici che ancora si illudono di attingere «le cose esattamente come sono avvenute» (p. 14). un sintomo che rinvia ad un disagio. Ma, attenzione, i fatti ci furono: e lo scetticismo sul mestiere di storico può portare, per progressive semplificazioni, al negazionismo.