F.Fub., Corriere della Sera 13/4/2007, 13 aprile 2007
f. fub.) A prima vista, non ha niente in comune con l’ultima generazione di speculatori pronti a tutto per il massimo guadagno nel minor tempo possibile
f. fub.) A prima vista, non ha niente in comune con l’ultima generazione di speculatori pronti a tutto per il massimo guadagno nel minor tempo possibile. Charles Brandes ( foto), fondatore e ispiratore dell’omonimo fondo di San Diego appena salito al 5,4% di Telecom Italia (a fine 2006 aveva il 2,12%), preferisce darsi tutt’altro profilo. All’insegna della stabilità. A 63 anni, con moglie e due figli, più di 136 miliardi di dollari in gestione e la casella 382 nella classifica dei più ricchi del mondo, Brandes parla soprattutto di visioni a lungo termine. Ne ha formulata una «per i prossimi cento anni»: i suoi principi di fondo lo spingono a investire in società sane, con forti flussi di cassa ma titoli secondo lui sottovalutati. Telecom Italia, quanto a questo, appare un bersaglio perfetto. Questo capitalista che ai salotti preferisce i laboratori di biologia in effetti è ormai in posizione di forza. Il suo 5,4% di Telecom non sarà molto sotto le eventuali quote di At&t o América Móvil. Questi ultimi, ai piani attuali, controlleranno circa il 6% ciascuno del gruppo a valle di Olimpia. Ma la differenza fra Brandes e i «barbari» degli hedge fund non deve ingannare, perché la sua storia mostra che sa come far fruttare gli investimenti. Anche con duri interventi sui manager. Così Brandes giorni fa ha scritto a Ono, un gruppo farmaceutico giapponese nel quale ha una quota, per esigere dividendi più alti. Di recente ha anche appoggiato la scalata del private equity su Sainsbury a Londra, dove è noto per essere stato primo socio di Bae. E nel 2005 sempre lui guidò la rivolta contro l’offerta di Ripplewood, Goldman Sachs e Rothschild su Maytag. Perché non sarà una «locusta», ma anche Brandes guida un fondo moderno. Dove gli azionisti sono decisi a comandare sul serio.