Sergio Romano, Corriere della Sera 13/4/2007, 13 aprile 2007
Ho letto il suo editoriale sul Corriere dell’1 aprile, in cui rimprovera a Piero Fassino di avere rinnegato le sue radici «sino a rimettere in discussione il modo in cui la Dc e il Pci affrontarono uno dei momenti più difficili della storia nazionale» ovvero rifiutando di negoziare la liberazione di Aldo Moro da parte delle Br
Ho letto il suo editoriale sul Corriere dell’1 aprile, in cui rimprovera a Piero Fassino di avere rinnegato le sue radici «sino a rimettere in discussione il modo in cui la Dc e il Pci affrontarono uno dei momenti più difficili della storia nazionale» ovvero rifiutando di negoziare la liberazione di Aldo Moro da parte delle Br. Curiosa la preoccupazione, da parte sua e del Corriere, di salvaguardare le radici (comuniste) di Fassino, ma i problemi posti dal suo ragionamento sono ben altri. 1. Lei premette che «in ogni guerra anomala, condotta contro una forza rivoluzionaria o un movimento di liberazione, il primo obiettivo del nemico è di essere riconosciuto». Non so da quale casistica lei tragga questa bizzarra convinzione. Ad esempio, i rivoluzionari francesi del 1789 o l’Fln algerino avrebbero, rispettivamente, tratto la loro legittimazione dall’assalto alla Bastiglia e dall’attacco alle truppe occupanti l’Algeria e non, piuttosto, da qualche forma di riconoscimento ufficiale da parte del potere costituito? O lei pensa che il giuridicismo italiano sia forte al punto di permeare persino le Br? 2. Nel caso di un rapimento, sono in discussione due schemi di valori e di comportamento: prevale la ragion di Stato o, invece, quella della vita umana, in quel preciso momento sottoposta a ricatto? In occasione del rapimento di Moro, Piero Fassino (o, piuttosto, il Pci, di cui egli era giovane dirigente), privilegiò la prima. Oggi il caso Mastrogiacomo lo spinge a rivedere la sua posizione, scegliendo la seconda. Da parte mia ritengo che la scelta di allora, da parte del Pci, fosse obbligata perché a sua volta sottoposto ad un ricatto tutto politico. Se esso avesse scelto diversamente, sarebbe stato accusato di contiguità nei confronti delle Br, pur avendo la sinistra a sua volta subito diverse perdite. Ma, come noto, gli esami, in quanto strumentali, non finiscono mai. Bisogna risalire alla scissione di Livorno per comprendere le ragioni che impedirono al Pci di adottare la linea di comportamento prescelta in quella occasione dal Psi. L’unico invito che mi sento di rivolgere a Fassino è quello di proseguire il suo ragionamento, fino a riflettere sulla decisione con cui fu spezzata l’unità storica del socialismo, così facilitando l’avvento del fascismo in Italia. 3. A lei e al Corriere di oggi consiglierei prudenza, nella celebrazione postuma del così detto partito della fermezza che costò la vita ad Aldo Moro, ricordando il ruolo di punta che vi giocò il Corriere di allora, diretto da Di Bella e controllato da Tassan Din, successivamente risultati membri della Loggia P2. Gian Giacomo Migone g.gmigone@libero.it Caro Migone, la sua lunga lettera contiene alcune riflessioni interessanti e merita di essere pubblicata integralmente. Ma prima di tentare una risposta debbo ricordare al lettore che lei è storico e professore dell’università di Torino, ma è stato altresì per qualche anno in politica come senatore eletto nella lista dei Ds per tre legislature e presidente della Commissione Affari esteri del Senato dal 1998 al 2001. Quando commenta le parole di Piero Fassino sul caso Moro e la linea del Pci durante quella tragica vicenda, lei parla dunque come studioso e contemporaneamente dall’interno di una famiglia politica che discende dal partito comunista. Mi sembra che nella sua lettera vi siano almeno quattro punti su cui lei mi invita implicitamente a replicare. Il primo punto concerne le finalità delle Brigate Rosse. A suo giudizio una forza rivoluzionaria e un movimento di liberazione non sarebbero mossi da aspirazioni giuridiche. Combattono con le armi di cui dispongono, vogliono assestare duri colpi allo Stato, disprezzano l’ordine che vogliono rovesciare e non gli chiedono benedizioni legali. questa indubbiamente la linea che emerge dalle loro pubbliche dichiarazioni. Ma se il nemico non crolla su se stesso, come accadde della Repubblica russa nell’ottobre del 1917, il loro successo dipende dalla possibilità di essere accettati e riconosciuti come esponenti di forze che non possono essere trattate alla stregua di organizzazioni banditesche. Il Fronte nazionale di liberazione algerino cominciò a vincere quando il generale de Gaulle dichiarò che occorreva una «paix des braves», una pace dei guerrieri. L’Ira (Irish Republican Army) divenne un interlocutore, sia pure per il tramite di un partito amico (il Sinn Fein), quando Londra accettò di liberare i suoi prigionieri detenuti nelle carceri britanniche. Il secondo punto concerne il ricatto a cui il Pci, nel caso Moro, sarebbe stato soggetto. vero. Se avessero adottato una linea morbida, i comunisti sarebbero stati accusati di avere con le Br un rapporto di simpatia, se non addirittura di connivenza. Ma lei, come storico, non può ignorare, caro Migone, che ogni decisione politica obbedisce a numerose motivazioni concorrenti. Al là di ogni legittima speculazione sui molti possibili moventi, gli studiosi si limiteranno a constatare che il Pci, in quel momento, ritenne la difesa dello Stato piu importante di qualsiasi altra considerazione. Il terzo punto infine concerne le ragioni per cui un gruppo di socialisti italiani (Bordiga, Gramsci, Terracini, Togliatti) lasciò il partito socialista nel gennaio 1921 per fondare a Livorno il Partito comunista d’Italia. È probabile che quella decisione abbia indebolito il fronte socialista e reso più difficile la lotta contro il movimento fascista. Ma nell’orizzonte del nuovo partito vi erano in quel momento altri fattori, considerati più importanti: la grande rivoluzione bolscevica, la nascita della Terza Internazionale a Mosca nel marzo del 1919, la nascita del partito comunista francese a Tours nel dicembre 1920. Non è necessario simpatizzare con gli ideali comunisti per rendersi conto dell’importanza che questi avvenimenti ebbero allora per la sinistra europea. Ultimo punto. Lei sembra pensare, caro Migone, che chiunque giustifichi la linea adottata nel 1978 da Andreotti, Cossiga, Berlinguer, La Malfa e Pecchioli, corra il rischio di identificarsi con la strategia della P2. Ma io ricordo che il Corriere in quel periodo si espresse soprattutto attraverso gli editoriali di Leo Valiani, e penso che possa andarne orgoglioso.