Autori vari, la Repubblica 13/4/2007, 13 aprile 2007
TRE ARTICOLI SUL GLOBISH TUTTI TRATTI DA REPUBBLICA DEL 13/4/2007
John Lloyd - JOHN LLOYD
Apprendere una lingua diversa dalla propria significa umiliarsi. Quando si impara a parlare un´altra lingua, la cosa più dura da accettare è l´umiliazione psicologica che ciò comporta: significa infatti rendersi conto di aver lasciato una posizione dalla quale si dominava e nella quale ci si sentiva a proprio agio – la propria lingua madre, modellata e forgiata in modo tale da adattarsi perfettamente alla propria vita e al proprio carattere – e dover cercare di adattare i propri pensieri, desideri, spiegazioni e rapporti interpersonali a un universo diverso di parole e di grammatica, di sfumature linguistiche e di ritmo. Significa provare imbarazzo e disagio allorché ci si rende conto che per l´interlocutore di lingua madre ciò che si sta cercando di dire nella sua lingua ci fa sembrare bambini o idioti. Se l´interlocutore di lingua madre è gentile, capirà quello che vogliamo dire e cercherà di aiutarci. Ma contare sulla cortesia altrui significa ancora una volta umiliarsi.
L´inglese in un primo tempo si è propagato con l´impero britannico, l´impero sul quale il Sole non tramontava mai. Le colonie dell´America settentrionale fecero sì che l´economia più potente del secolo scorso – gli Stati Uniti – fosse e rimanesse di lingua inglese. Il gioiello dell´impero, l´India, ha avuto e ha tuttora l´inglese come lingua comunemente parlata da chi ha studiato, così come il Pakistan e molti altri paesi africani, compresi i due più importanti, il Sudafrica e la Nigeria.
Il potere dell´impero di diffondere l´inglese tramontò all´inizio del XX secolo e cessò una volta per tutte con la scomparsa dell´impero, dopo la seconda guerra mondiale. Ma alla fine del XIX secolo, gli Stati Uniti d´America erano già diventati la più grande potenza industriale al mondo, e la guerra che pose fine all´impero britannico la rese l´ arbitro degli affari internazionali, visto che poteva contare su milioni di africani, i cui discendenti erano stati schiavi e avevano imparato l´inglese con la forza, e che nel XIX e nel XX secolo attirò e assorbì tedeschi, italiani, scandinavi, ebrei e non ebrei provenienti dalla Russia e dall´Ucraina, polacchi, cechi, ungheresi, messicani e portoricani e in tempi più recenti indiani, pachistani e altre generazioni di africani. Il Canada, su scala più piccola, ha fatto altrettanto, diventando ancor più un "melting pot" multiculturale. L´inglese che questi nuovi americani e questi canadesi imparavano a parlare è stato in seguito "riesportato": frasi e parole si sono per così dire propagate ai network delle loro famiglie, in Europa e altrove. L´enorme capacità dell´America settentrionale di attirare a sé gente di ogni provenienza e di trasmettere la propria cultura – soprattutto tramite Hollywood – ha fatto sì che l´inglese entrasse a far parte del bagaglio di quasi ogni abitante al mondo, anche se in inglese si sa dire soltanto "Coca Cola" oppure "Hey, mister!".
Tutto ciò ha dato adito a due conseguenze. La prima è che gli anglofoni – americani, britannici, canadesi, australiani e altri – sono, come è noto, monoglotti. Credono di essere semplicemente "incapaci di imparare altre lingue", quando in effetti la loro è arroganza, è rifiuto a lasciarsi umiliare, derivante da secoli e secoli di gestione del potere. Tra le espressioni più comuni riferite dai viaggiatori anglofoni agli amici una volta tornati a casa vi è questa: "Parlano tutti inglese". Con quel "tutti" ci si riferisce a camerieri, tassisti e guide turistiche. Abituati agli stranieri che si arrabattano a parlare inglese, loro stessi molto spesso non si provano neppure a fare altrettanto con le lingue straniere.
Eccezioni sono esistite e tuttora esistono, ovviamente. Ufficiali dell´impero britannico e studiosi britannici hanno impiegato anni ad imparare lingue oscure e dialetti difficili, per poi dar loro forma scritta per la prima volta e compilare dizionari. Antropologi e sociologi anglofoni hanno vissuto con tribù e in società diverse per studiarne la cultura. Artisti e appassionati di arte si sono recati in Italia per accostarsi ai capolavori del Rinascimento. Le nuove generazioni di studenti, infine, viaggiano in lungo e in largo in tutta Europa, assimilando qua e là almeno qualche parola delle altre lingue. Ma in linea generale, specialmente per ciò che riguarda il turismo di massa, si ritiene che la lingua inglese sia sufficiente. Le lingue straniere non sono una parte di rilievo del curriculum delle scuole americane e in Gran Bretagna l´insegnamento delle lingue straniere è stato ridotto.
Il potere si è sempre lasciato nella propria scia la propria lingua. La potenza spagnola ha portato lo spagnolo nella maggior parte dell´America Latina. La potenza francese ha fatto altrettanto nelle aree dell´Africa settentrionale e occidentale. La potenza russa ha diffuso il russo negli stati dell´Unione Sovietica. Queste lingue sono in declino, se si eccettua lo spagnolo, che si sta collocando al secondo posto - talvolta addirittura al primo - come lingua parlata negli Stati Uniti meridionali e occidentali.
L´altra conseguenza del potere anglofono è più positiva. L´inglese, imposto dall´impero, incentivato dall´America, propagatosi per gli scambi commerciali, diffuso dalla lingua dei computer e oggi, più di ogni altra cosa, da Internet, è diventato il mezzo grazie al quale la Torre di Babele globale può comunicare. I tedeschi possono parlare con i greci, i russi con gli ugandesi, i cinesi con i brasiliani tramite un intermediario comune, che ormai per buona parte si apprende sui banchi di scuola. Il francese, che fino all´inizio del XX secolo è stato la lingua della diplomazia internazionale e degli intellettuali, è in ricalcitrante declino. Certo, l´inglese parlato spesso è alquanto approssimativo: la grammatica è distorta, la pronuncia varia moltissimo. Ma scopo di una lingua è farsi capire e sempre più di frequente il mondo si fa capire in inglese.
L´inglese – o globish – subentrerà ad altre lingue? poco probabile: il mandarino, l´hindi, lo spagnolo e il giapponese sono troppo profondamente radicati nella vita di molti milioni di persone per poter verosimilmente scomparire. Altrettanto inverosimile è che siano minacciate nel breve periodo anche le lingue parlate in paesi di medie dimensioni e in pochi altri luoghi – per esempio il tedesco e l´italiano. Ciò nonostante, le lingue e i dialetti di fatto scompaiono: la lingua che parlavo da bambino, il dialetto scozzese detto Lallans, oggi è parlato nella sua forma pura soltanto da poche persone, e lo stesso vale per lo scozzese e il gaelico irlandese, il francese creolo nel sud degli Stati Uniti, il siciliano e il sardo in Italia, e così via per molti altri paesi un po´ ovunque. L´istruzione universale e più di ogni altra cosa i mezzi di comunicazione e informazione universali annientano ed esauriscono le forme antiche del linguaggio e le nuove generazioni non capiscono perché dovrebbero imparare la lingua dei loro antenati. La pressione è avvertita oggi perfino dalle lingue che godono di protezione nazionale, come il danese, il fiammingo, il norvegese e il finlandese. Mentre in questi paesi si insegna ai bambini a parlare con scioltezza in inglese, in quanto si sa benissimo che nessun altro al mondo parla la loro lingua, si teme che possa arrivare il giorno in cui una generazione si chiederà se vale davvero la pena imparare una lingua parlata soltanto da due o tre milioni di persone, quando ormai in tutto il mondo si parla globish. Uno dei motivi per i quali i giornali svedesi stanno perdendo lettori – così mi ha raccontato un amico svedese – è che una percentuale significativa della popolazione preferisce ormai leggere giornali globali in inglese.
L´ultimo impero, quello sovietico, è ormai tramontato e nel mondo moderno pare improbabile, a meno di una catastrofe, la comparsa di un altro. Il globish a questo punto è ben radicato e nemmeno l´ascesa della Cina avrà verosimilmente il potere di spodestarlo. Non resta che sperare che il globish possa coesistere pacificamente con la Babele di lingue di cui le varie culture del mondo sono portatrici, e la cui scomparsa le depaupererebbe oltre misura.
Traduzione di Anna Bissanti
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Raffaele Simone - Il globish è solo la fase finale di un processo che era in corso da un pezzo. L´inglese non ha aspettato la globalizzazione: a diventare lingua del pianeta si stava allenando da tempo, in silenzio, mettendo a frutto sia alcune cruciali trasformazioni della sua struttura sia una varietà di eventi storici.
Per una loro spinta interna le parole inglesi sono diventate nel tempo monosillabiche. Nel Medioevo la lingua era del tutto diversa: le parole erano lunghe e avevano una complessa morfologia. Gradualmente si accorciarono, il loro ordine si stabilizzò, la loro morfologia si semplificò, ad esempio rinunciando alla struttura dei casi. Inoltre, diventarono estremamente plastiche dal punto di vista lessicale: una stessa parola può essere nome, verbo e aggettivo senza cambiar forma. Il linguista danese Otto Jespersen – uno dei maggiori conoscitori della lingua – ha osservato che delle 500 parole più frequenti circa 400 sono monosillabiche e solo le restanti sono bi- o trisillabiche. E che l´inglese ha un "meccanismo grammaticale silenzioso", cioè ridotto all´osso e quasi inavvertibile.
Non si conoscono al mondo altre lingue che abbiano avuto un processo di evoluzione ugualmente veloce e drastico. Al momento attuale, a guardarlo a distanza, l´inglese è (secondo molti specialisti, ai quali aggiungo me stesso) una lingua che si va "cinesizzando", cioè diventa somigliante al cinese: poca informazione morfologica, parole brevi in posizioni stabili nella frase. Una geniale convergenza di struttura, che forse prelude a qualcosa di ancora più importante sul piano dei fatti storici.
Ma non basta. Per un altro singolare accidente della storia, l´inglese ha assorbito alle sue origini una quantità di elementi di origine latina e francese, che costituiscono la parte polisillabica del suo vocabolario. Per questo è spesso possibile dire la stessa cosa in due modi diversi: con le parole monosillabiche del fondo originario o con quelle polisillabiche di trafila romanza. Questo tratto non piace a tutti: George Orwell ad esempio (nel suo Politics and the English language, 1946) considerava una degradazione l´eccesso di parole di origine latina. Ma costituisce una formidabile risorsa. Messi insieme, questi caratteri danno l´impressione che l´inglese sia una lingua "facile" che si impara senza troppe storie.
Dal punto di vista esterno, poi, l´inglese si è avvalso di talune eccezionali spinte che la storia gli ha fornito senza risparmio. Ha potuto contare su un impero sterminato, dall´India all´Australia agli Stati Uniti, per non parlare del Sudafrica e di una varietà di aree secondarie. stato al centro di due guerre mondiali e di varie guerre locali, che lo hanno diffuso in Europa e in Oriente e accreditato nella sua variante americana, oggi la più nota. Infine, da almeno cinquant´anni vola sulle ali di una cultura di massa alla quale nulla – neanche l´antiamericanismo – è riuscito a opporsi: divertimento, vita quotidiana, finanza, aeronautica, alberghi e aeroporti, banca, medicina, informatica e web, scienza… sembra che tutta la modernità origini dal mondo che parla questa lingua.
L´intreccio di questi fattori ha fatto dell´inglese una delle lingue più infiltranti del pianeta. L´italiano ad esempio ha ceduto le armi senza difendersi: a causa della notoriamente scarsa "fedeltà" dei suoi parlanti alla propria lingua, ha rinunciato (con il pronto supporto dei media) a parole di tradizione secolare a vantaggio di futili equivalenti inglesi. Ma anche lingue ben più fiere e riottose hanno alzato bandiera bianca: il francese, benché protetto da un´Accademia che non arretra neanche dinanzi a gesti estremi, dice oggi cool, fioul (che rifà fuel "carburante") o perfino speedé (da speedy "di fretta").
L´inglese – si dice spesso – è il latino del Duemila. C´è però una differenza. Il latino a un certo punto perdette il sostegno di una madrepatria che potesse controllarne la legittimità. proprio questo che favorì il suo dissolversi nelle lingue figlie (italiano, francese, spagnolo, ecc.). Continuò ad essere parlato (e scritto) tra i dotti, gli scienziati e gli eruditi fino ai primi dell´Ottocento, e dalla Chiesa cattolica ancora oggi, ma come lingua "artificiale" e senza terra. L´inglese ha invece madripatrie multiple (Regno Unito, Stati Uniti, Australia) che – sia pure senza fare assolutamente nulla – assicurano che si conservi in una certa misura omogeneo in tutto il mondo.
Ho detto prima che, malgrado le apparenze, l´inglese non è per niente "facile" come appare. In tutto il mondo c´è gente che anche dopo anni di studio non riesce a tirar fuori un discorso fluente o non capisce una domanda elementare. La struttura monosillabica, la grammatica "silenziosa" e la virtuale scomparsa della morfologia non sono bastate a cancellare infatti due difficoltà monumentali: l´impenetrabilità di gran parte delle parole monosillabiche (quelle come dog e come box, ma non ugualmente frequenti), che bisogna imparare una per una con gran rischio di confondersi; e la diabolica quantità di timbri vocalici, con cui anche i nativi spesso lottano invano. Proprietà come queste hanno imposto nei fatti una distorsione tipica: più che parlato e capito nell´uso reale, nel mondo l´inglese viene "riconosciuto" in forma scritta. Ciò si nota perfettamente in Italia: tutti sanno dire gossip, bond e voucher (lasciamo perdere con quale pronuncia), rinunciando agli equivalenti locali, ma la conoscenza effettiva della lingua è povera. In ciò l´inglese è ancora come il latino: molti (come i monaci medievali) lo leggevano (o decifravano) senza neanche supporre come si pronunciasse.
Diverso tempo fa Anthony Burgess faceva perciò una sorta di profezia: come il latino, negli anni avvenire tutti parleranno inglese ugualmente male ma si riuscirà lo stesso a capirsi. però molto difficile dire cosa accadrà nel futuro. Bisognerà forse fare i conti con altre egemonie. Gli studenti di varie facoltà universitarie, per una loro oscura percezione, si sono "buttati" da alcuni anni a studiare cinese. Sanno qualcosa che noi non sappiamo ancora? Si stanno preparando a un cambio della guardia?
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Stefano Bartezzaghi - La cosa, quella c´era già. We already knew it. Ma finché non c´è stato il nome, "globish", potevamo ancora confonderla con qualcos´altro. Il basic English, per esempio: quella consolante edizione emendata di una lingua, fatta di "plis" e di volenterosi "tenchiu" (ovvero imbarazzanti "fenchiu", o catastrofici "zenchiu"), con cui ce la si può pur sempre sbrigare con tassisti, personale di alberghi e ristoranti, interlocutori occasionali e possibilmente professionali e pazienti, ma che non riesce ad aprirci l´accesso ai paradisi della mitica Conversazione. Oppure l´international English: la lingua di convegni e congressi, con relativi incontri conviviali, dove i più smarriti sono sempre stati i parlanti madrelingua, frastornati dal contatto ravvicinato e protratto con una moltitudine spaventosa di varianti di pronuncia, sintassi e lessico nazionali e individuali, tutte rese molto scorrevoli e no problem dal bicchiere mezzo vuoto in mano.
Ora si impara la parola globish, si capisce che è un´orribile crasi di global english, e ci si rende conto che dai livelli del basic e dell´international English c´è stato un salto non solo quantitativo. Tanto che sarebbe limitativo pensare che il globish sia ancora una lingua, alternativa alla lingua madre di ognuno, facile da imparare e utile per spiegarsi. Il globish è basic ma non è solo basic, è international ma non è solo international. Non è neppure sempre english. Il globish è globale: investe sfere della cultura e del comportamento linguistico che vanno aldilà dell´idioma da lui parlato. Lo state con noi dei presentatori televisivi, mutuato dal rituale stay with us, è italiano già globish. Lo stesso vale per la moda, forse in leggero calo, di intrigare e intrigante nel senso di attrarre e affascinare. E i più avvertiti utenti del gergo si chiedono, non senza un brivido di sgomento, se quel loro "non me ne può fregare di meno", tanto più simpatico e arguto del suo littorio predecessore "me ne frego", sia davvero di derivazione romanesca d.o.c. o se piuttosto non venga dal perfetto omologo inglese I couldn´t care less.
E´ chiaro che è più comodo pensare al globish come a un linguaggio veicolare e derivato, che consente all´Erasmus di Recanati di ordinare una birra media al barista olandese in un pub di Lisbona: e di ottenere infatti una birra media e non un succo d´ananas a temperatura ambiente.
Ma se il globish non fosse solo questo, una lingua? Ancora ai suoi esordi, decenni fa, il globish consentiva di "tradurre" come Daunbailò, su suggerimento del protagonista Roberto Benigni, l´edizione italiana di Down by law di Jim Jarmusch e ancora prima suggeriva di intitolare Apocalypse now l´edizione italiana, e doppiata, di Apocalypse, senza che quella tale striscia di Andrea Pazienza sarebbe stata meno spiritosa. Non è linguistica, o non lo è esclusivamente, la ragione per cui "Adesso, l´Apocalisse" già quasi trent´anni fa sarebbe risultato un titolo molto meno efficace. La ragione ha un nome che deve molto alla manipolazione delle folle credulone: si chiama "prestigio".
La potenza economica parla inglese, e segue – e di conseguenza impone - norme di comportamento e attitudini sociali e culturali anglosassoni. Non c´è alcuna ragione al mondo perché una forma di biglietto dell´autobus giornaliero si chiami, in molte città italiane, city pass: non è che i turisti lo comprerebbero più agevolmente e volentieri, e anche se così facessero la loro allegria non colmerebbe lo svantaggio per gli utenti cittadini, che molto spesso sono persone anziane e abitudinarie a disagio con ogni neologismo, figurarsi se anche esotico. E´ che city pass è sentito come più prestigioso di "biglietto giornaliero", e la sintesi espressiva pare proiettare un po´ della sua efficacia sul servizio medesimo.
Nei decenni in cui la tendenza si è affermata molte nuove occasioni di folklore si sono aperte. Indigeni a disagio hanno richiesto – è attestato – lo stesso city pass a edicolanti e tabaccai con le varianti più creative, da sky pass al davvero ineffabile city apache. Il servizio di pagamento via Internet del biglietto ferroviario ha preso il nome di ticketless, ma non sia mai detto che si possa vivere senza pezzi di carta: uno scontrino verrà emesso dal controllore che avrà verificato la correttezza della vostra posizione, e quello scontrino verrà chiamato, dando gioie puerili ai più scafati lessicografi, proprio ticketless. E così, con un tuffo nel globish, un biglietto si può chiamare "senzabiglietto". Nel Paese delle Meraviglie, Alice ne ha viste di più banali.
Come gli illusionismi da cui ci proviene, il prestigio è totalmente irresistibile, ci incanta senza che lo capiamo bene, ci fa incorrere in errori che non avvertiamo. Sono errori in inglese, non in globish. Il globish viene spontaneo, nativo e immediato, non si fa alcuna fatica a raggiungerlo perché ormai ci si nasce dentro: sarebbe altrettanto vano attardarci in un erotismo da Liala quando gli stessi personaggi di Liala da anni ragionerebbero in termini di basic instinct e fatal attraction. Ancora oggi ci sono dei giornalisti che fanno della conoscenza dell´inglese un mestiere, raccontando in anticipo le nuove serie delle fiction (ed emulando l´impareggiabile Francesco Cossiga, che ancora al Quirinale anticipò clamorose svolte di Beautiful a Romilda Bollati). Parlare bene l´inglese si può, ma il globish si può parlare solo male. E il punto è proprio questo.