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 2007  aprile 14 Sabato calendario

ROMA – Quando gli chiedono cosa farà da grande risponde «il romanziere», un po’ come Veltroni quando giura che partirà per l’Africa

ROMA – Quando gli chiedono cosa farà da grande risponde «il romanziere», un po’ come Veltroni quando giura che partirà per l’Africa. Il fatto è che Dario Franceschini, nato a Ferrara il 19 ottobre 1958, grande lo è da un pezzo e, come sussurra chi lo teme, «scalpita». Eppure è con accorta determinazione che il presidente dei 218 deputati dell’Ulivo, che sarà tra i protagonisti del congresso di Cinecittà, continua a rinviare la sfida per la leadership. Gli ex popolari di Franco Marini lo volevano presidente della Margherita, forti del 70 per cento rastrellato sul territorio sognavano di sconfiggere Rutelli alle assise nazionali, ma lui, pur lusingato, ha detto no. Il gran rifiuto nulla deve alla modestia ma è piuttosto una tappa della strategia della tartaruga, lentezza e cocciutaggine, con cui l’onorevole scrittore il cui secondo romanzo uscirà in autunno per Bompiani conta di diventare segretario del Partito democratico. I sondaggi non gli sono amici, l’Swg lo mette in coda dietro Veltroni, D’Alema, Fassino, Prodi, Bersani e Finocchiaro, ma lui non si scoraggia. Sa che con le primarie saranno i cittadini e non i sondaggisti a scegliere il leader e sa di avere «le carte in regola», anche se confida agli intimi di guardare con disagio alle «autocandidature» di Fassino. Sulla base di una personalissima teoria delle esclusioni, gli avversari’alleati li ha eliminati dalla scena. Tutti, uno dopo l’altro. «Bisognerà spiegare a Fassino e Rutelli – suggerì al Messaggero mesi fa – che nessuno dei due potrà fare il leader dell’altro». E D’Alema? Ne dice tutto il bene possibile, eppure non gli sfugge quanti antipatizzanti abbia accumulato il ministro degli Esteri. Bersani? Lo ammira, ma non lo teme. Veltroni? Lo teme, però confida di scavalcarlo. E non solo perché è già accaduto sul piano letterario: Nelle vene quell’acqua d’argento ha vinto in Francia il premio Chambéry per il miglior inedito italiano, battendo La scoperta dell’alba del sindaco dei sindaci. Ed ecco, in estrema sintesi, il teorema che Franceschini si guarda bene dal divulgare. Quando suonerà la sveglia del ricambio generazionale, gli over 50, categoria di aspiranti che oltre a Fassino, D’Alema e Rutelli annovera Veltroni, si annulleranno vicendevolmente all’insegna del motto «o me, o nessuno». Resterebbe in corsa Anna Finocchiaro. «La mia candidata premier» l’ha sponsorizzata sul Magazine del Corriere, mainfondo l’ex coordinatore della Margherita pensa delle donne leader quel che Rutelli dichiara: «In Europa è scontato, in Italia è più difficile». Ecco allora che, nei sogni a occhi aperti del presidente dell’Ulivo sulla pista resta un uomo solo, Franceschini Dario, marito di Silvia Bombardi e padre di Caterina e Maria Elena, ciuffo stile democrat americano, belloccio con l’aria da secchione più che da piacione. Basti dire che non ama spendere per scarpe inglesi e abiti di alta sartoria. Alleanze dichiarate? Nessuna. Alleanze presunte un «patto di fuoco» con D’Alema per intestarsi il 40% del Pd, magari in ticket con un ds. Lui smentisce, «tutte stupidaggini», eppure è agli atti il coraggio con cui si lanciò, davvero senza rete, per candidarlo al Quirinale. Non bazzica i salotti, giura di combattere le lobby, snobba imprenditori e cardinali per marcare il profilo anti’Rutelli. Se è vero che il congresso è finito con l’accordo tra Marini e il vicepremier, Cinecittà sarà una tappa chiave per il posizionamento dei duellanti. Franceschini vi arriva da primus inter pares della triade cattolico’democratica lanciata da Franco Marini a Chianciano, quando gli ex Dc annunciarono che nella casa riformista entreranno «da padroni». Ma ora la leadership tripartita con Enrico Letta e Beppe Fioroni gli sta stretta, tanto da avvertire i cronisti parlamentari: «Guai a chi rispolvera il tridente». Contro Rutelli, è convinto di partire favorito. Per restare alla guida della Margherita il vicepremier ha siglato un’intesa che ne dimezza i poteri in favore del coordinatore, il franceschiniano Antonello Soro, mentre lui salterà nel Pd dal trampolino dell’Ulivo, postazione che gli consente di esercitarsi quotidianamente, agli occhi dei Ds, come garante della laicità. Il documento pro Dico, ad esempio: firmato da 60 parlamentari dielle e accolto dai rutelliani come «una mignottata». Lui naturalmente nega, «i miei rapporti con Rutelli sono ottimi», salvo poi confermare che all’indomani dei congressi «finisce l’era delle rendite di posizione e si apre una fase in cui tutti hanno i titoli per competere». Nel suo studio alla Camera, dove i libri perfettamente allineati (dalle segretarie) mascherano la tendenza a un disordine adolescenziale, è appeso il ritratto del suo maestro Benigno Zaccagnini. Era il 1976, l’anno nel quale a dispetto dell’eskimo e di una lunga barba rossa Franceschini prese la tessera Dc. «Zac se ne andò il 5 novembre 1989 – scrive nel suo blog il discepolo del segretario – A migliaia ci sentimmo d’improvviso come orfani di un padre. Ci sentivamo veramente una generazione, iragazzi di Zac ». Dal «partigiano cattolico» Franceschini ha imparato che ex Dc ed ex Pci hanno «un cammino futuro da percorrere insieme», da allora sono passati trent’anni e il presidente dell’Ulivo gioca ancora a colui che non ha fretta. «Voglio restare capogruppo. Non sembri ipocrisia, ma il progetto della mia generazione è costruire il Pd ed è secondario chi di noi, alla fine, dovrà guidarlo». Ma poi ai suoi deputati, ai Soro, ai Bressa, ai Garofani e ai Giacomelli che forse un giorno passeranno alla storia come «i ragazzi di Fra», confida le tappe della lunga marcia: «Per lavorare sulla leadership bisogna aspettare che parta il processo costituente. Il compito di Prodi sarà quello di accompagnare questa fase, fino alla scelta del nuovo leader». Dove la speranza del diretto interessato è che la fase dell’accompagnamento sia la più breve possibile. Allenato alla mediazione, ha ricucito col premier il clamoroso strappo del 2004, quando Rutelli lo mandò avanti a chiedere di far largo ai giovani. «Punta a essere il numero uno», conferma Beppe Fioroni. Franco Marini gli ha promesso appoggio. Ma Pierluigi Castagnetti lo mette in guardia: «Ha acquisito titoli come uomo di frontiera, però verranno tempi in cui non si rosica se non si rischia».