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 2007  aprile 13 Venerdì calendario

TRE ARTICOLI SULLA RIVOLTA DEI CINESI A MILANO IL 12/4/2007. TUTTI TRATTI DA REPUBBLICA DEL 13/4/2007


Dario Cresto Dina - Con la rivolta dei marciapiedi esplode per la prima volta in una grande città italiana lo scontro tra una comunità straniera e le istituzioni che in questo paese scrivono e applicano le leggi della convivenza sociale. il punto da cui bisogna partire per non sottovalutare la portata dell´episodio e preoccuparci delle sue conseguenze future. La guerriglia di Paolo Sarpi, così come Milano chiama dal 1920 la sua Chinatown, da quando i primi cinesi giunsero dalla Francia per fare cravatte, non è neppure lontanamente paragonabile alla Los Angeles del 1992 dopo il pestaggio in diretta tv di Rodney King, non è la Buenos Aires nel tracollo finanziario del 2001, non sono i fuochi delle banlieue parigine del 2005, ma non è neppure la caccia all´uomo che si scatenò nel 1993 dentro i carrugi degli spacciatori magrebini di Genova o la ribellione del quartiere San Salvario a Torino, nel 1995, contro i ras africani della droga e della prostituzione. qualcosa di diverso, un segno premonitore di quanto potrà accadere da domani in altre città italiane se non saremo capaci di riconoscere la forza delle grandi culture d´importazione, di ridistribuire gli spazi economici, di accogliere gli stranieri non con l´imposizione ma la condivisione di quelle regole che ci consentono di vivere all´interno di un quadro di legalità. A Milano, per la prima volta, un mondo da molto tempo radicato sul territorio metropolitano, rigidamente organizzato sul piano famigliare, nella sua scala gerarchica e sociale, ma soprattutto nella sua dimensione economica si è messo in conflitto anche fisico con un altro mondo dotato di quello stesso schema organizzativo, seppure permeato da criteri e regole differenti.
Per capire che cosa rappresenta oggi la Cina di Milano è utile andare a rileggere una recente indagine di Daniele Cologna, sinologo all´università di Pavia. A Milano vive e lavora oltre il 20% dei cinesi presenti in Italia. I residenti ufficiali sono tredicimila, ai quali bisogna aggiungere un altro 15% di clandestini, numeri che fanno dei cinesi la terza popolazione straniera dopo filippini e egiziani. A differenza però di queste ultime due, la comunità cinese di Milano è in assoluto una delle popolazioni immigrate più equilibrate per quanto riguarda il rapporto maschi/femmine e la forte presenza della componente minorile, che supera abbondantemente il ventotto per cento, è un´ulteriore testimonianza di come la sua sia soprattutto una forza famigliare, un´energia storica di nicchia che si traduce poi in forza imprenditoriale. Il datore di lavoro dei cinesi è sempre un cinese, è un padre, un fratello, uno zio, un cugino. Quella che è cambiata è la clientela di supermercati, videonoleggi, barbieri, ambulatori e farmacie clandestine, agenzie immobiliari e di viaggio, ristoranti e locali notturni, commercio all´ingrosso e al dettaglio: da esclusivamente cinese questa clientela è diventata multietnica. Dai filippini ai senegalesi, dai marocchini ai romeni, fino agli italiani, quegli stessi italiani che venti o dieci anni fa hanno venduto ai cinesi laboratori umidi e decrepiti a peso d´oro e che adesso si vedono sfrattati dalle ali sempre più estese del dragone.
Chinatown si è allargata, ha conquistato interi isolati di altri quartieri. Silenziosamente, inesorabilmente, con la sua logica autoreferenziale seguendo i percorsi carsici della sua economia identitaria che non si mischia con le altre economie di mercato. Non come i romeni che sono diventati autisti di italiani, non come gli egiziani che fanno i cuochi di italiani, non come i filippini che servono nelle case delle famiglie italiane. I cinesi lavorano per sé, mai per conto terzi. Negli ultimi cinque anni Milano ha osservato il volo del dragone con lo stesso atteggiamento dei suoi ospiti orientali: in silenzio, credendo che dialogare con i fantasmi fosse impossibile, sperando, come sempre, che tutto si sistemasse. Fino a che nelle strade e nei quartieri i milanesi "circondati" da un piccolo esercito di cinesi in pantaloni neri e camicia bianca hanno cominciato a appendere lenzuola e drappi arancioni alle finestre per chiedere aiuto. Siamo passati a Fort Alamo. cominciato allora uno scontro sordo, la guerra dei marciapiedi, il carretto delle cianfrusaglie tirato da una ragazzina con il nonno originario della provincia dello Zhejiang che impedisce il passaggio alla pensionata milanese di via Messina. L´ultima delle tante disordinate e impetuose rivoluzioni economiche cinesi ha costretto il Comune a intervenire. L´ha fatto però in modo drastico, scontando il troppo tempo perduto nell´indifferenza delle amministrazioni precedenti. Decisa stretta al carico e scarico dei furgoni commerciali, progetto di una zona a traffico limitato, rafforzamento dei controlli di polizia urbana. Colpita nel cuore dei suoi interessi economici – che per lei sono anche cultura – la comunità cinese si è ribellata e è bastata una stupida multa di troppo a scatenare la rabbia, le barricate, un´intifada che ha rischiato anche di fare il morto. Il sindaco Letizia Moratti ha detto che non possono esistere zone franche, enclave dove le leggi non valgono. Ha ragione, ma per il buon esito dell´applicazione delle regole bisogna coinvolgere i soggetti che dovranno sottostarvi. Fargliele accettare. Nella rivolta dei marciapiedi di via Paolo Sarpi, sotto le bandiere rosse della Repubblica popolare cinese, c´erano centinaia di giovani, ragazze e ragazzi. Gli anziani erano pochi. Moltissimi di quei giovani parlavano italiano, particolare quasi stupefacente. La violenza di ieri ha messo fine a un silenzio e a un´omertà durati quasi novant´anni. Forse da qui si può ricominciare.


Federico Rampini - dal nostro corrispondente
Si sentono produttivi, autosufficienti, eppure poco amati, i nostri cinesi che incontro sempre più numerosi nelle tante Pechino d´Italia: il popolo che è proliferato negli ultimi anni in Via Paolo Sarpi a Milano, in Piazza Vittorio a Roma, a Prato, a Carpi, nel vicentino. Tante Pechino, non Chinatown, perché nelle Chinatown di una volta se scoppiava una rivolta nessuno avrebbe tirato fuori la bandiera rossa della Repubblica popolare, un simbolo inviso in quella diaspora antica che era fuggita dal comunismo, e si riconosceva più facilmente in Taiwan, in Hong Kong. Quella bandiera che ieri è apparsa nella protesta di Milano è il simbolo di un orgoglio nuovo, sconosciuto alle generazioni precedenti. Li ho visti autotassarsi per pagare le scuole di mandarino ai figli, ricostruire in casa i tempietti buddisti e il culto degli antenati, e intanto dal satellite ricevere i programmi della tv di regime da Pechino. A undici ore di volo da casa la costruzione di un universo separato è il rifugio di un´identità forte, dove gli antichi valori confuciani di coesione sociale si mescolano con la fierezza di chi viene da una superpotenza. Li sento in preda a uno choc culturale tremendo, speculare a quello di noi occidentali in Cina: la barriera linguistica (eccetto per i più giovani) è quasi insormontabile, sono atterrati su un pianeta costellato di segni indecifrabili. In un paese dove anche la segnaletica stradale può essere misteriosa hanno bisogno di ricrearsi una piccola geografia familiare fatta di ideogrammi, di insegne colorate, di feste e di rituali, le stesse cose che sgomentano i milanesi di via Paolo Sarpi o i romani dell´Esquilino "espropriati". Loro si irritano per le nostre leggende metropolitane sulla scomparsa dei cadaveri, mi rispondono che se non si vedono funerali cinesi in Italia è per l´antica consuetudine degli anziani di tornare a morire nella terra d´origine. un´immigrazione anomala perché relativamente ricca: in Italia provengono soprattutto dalle province costiere del Fujian e dello Zhejiang, due fra le zone più sviluppate della Cina. Questo spiega i giacimenti di risparmio, le reti di finanziamento invisibili, il talento commerciale e imprenditoriale. Per questo si sentono diversi dagli "altri", dall´immigrazione nordafricana o balcanica: "quelli" sono un peso per la società italiana, i cinesi non tolgono niente, non chiedono niente. Non capiscono perché a Prato, dopo aver lamentato la concorrenza sleale delle importazioni made in China, oggi gli stessi italiani sono insofferenti perché i cinesi vengono a produrre in casa loro. Nelle Pechino d´Italia li vedo impegnati a riprodurre le virtù e i vizi della Cina di oggi: la laboriosità e lo spirito di clan, la flessibilità e lo sfruttamento spietato della loro manodopera, il dinamismo e l´omertà. Hanno valori forti come la famiglia e il rispetto degli anziani, rimasero sconvolti tre estati fa quando l´ondata di caldo in Europa fece tante vittime tra gli anziani abbandonati in città, mentre i figli erano partiti in vacanza senza di loro, un orrore che per loro è la misura del nostro degrado morale. Si sono formati sotto un regime autoritario che li ha abituati a un doppio linguaggio: la verità ufficiale delle leggi uguali per tutti, e la realtà parallela di un paese governato da ragnatele di lealtà di gruppo, di piccole e grandi corruzioni. Per questo colgono in fretta le possibili alleanze d´interessi con la nostra economia sommersa e anche criminale. L´esperienza del regime autoritario non li aiuta a trovare la strada di un dialogo normale con le istituzioni, di cui diffidano istintivamente. L´esplosione di ieri a Milano riproduce in modo singolare la dinamica dei conflitti sociali qui in Cina: la rabbia cova in silenzio, nessuno sa come canalizzarla per cambiare le cose, finché una scintilla qualunque dà fuoco alla protesta. Rispetto agli Stati Uniti in Italia hanno la sensazione che il livello di legalità sia basso, l´infrazione alla regola endemica, perciò un controllo di polizia, una multa, sono subìti come una discriminazione. Anche in America l´integrazione è stata lenta, solo alla terza generazione c´è la crescita esponenziale dei matrimoni misti, segno che cade la separatezza fra le comunità. Ma a San Francisco il capo della polizia è una donna cinese. Come la nostra mafia fu sconfitta dai District Attorneys italo-americani, la legalità vince quando inizia la cooptazione dei cinesi nella classe dirigente locale.




Piero Colaprico - MILANO - Magari fosse così semplice. Ma non è questione di una multa in più o in meno. E non è nemmeno questione di carrellini e maleducazione sui marciapiedi stretti. Ieri - «è la prima volta che succede al mondo», dice senza alcuna esaltazione, anzi quasi con paura il diciottenne Danny, dai lunghi e gonfi capelli - un´intera comunità considerata laboriosa e tranquilla, persino taciturna, è scesa in piazza. Chinatown come un centro sociale, come una curva dello stadio, come un antico sciopero di metalmeccanici.
Questi lampi di guerriglia, di una lotta etnica e insieme commerciale, non sono apparsi nel buio, all´improvviso. Sono i figli di uno scoramento, di un logoramento che nasce da lontano. Quando uno passa da via Paolo Sarpi non fa troppo caso alla sua realtà sommersa di grossisti, negozi e ristoranti, ma ieri, con la manifestazione, questa realtà prepotente è invece emersa, assieme alle facce di un quartiere popolare, festoso, caotico. Facce di immigrati dove si legge, senza retorica, la colossale stanchezza degli operai arrivati da poco e si vede la fretta rozza e cupa di chi s´è indebitato e s´è messo in proprio, con il sogno di farcela. Come non notare l´agiatezza del roseo padrone del ristorante, lo stesso che talvolta presta i soldi a strozzo, ma non lo deve sapere nessuno? E purtroppo ecco apparire, dietro gli striscioni, anche l´arrogante bocca del malavitoso, vestito come nemmeno oserebbe fare Al Pacino, cravatta nera su camicia nera, e lo sguardo che fa abbassare quello degli altri.
Ieri, eccole per la prima volta tutte insieme, tutte riunite, tutte pronte a urlare, queste facce. O a spuntare dietro cartelli: «Polizia e vigili, chiedete scusa». I cinesi di Milano hanno affrontato a muso duro la polizia, fatto cappottare un´auto, lanciato cestini dei rifiuti e bottiglie di minerale, preso un sacco di botte rispondendo spesso a mani nude, ma rispondendo. Scena incredibile in questa sequenza di scene incredibili: a trattare un accomodamento in un sushi bar sono stati alcuni detective della squadra Mobile e il console cinese Limin Zhang. Non s´è scomodato un politico: il vuoto ha regnato sovrano, a Chinatown e dintorni.
I padroni della strada sembravano i giovani della nuova generazione. Hanno deviato il traffico, dall´ora di pranzo all´ora di cena. Hanno marciato e gridato ragazze truccatissime, come mai le loro madri avrebbero osato fare. Sono rimaste fianco a fianco degli amici con le t-shirt alla moda e i jeans strappati. Giovani che parlano più o meno bene italiano e inglese, hanno smesso di tagliarsi i capelli come i genitori, di vestirsi con le camicie con il colletto allacciato, hanno smesso anche di affannarsi come loro. Se ne «fregano» di molte regole come i coetanei di ogni parte del mondo. Vanno in discoteca. Conoscono Internet. Se arrivano i poliziotti, non ne hanno paura: si sono dati man forte e hanno lanciato entrambi oggetti contro le divise.
Se tante sono le facce dei cinesi, dalla prospettiva di Chinatown non ci sono dubbi: il Comune di Milano ha mostrato la sua faccia doppia. stata l´amministrazione di centrodestra di Gabriele Albertini, qui piuttosto benvoluto, a concedere licenze a pioggia. Ma adesso il vicesindaco di An Riccardo De Corato, il meno amato a Chinatown, cambia bandiera. Ora che è vicesindaco della nuova gestione del centrodestra modello Letizia Moratti, con la fissa del «tiremm innanz», dell´«andiamo avanti», come si usava dire a Milano, De Corato si impegna per trasformare questa zona in una gigantesca isola pedonale. Vuole anche «delocalizzare» i cinesi: cioè trasferirli altrove, sparpagliarli. Perciò quando una cinese che si fa chiamare Maria urla: «Non vogliamo verità, la verità la sappiamo, vogliamo giustizia», viene applaudita.
La giustizia, secondo i «cinomilanesi», è molto semplice in questo anno del maiale: «Ci hanno detto che qua c´è il mercato, che potevamo comprare i negozi, li abbiamo pagati, siano da sempre in regola con la legge e ora dobbiamo lavorare. Ma da due mesi i vigili, applicando per la prima volta un regolamento degli anni ”30, ci sequestrano i carrellini, ci fanno multe su multe. C´è un furgone di un napoletano che vende frutta e verdura. "Multa lui", gli diciamo. Ma i vigili rispondono: "Io vedo te, non vedo lui"». Quando su una tv compare il volto di Letizia Moratti, e si parla di regole da rispettare, è tutto un «buuuh» e un ridere, perché Milano è da anni nel caos da traffico, le auto in doppia fila sono ovunque, ma i vigili «vessatori» «sono sempre qua».
Molti italiani non nascondono la realtà oggettiva: «Sotto casa mia c´era una trattoria milanese, adesso - racconta un pensionato pugliese - hanno preso loro. Ogni pomeriggio senti tum, tum, per ore e ore, è il pollo che tagliano a pezzettini. Nel cortile hanno un container di cibo. Scaricano di notte, di domenica, è un´indecenza, ma non gli dovevano dare tutte queste licenze negli ultimi anni. Adesso come fai a togliergliele? Li vuoi far morire di fame? Se l´avessero fatto a me, quando ero immigrato, mi sarei arrabbiato».
Da un semplice stereo, attaccato alla cassa di un bar-tabacchi, arriva una chiave di lettura. Le casse acustiche diffondono il vecchio inno maoista e in pantaloni di pelle, capelli di tre colori diversi, la cinese Monica traduce: «Dice: "Alzatevi, cinesi". Dice: "Alziamoci tutti noi che non vogliamo essere schiavi"». Ma questi non sono comunisti, tantomeno nostalgici di Mao. Anzi: «L´inno - continua Monica - dice di andare avanti e noi lo facciamo. Dieci euro, non torni indietro. Devi avere venti euro. Venti euro non bastano, ne devi avere quaranta, e così via, via, via, sempre avanti». Ortodossia comunista applicata al capitalismo, questo sono i cinesi come Monica: e che cosa rappresentano, alla fin fine, se non una delle ultime incarnazioni della «Milano che fa»? Per di più non sono poveri e disperati come i Rom, ma hanno i diplomatici, i capi, hanno i soldi, sanno rispondere con durezza ai manganelli e sanno chiamare anche gli avvocati di fiducia. «Non molliamo», ripetono, e questo è poco, ma sicuro.