Adriana Bazzi, Corriere della Sera 13/4/2007, 13 aprile 2007
MILANO
Che cosa rende l’uomo diverso dalla scimmia? Un pugno di geni, più o meno duecento, dicono i ricercatori che hanno appena decifrato il genoma del macaco e lo hanno confrontato con quello, già noto, dello scimpanzé e dell’uomo.
Il macaco Rhesus ( Macaca mulatta) è il nostro più antico parente: si è staccato dalla linea evolutiva 25 milioni di anni fa e il suo Dna, la cui sequenza completa è pubblicata su Science, assomiglia per il 97,5 per cento a quello umano. Lo scimpanzé ( Pan Troglodytes), invece, è il nostro cugino più prossimo (il distacco è avvenuto sei milioni di anni fa) e il suo Dna è sovrapponibile a quello dell’uomo ( Homo sapiens)
per il 99 per cento.
Grazie alla scoperta del terzo genoma di primate, è stato, dunque, possibile un confronto alla scoperta dei geni che hanno favorito l’evoluzione delle grandi scimmie fino all’uomo. «L’analisi dei tre patrimoni genetici – ha dichiarato Richard Gibbs del Baylor College of Medicine di Houston – ci permette di ricostruire come queste specie si siano evolute e come si siano poi separate».
I ricercatori sono andati a studiare quei geni che hanno subito una pressione selettiva positiva e cioè quei geni che hanno favorito l’adattamento delle specie all’ambiente: ne hanno individuati all’incirca duecento. Fra questi ce ne sono alcuni che hanno a che fare con la formazione dei peli, la risposta di difesa immunitaria e la fecondazione.
L’emergere di un gene che contrasta la formazione dei peli è legato a un adattamento ecologico (per esempio potrebbe favorire la sopravvivenza di fronte a mutate condizioni climatiche). Lo stesso vale per i geni della risposta immunitaria: quest’ultima permette di difendersi più o meno bene da minacce ambientali come per esempio nuovi virus.
«I geni che controllano il riconoscimento fra ovulo e spermatozoo – commenta Carlo Alberto Redi, direttore scientifico dell’Irccs Policlinico San Matteo di Pavia – sono più sofisticati e quando si modificano, portano alcuni individui a isolarsi dalla comunità cui appartengono e a dare origine a nuovi gruppi ». Per semplificare ancora di più: se il gene della fecondazione si modifica, si creeranno nuovi individui che non saranno capaci di riprodursi con quelli del gruppo di partenza, ma impareranno a riconoscersi e a riprodursi fra di loro e possono, quindi, dare vita a una nuova specie.
A parte lo studio del l’evoluzione, la nuova carta di identità genetica del macaco avrà risvolti importantissimi nella ricerca medica. Il Rhesus (in cui è stato riconosciuto per la prima volta il fattore Rh, presente anche nel sangue umano) è l’animale più utilizzato per la sperimentazione dei vaccini (della poliomielite per esempio) e di certi virus, come quello dell’Aids. Adesso che se ne conosce il genoma, secondo i ricercatori, si potranno mettere a punto dei chip genetici per studiare la virulenza di nuovi virus come quello dell’influenza pandemica.