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 2007  aprile 13 Venerdì calendario

ROMA – Non davano Berretti verdi e non era neppure un cinema. Ma anche la storia politica di Pier Ferdinando Casini (come quella di Fini) comincia a Bologna davanti a un’occupazione dell’estrema sinistra; appoggiata però dalla destra

ROMA – Non davano Berretti verdi e non era neppure un cinema. Ma anche la storia politica di Pier Ferdinando Casini (come quella di Fini) comincia a Bologna davanti a un’occupazione dell’estrema sinistra; appoggiata però dalla destra. Il liceo Galvani era occupato. Con un gruppo di ragazzi «fuori dal coro», Casini guida la rivolta dei moderati. «Ho ancora i volantini: "Contro la svolta rossa e nera". Seguì un referendum che vincemmo con il 60%». Il Galvani è la prima scuola ad avere il consiglio degli studenti, anni prima della legge. «Era il 1973, segretario Dc era Forlani, fu suo il primo comizio che andai a sentire. Ecco, io mi sento coerente con il ragazzo di allora». Andare contro quello che era considerato il senso comune, per poi scoprire di essere, in realtà, maggioranza. Il primo ad accorgersi di lui fu Giovanni Forti del manifesto, dopo un’assemblea a Pisa nel 1976: «Come fa un giovane a essere seguace di Flaminio Piccoli?». Era Toni Bisaglia; ma rendeva l’idea. Eppure le sue scelte avrebbero presto portato Casini lontano dalla Democrazia cristiana. Deputato a 27 anni, segretario di partito a 38: ma fuori dalla Dc divenuta partito popolare. Senza per questo confluire in Forza Italia. Quando Berlusconi gli propone di diventarne coordinatore, risponde di no sorridendo: «Lasciata la politica, potrei lavorare con te a Mediaset, non ora...». Dirigente della Dc emiliana, quindi votato all’opposizione, è il padre. «Un moderato vero, degasperiano e scelbiano». Casini rivendica di aver onorato allo stesso modo i padri politici, i grandi vecchi democristiani, a cominciare da Cossiga (dopo la morte di Moro e le dimissioni è il primo a invitarlo a un incontro pubblico, all’hotel Carlton di Bologna). Ma sarebbe fuorviante interpretare come recupero del passato la linea che il congresso Udc – apre oggi il segretario Cesa, chiude lui domenica – è chiamato a confermare. C’è un unico, decisivo elemento di continuità: la mancanza di complessi di inferiorità culturale verso la sinistra. «Tutta la storia del cattolicesimo democratico – è la convinzione di Casini – nasce da una sorta di attrazione fatale verso la sinistra perché là sventolano le bandiere della pace, là si difendono i poveri. Ma poi sono venuti Wojtyla, Ratzinger e Ruini, ad aprire una nuova stagione, a confutare l’idea della Chiesa come una grande ong». A rileggere la sua storia negli archivi, c’è una prima fase in cui gli vengono rimproverate la levità, lo «spirito del purgatorio», l’avvedutezza – essendo Pierfurby il più ricorrente tra i tanti soprannomi riepilogati anni fa dal Foglio: Pierre, Polly il bello, Tergicristallo, Colazione da Tiffany... ”, persino il bell’aspetto – «bello come un attore americano» scriveva già Vittorio Orefice ”. Poi viene l’elezione alla presidenza di Montecitorio, quando Casini non nasconde la sua duplice natura, l’esuberante e la moderata, i «ciao» con le mani e i baci ai familiari in tribuna e l’invocazione alla madonna di San Luca. Quel giorno chiamarono un po’ tutti. Tra le poche telefonate che fece lui, una fu per Romiti, la persona che chi gli aveva fatto incontrare Cuccia e avviato un legame coltivato con riservatezza – una serie di incontri in un ristorante di Milano, il Ranieri, che gli diedero modo di apprezzare «l’intima e privata religiosità» del capo della finanza laica italiana ”. Sono anni di autonomia da Palazzo Chigi e di applausi bipartisan, il che infastidisce un poco Berlusconi. Ora che la frattura è consumata, è tempo invece di attacchi mediatici, forse anche di trappole. Che lui però minimizza. «Non ne sono innervosito. Non mi sento un perseguitato, perché non lo sono». La sua vita, racconta nelle conversazioni private, è sotto gli occhi di tutti. Avrebbe potuto comportarsi «come altri, vivere una vita doppia, tripla». Invece la scelta dolorosa del divorzio. L’incontro con Azzurra Caltagirone, il viaggio nel Sinai. «Siamo rimasti affascinati dal monastero di santa Caterina, ci siamo detti: se avremo una figlia la chiameremo così. Caterina è arrivata, è la mia terza figlia, ho voluto che nascesse come le altre a Bologna, la mia città. Franco, che ha fama di uomo glaciale, con la nipotina si scioglie. Il rapporto con il padre di Azzurra è affettuoso sul piano personale, e la cosa finisce lì: quando ci siamo conosciuti io ero già presidente della Camera e lui era già Caltagirone». Il ragionamento che sviluppa con i collaboratori è che, se davvero l’Udc fosse irrilevante, i giornali non scriverebbero che Berlusconi ha frenato sulla vicenda degli ostaggi per non lasciarle spazio. Del caso Mastrogiacomo è convinto sia un «pasticcio», di cui però è inopportuno discutere in piazza. «L’idea di una commissione di inchiesta sui sequestri è davvero da repubblica delle banane. Quando toccò a noi occuparcene, Gianni Letta si mosse con straordinario senso dello Stato. Non a caso già l’anno scorso si pensava a lui come candidato a Palazzo Chigi…». Non sarà però sulla questione della leadership o dei rapporti con Berlusconi che Casini incentrerà il congresso. Com’è ovvio, non potrà eludere il nodo delle alleanze. Ma i punti fermi resteranno quelli di sempre. Il partito rimane alternativo alla sinistra; Giovanardi che si candida alla segreteria per impedire che l’Udc vada di là esprime una preoccupazione vana. Però anche i sostenitori del terzo polo rischiano di restare delusi. In queste condizioni il terzo polo è «un’idea astratta. Può diventare una necessità. Un rimedio». Non una strategia. Casini resta convinto che nel ”94 Martinazzoli abbia compiuto un errore: se, d’intesa con Segni, avesse schierato la Democrazia cristiana da una parte, probabilmente Berlusconi non sarebbe sceso in campo. Così come resta convinto che, se l’anno scorso l’Udc si fosse presentata da sola come voleva Follini, sarebbe andata incontro a una catastrofe numerica e politica. La prospettiva semmai è di ristrutturare il sistema politico e solo in caso di fallimento rinegoziare l’alleanza in un quadro nuovo. Con un’altra composizione, e un’altra leadership. Senza fretta, però. «Posso permettermi di aspettare sulla riva del fiume, in attesa che passino le bugie, le contraddizioni». Per vincere, i moderati non potranno prescindere dall’Udc. I moderati; non il centrodestra com’è adesso. Casini è convinto che il sistema politico di oggi vada cambiato, e sia destinato a cambiare. «Non è detto che la normalità in Italia sia impossibile, che saremo ricattati in eterno dagli estremisti di entrambi i campi». I segni di movimento ci sono. La nascita del partito democratico apre uno spazio al centro e crea un interlocutore, da criticare ma con cui confrontarsi. Il referendum elettorale non è un dramma. Anzi, Casini è pronto a cavalcarlo, «a capeggiare il no», a rivendicare la proprietà di un risultato che finirebbe comunque per legittimare il proporzionale; e magari aprire la strada al sistema tedesco, che superi le divisioni artificiali e avvicini le forze omogenee. Tanto la scelta del sistema elettorale non sarà fatta ora, «ma all’ultimo momento». Ai collaboratori Casini confida la sensazione che Berlusconi quasi preferisca un centrodestra normalizzato alla caduta di Prodi. Del resto l’antiberlusconismo gli appare il collante che tiene insieme l’attuale maggioranza. I due strappi – il no al corteo di piazza San Giovanni, il sì alla missione a Kabul – non hanno messo in gioco soltanto il rapporto con il Cavaliere. Forlani lo critica, «ma non ne sono sorpreso: è mio amico, come lo è di Berlusconi». Giovanardi lo attaccherà al congresso, però la fronda interna non è inutile se serve a contenere l’emorragia di consensi verso destra; e poi l’amicizia è solida, se è vero che quando Casini decise di separarsi fu Giovanardi il primo collega a saperlo (due ore di colloquio in macchina, in un parcheggio di Serramazzoni, sotto la neve). Com’è solido il rispetto per gli avversari: «Con Franceschini stiamo invecchiando insieme; ero amico della fidanzata di D’Alema, Giusi Del Mugnaio, ho sofferto con lui quando l’ha persa». Con Follini non si sentono più: quando «un forte sentimento» si spegne, meglio una pausa che una telefonata formale per gli auguri di Pasqua. Più che ad allearsi con lui e con Mastella, preme a Casini rinfrancare il proprio elettorato. «Se siamo al 7% con questo clima, non potremo che crescere».