Corriere della Sera 13/4/2007 - Lettere, 13 aprile 2007
Ordine dei medici e falsi certificati Che occorra porre un argine al malcostume diffuso dell’assenteismo per falsa (o probabilmente falsa) malattia è indiscutibile, e che si debba sollecitare la classe medica a una maggior cautela nel certificare i malesseri di Tizio e Caio anche ( Corriere, 10 aprile)
Ordine dei medici e falsi certificati Che occorra porre un argine al malcostume diffuso dell’assenteismo per falsa (o probabilmente falsa) malattia è indiscutibile, e che si debba sollecitare la classe medica a una maggior cautela nel certificare i malesseri di Tizio e Caio anche ( Corriere, 10 aprile). Una modesta proposta: estendere alle malattie dei dipendenti pubblici l’istituto del comporto per sommatoria, già previsto per i loro «cugini» privati. Un dipendente privato sa che i giorni in cui si assenta per malattia non possono superare, nel quadriennio di vigenza del contratto collettivo, l’ammontare complessivo che il contratto stesso prevede per le assenze continuative (cosiddetto «comporto secco»). La soluzione qui proposta, per il settore privato, è stata già elaborata dalla giurisprudenza: i contratti collettivi di lavoro per i dipendenti privati sovente disciplinano soltanto il «comporto secco». La Cassazione, tuttavia, ha abilitato il giudice a far ricorso, in casi del genere, alla cosiddetta equità integrativa: se il contratto nulla dispone, il giudice può colmare la lacuna, essendo iniquo addossare interamente al datore di lavoro il rischio del lavoratore «eterno malaticcio». E’ però difficile che possa pervenirsi a un’analoga integrazione giurisprudenziale per i contratti collettivi pubblici. Meglio sarebbe perciò che della materia si facessero carico l’Aran e i sindacati, che proprio in questi giorni stanno per aprire i negoziati per i rinnovi dei contratti collettivi degli statali. Una norma del genere costituirebbe un potentissimo deterrente contro i comportamenti opportunistici che talora (spesso?) si nascondono dietro le assenze per malattia. Luigi Cavallaro Giudice del lavoro presso il Tribunale di Palermo Sono stato direttore dell’Assindustria Genova, e ora sono uno degli amministratori di un ente pubblico, la Asp Azienda per i Servizi alla Persona Emanuele Brignole (www.emanuelebrignole.it) con circa 400 dipendenti. Abbiamo un assenteismo intorno al 15% e gli 800 controlli fiscali che abbiamo attivato hanno dato risultato positivo in 3 casi. Quindi sono pienamente d’accordo con l’articolo di Pietro Ichino sul Corriere del 10 aprile. Gian Franco Migone de Amicis, Genova Il professor Ichino è ritornato, giustamente, sulla problematica del rapporto Ordine dei medici e false certificazioni ( Corriere, 10 aprile). Lo ringrazio vivamente perché ci permette di chiarire ulteriormente questo problema davvero serio e sentito. Concordo pienamente su tutto quello che ha scritto nell’articolo e sulle considerazioni poco lusinghiere espresse nei confronti dei medici falsi certificatori. Ma ribadisco: l’Ordine non c’entra, o c’entra in rarissimi casi. Il percorso che un certificato compie non tocca la sede ordinistica, e quando la magistratura si interessa a casi del genere «dimentica» di avvertire gli Ordini professionali per segnalare le evidenti carenze sotto il profilo deontologico. Quindi, nella quasi totalità dei casi, gli Ordini non vengono a conoscenza di «querelle» e, ovviamente, di gravissime violazioni del codice deontologico come quelle riportate dal prof. Ichino. Sarebbe opportuna, a questo punto, una revisione: le copie dei certificati contestati o dubbi dovrebbero essere spediti dall’Inps o dalla Magistratura agli Ordini professionali per i provvedimenti disciplinari del caso. Allora sì che gli Ordini potrebbero funzionare ed essere considerati responsabili di inadempienza. Giorgio Berchicci, gberc@tin.it • Il problema è che gli Ordini non muovono un dito neppure quando i casi di grave abuso – come quelli descritti nell’articolo – vengono portati a loro conoscenza. emblematico il caso degli 800 certificati medici rilasciati in una sola mattina a Fiumicino il 2 giugno 2003. Ne hanno parlato tutti i giornali in prima pagina: occorreva altro perché l’Ordine prendesse provvedimenti? Pietro Ichino