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 2007  aprile 14 Sabato calendario

C aro direttore, in un interessante intervento sul «caso» Telecom ( Corriere della Sera, 12 aprile), il professor Francesco Giavazzi affronta il tema molto importante e delicato del governo delle aziende quotate

C aro direttore, in un interessante intervento sul «caso» Telecom ( Corriere della Sera, 12 aprile), il professor Francesco Giavazzi affronta il tema molto importante e delicato del governo delle aziende quotate. Affronta cioè il caso della presenza di azionisti che, per l’origine o la natura della loro partecipazione azionaria, sono messi in grado di trarre benefici privati non necessariamente in linea con l’interesse dell’azienda. Nel caso specifico di Telecom Italia gli azionisti in questione sarebbero le banche, che oggi stanno valutando se e come intervenire nel processo in corso di cessione del controllo da parte di Pirelli, a muoversi nell’aspettativa di poter raccogliere benefici «privati», che nulla avrebbero a che vedere con gli interessi della stessa azienda. Il professor Giavazzi si spinge fino al punto di ipotizzare che in difesa dell’italianità della prima azienda telefonica del Paese potrebbe essere proprio il governo a concedere benefici alle istituzioni finanziarie chiamate a bilanciare il prospettato ingresso di At&t e América Móvil. A parte il fatto che mi riesce davvero impossibile pensare che l’attuale governo possa anche solo immaginare un’anomalia di questo tipo, per la cultura, la storia, la qualità delle persone che ne fanno parte, ma anche per la natura stessa della coalizione, credo che la riflessione del prof. Giavazzi lasci in ombra invece un altro rischio reale e grave. Mi riferisco al rischio che siano invece gli stessi compratori delle quote in Olimpia ad avere serie tentazioni di operare più nell’interesse proprio che per quello di Telecom Italia. Faccio un esempio: in assenza di un forte blocco azionario esterno ad Olimpia, chi può avere davvero benefici privati è América Móvil (in misura maggiore di At&t), che potrà sfilare Tim Brasile a Telecom Italia, e fonderla con la sua società di telefonia mobile, senza che nessuno abbia «i numeri» per opporsi o per assicurare un accordo equo. A questo punto, se esistesse, il nucleo italiano non garantirebbe tanto l’italianità, ma un governo dell’azienda rispettoso di tutti i suoi interessi e non solo di quelli di un suo azionista industriale di controllo. E avrebbe certamente anche l’appoggio dei fondi di investimento nazionali e stranieri. Serve in sostanza un piano industriale condiviso con Telecom Italia e gestito senza cedere il comando ad una sola delle parti industriali interessate. In questo contesto è anche fondamentale ricordare che la rete è importante non per chi la possiede ma per come funziona e come si sviluppa. La rete è un asset che non può essere delocalizzato. La sua strategicità, dunque, è legata soltanto alle regole con cui viene gestita, incluso l’obbligo del servizio universale. tutt’altro che scontato che, in un quadro normativo chiaro sul governo dello sviluppo e dell’accesso alla rete, un operatore italiano sia più in grado di uno straniero di investire e fornire servizi. A differenza del caso dell’azionariato è proprio su questo aspetto che il governo ha non solo il potere ma il dovere di intervenire per garantire al Paese un’infrastruttura di telecomunicazioni adatta ai tempi e davvero motore di sviluppo. Consigliere per l’Innovazione del presidente del Consiglio ’’’’’’’ Né l’ingegner Ovi né membri del governo sono le persone più adatte a valutare i piani industriali di Telecom Italia. Sono certo legittimati ad esprimere opinioni, ma di questo si tratta. Le scelte industriali devono essere lasciate al mercato e a chi oggi è disposto a pagare un premio del 30% sul prezzo di Borsa per acquisire il controllo dell’azienda. Se i piani che i possibili nuovi azionisti di Olimpia proporranno non convinceranno gli investitori istituzionali, questi potranno bloccarli con l’82% di azioni che sono fuori dal controllo di Olimpia.