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 2007  aprile 14 Sabato calendario

MILANO

«Per una multa da 47 euro avete messo in piedi questo casino?». Due capi delle «cosche gialle» di Milano avrebbero alzato il telefono ieri mattina. Poche parole, voce rabbiosa. Una sfuriata contro i tre cinesi che giovedì hanno guidato la rivolta in Chinatown. Messaggio chiaro: «Adesso per un mese non lavora più nessuno, ci saranno controlli continui. Avete visto i telegiornali? Parlano solo di questo. Siete tre deficienti».
La ricostruzione della telefonata girava ieri all’interno della comunità, in via Paolo Sarpi. Gli investigatori stanno cercando riscontri. Ma è un segno. Vuol dire controllo, intimidazione, necessità del quieto vivere per gestire gli affari criminali. Sono comandamenti mafiosi, come il linguaggio. E governano quella città nella città cresciuta tra il cimitero Monumentale e il parco Sempione, nel centro di Milano, e allargata ormai alla periferia. Con la proliferazione di case in cui si offrono «massaggi orientali» a 30 euro, bische, laboratori clandestini di pelletteria, magazzini stracolmi di merce contraffatta. E soprattutto un fiume di denaro, in contanti, che spesso viene «ripulito» acquistando case e negozi con valigette gonfie di banconote. A rendere problematica la comunità cinese di Milano, come una cappa sulla maggioranza di quelli che studiano e sgobbano dalla mattina alla sera, è la rivoluzione culturale che ha travolto gli altri: fare soldi, senza freni. E alla svelta. Così la criminalità cinese recluta nuove leve.
 una rete che si scopre mettendo in fila i fatti di cronaca, in apparenza slegati. Primi di marzo di quest’anno: i carabinieri fanno irruzione in un appartamento di via Rosmini, cuore di Chinatown. un da pu, un posto di passaggio. Dentro gli investigatori trovano dodici uomini. Sono appena arrivati dalla Cina. Hanno pagato 30 mila euro per il viaggio. A Milano li ha portati «un’agenzia illegale di servizi» che erogava «una vasta gamma di prestazioni», come scrive nell’ordinanza il gip Guido Salvini. In partenza, visti per turismo. A Milano, permessi di soggiorno falsi e un lavoro in nero. Un anno prima la Squadra mobile ha scoperto un’altra agenzia di viaggi che forniva lo stesso servizio per 7 mila euro, ma le ragazze finivano sulla strada. Una ha denunciato il suo she tou, la «testa di serpente» che organizzava gli ingressi. La donna si prostituiva con una collega in una casa in zona Mac Mahon: in un mese 562 clienti, 16 mila euro di incasso, 3 mila per le ragazze.
I due casi descrivono uno degli affari più lucrosi della criminalità cinese a Milano (non si sa in che rapporti con la Triade, la mafia in Cina). La tratta dei clandestini, serbatoio di guadagni continui. E, a differenza delle altre organizzazioni che trafficano in esseri umani, a doppia redditività: prima si incassa il «prezzo» del viaggio; una volta a destinazione, si mungono lavoratori schiavizzati e donne per la prostituzione. Riassume un rapporto della Direzione investigativa antimafia: «Il traffico di immigrati costituisce spesso il volano finanziario delle organizzazioni criminali cinesi. L’esborso inizia in madrepatria. Oltre il confine, comincia il business dello sfruttamento».
Novità degli ultimi anni: la prostituzione, prima riservata ai connazionali, si è aperta agli italiani. Offerte attraverso la carta stampata. Conteggio su un noto giornale di annunci, edizione di ieri: su 141 proposte di massaggi/relax, 81 sono di ragazze cinesi o orientali. Appendice del business del sesso, le cliniche per aborti clandestini. Le ultime due scoperte un anno fa, in via Valtellina e viale Certosa. Indagini lunghe, difficoltose. Un investigatore della Dia: «Non è ancora chiaro se a Milano la criminalità cinese abbia un’organizzazione con una cupola tipo Cosa nostra o a gruppi familiari come la camorra. Di certo il livello di omertà è ferrea, paragonabile solo a quella mafiosa».
Altro affare, altro fiume di soldi: importazione di merce contraffatta. Milano è uno dei tre distretti italiani del falso, con Prato e Napoli. Nel 2006, solo in Lombardia, la Guardia di finanza ha sequestrato oltre 11 milioni di pezzi, dai giocattoli alle lucette per il Natale, dai coltelli agli elettrodomestici. Niente marchio Ce: prodotti che non rispettano le norme di sicurezza. E venduti a prezzi stracciati, tanto da alterare il mercato. Il meccanismo: rivenditori in piena Chinatown, negozi sulla strada, e magazzini enormi in periferia. Clienti all’ingrosso anche italiani.
Immigrazione clandestina, prostituzione e importazioni illegali generano flussi di denaro enormi. Milioni di euro che passano sulla testa dei poveri cristi venuti dalla Cina per lavorare come muli. Problema di chi tiene i fili: ripulire il denaro. Si fa in due modi. Primo: acquisto di immobili. In contanti, transazioni lampo, a prezzi fuori mercato (anche 40-50 mila euro più del normale). Così i cinesi hanno comprato un intero quartiere. Altra strada: rimandare i soldi in Cina. Come? Racconta il dirigente di una grande società di spedizioni: «Un carico arriva da Shangai. Costa dieci. Lo fanno pagare cento. Serve qualche maneggio con i documenti, ma dall’Oriente non è complicato. All’apparenza tutto regolare. Iva e dazi pagati. Ma i capitali sono tornati in Cina».
Come la mafia, la grande finanza nera ha bisogno di una base di brutalità. La Dia parla di «estrema violenza, efferatezza e forza di intimidazione» dei criminali sulla «propria gente». Estorsioni e sequestri di persona avvengono «all’interno della comunità». Ma le denunce si contano sulle dita di una mano.