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 2007  aprile 13 Venerdì calendario

ROMA – Corrado Calabrò dice che un decreto legge per separare la rete telefonica fissa da Telecom Italia sarebbe «un’operazione contro il mercato e le regole comunitarie»

ROMA – Corrado Calabrò dice che un decreto legge per separare la rete telefonica fissa da Telecom Italia sarebbe «un’operazione contro il mercato e le regole comunitarie». Ed è il messaggio che il presidente dell’Autorità per le comunicazioni manda a quei politici che insistono perché il governo azioni la ghigliottina per fermare la vendita agli americani. Non senza una premessa d’obbligo: «Seguiamo con grande attenzione questa vicenda, ma l’autorità si pone istituzionalmente in un ruolo di terzietà rispetto alla proprietà e alla nazionalità. Siamo in un sistema europeo, e il nostro compito è far rispettare le regole nazionali e comunitarie a garanzia degli utenti e nei confronti di chiunque». Bene. Allora ci dica perché sono tutti così agitati per il ventilato scorporo della rete di Telecom Italia. «Davvero non capisco. Di questo problema ci stiamo occupando da tempo. Il primo colloquio con Marco Tronchetti Provera lo ebbi nel giugno del 2006. Il 15 settembre si insediò Guido Rossi e immediatamente prese contatto con me. Il 27 settembre venne istituito il tavolo tecnico». Va avanti da allora? «Il problema è molto complesso per i risvolti tecnici. Ma anche perché non si tratta solo dell’unbundling (le regole che stabiliscono l’accesso di tutti gli operatori alla rete di rame, ndr): sistema, badi bene, nel quale siamo addirittura secondi in Europa, davanti alla Gran Bretagna». Dovrebbe confortarla. «Già. Ma il futuro si chiama Reti di nuova generazione, che richiedono grandi investimenti, anche se di sicura redditività». Quanti soldi? «La Gran Bretagna prevede una spesa di almeno 10 miliardi di euro in tre anni. Paragonabile a quello che serve all’Italia». Perché il problema scoppia proprio ora? «La rete in rame comincia a mostrare la corda. Oltre il 60% di utilizzo le interferenze cominciano a essere eccessive. E comunque per la trasmissione ad altissima velocità non va bene. A questo punto la struttura base non può che essere la fibra ottica, oppure una combinazione tra rame e fibra ottica. E qui siamo molto indietro». Quanto, indietro? «Nel 2005 erano disponibili 200 mila accessi. Due anni dopo sono soltanto 230 mila, lo 0,8 per cento del totale delle linee. La fibra è l’autostrada per lo sviluppo economico; è necessario un salto di qualità». Telecom non ha investito abbastanza? «Questo non si può dire. Per il complesso degli investimenti Telecom Italia è addirittura sopra la media europea, in percentuale rispetto al fatturato. Ma noi abbiamo bisogno di cifre in assoluto. E poi qui non si parla solo di manutenzione della rete attuale ma di fibra ottica. Bisogna conciliare due esigenze: trovare i capitali per investire sulla rete evitando di ricreare una concentrazione nel soggetto che fa quegli investimenti». Insomma, serve la bacchetta magica. «Gli inglesi la chiamano co-competition. Cooperation più competition: nessuno deve avere eccessivo vantaggio, ma tutti devono avere vantaggi. Stabilire le regole significa assicurare la concorrenza senza abbattere la redditività dell’investitore infrastrutturato. In tal modo anche soggetti diversi da Telecom Italia saranno indotti a investire. Non basta più l’unbundling. Il logorio del contenzioso con gli altri operatori sarebbe continuo e anche i nostri interventi sarebbero martellanti». Tutto sta a convincere l’azienda. «Ha funzionato il modello inglese? Sì. S’è rafforzata la concorrenza? Sì. Dopo la separazione della rete il valore di British Telecom è diminuito? No, è aumentato. Se ne stanno rendendo conto anche loro». Davvero? «Ci siamo confrontati». Al passato prossimo? «Da qualche settimana, comprensibilmente, non abbiamo avuto più incontri. Ma mi arrivano segnali che il lavoro fatto non andrà sprecato» . Eppure il governo si è deciso a fare la legge temendo che i futuri azionisti potrebbero non acconsentire più alla separazione della rete. Ne è al corrente? «Confidiamo che con il nuovo management il discorso prosegua come prima e che si arrivi a un accordo. Ma bisogna guardare in faccia la realtà. British Telecom ha accettato la separazione della rete perché Ofcom, l’autorità di regolazione, disponeva di poteri forti. Anche quello di imporre il break-up». Gli stessi poteri che adesso volete voi. «Non vogliamo nessun potere che travisi il mercato. Non vogliamo fare nessun colpo di mano. Nessuna anticipazione del risultato rispetto all’analisi che stiamo conducendo. Ci muoviamo sui binari della direttiva europea del 2002». Per arrivare dove? «A una situazione analoga a quella di British Telecom. La rete fissa dev’essere una divisione separata di Telecom, con piena autonomia organizzativa e funzionale. Va bene anche la governance inglese, con un comitato di cinque componenti, di cui tre indipendenti designati dall’autorità e due indicati dall’operatore, fra cui il presidente. Ma con separazione totale». Cioè? « Nessuna connessione con la casa madre. Dico per esempio che il management dovrà avere un sistema di incentivazione completamente diverso. una scelta di civiltà coerente con il quadro comunitario. La Commissione europea guarda con favore alla norma di legge che Paolo Gentiloni sta elaborando in sintonia con l’Autorità». Ecco il tasto dolente, la legge. «Chi si lamenta non sa di che si sta parlando. Come prevede la direttiva Ue, si farà prima una verifica della situazione. Poi si negozierà un accordo. Soltanto se non sarà raggiunto, si renderà necessario che l’autorità abbia poteri sufficienti per garantire la separazione della rete. Sempre che ci sia l’approvazione finale di Bruxelles. Le sembra uno scandalo?» Diciamo che la tempistica pare sospetta. «Avevo già chiesto più poteri ben prima di questa situazione». E non li ha avuti. Non la sorprende che ora si invochi un decreto legge? «Un decreto legge? Per carità, sono d’accordo con la Reding: sconvolgerebbe il mercato, in un momento particolarmente delicato. Ma se si elabora una norma sulla quale Bruxelles è d’accordo, conforme ai criteri di mercato e che sia varata in tempo, prima che si concluda la trattativa con Telecom Italia...» Per la precisione? «Entro il 31 dicembre prossimo. O si fa l’accordo o l’autorità dev’essere in grado di imporre la separazione della rete. Oltre quella data non si può andare». Converrà che anche senza decreto qualche problema si potrebbe porre. "Sto parlando di una norma dosatissima. Vede, in questo momento la Gran Bretagna è la lepre. Noi inseguiamo. Dietro di noi c’è la Svezia. Di queste cose ne parleremo martedì a Torino nella riunione dei regolatori europei. Un incontro fissato da otto mesi, il che dimostra che non è un problema soltanto italiano». Negli altri Paesi non si sta vendendo il principale operatore agli americani. «Se il governo si è posto in modo così incalzante l’esigenza di dare una risposta, qualche preoccupazione forse l’ha avvertita. Prendo atto che a volte le contingenze accelerano la soluzione dei problemi». Non pensa che chi vuole comprare Telecom Italia possa venire scoraggiato dall’incombenza di una norma del genere? «Questo è un provvedimento calato nelle norme europee, già applicato in Gran Bretagna. Tutti devono sapere che in Italia ci sono regole che si rispettano. Qui non c’è il Far West".