Monica Guerzoni, Corriere della Sera 13/4/2007, 13 aprile 2007
ROMA – Sciogliere o non sciogliere? il dilemma lessicale che angustia i leader dell’Ulivo, la sfida che divide Francesco Rutelli da Piero Fassino
ROMA – Sciogliere o non sciogliere? il dilemma lessicale che angustia i leader dell’Ulivo, la sfida che divide Francesco Rutelli da Piero Fassino. E non è l’unica. Perché il presidente della Margherita riapre su Panorama la contesa sulla collocazione in Europa del Partito democratico: gli eurodeputati riformisti dovrebbero vestire fino al 2009 una «doppia casacca» e tenere in tasca sia la tessera del Pse (o quella dell’Adle), sia la tessera di un nuovo «network», che tempo due anni diverrebbe «la nostra unica famiglia». Un’idea che ha gelato Fassino, il quale due giorni fa era a Bruxelles per incontrare i vertici del Pse. E chissà se è vero che il segretario abbia provato a tranquillizzare Rasmussen e Schulz, preoccupati dai sondaggi e timorosi di perdere pezzi... Problemi anche in Italia, dove gli ebrei chiedono di riparare alla «gaffe» del Manifesto riformista che li ha dimenticati e dove gli addetti alle segrete cose uliviste cercano una soluzione all’altra questione aperta, i tempi di scioglimento. Chiudendo il congresso, Rutelli (che sogna un Pd al 30 per cento) dirà che l’esperienza della Margherita finisce lì e inizia la storia del Pd. Ma Fassino, nel tentativo estremo di scongiurare la scissione, ha giurato che il battesimo del nuovo Ulivo non coincide con l’estrema unzione della Quercia e dunque la parola «scioglimento» è tabù. La soluzione del caso è affidata ai coordinatori Antonello Soro e Maurizio Migliavacca, che entro martedì dovranno mettere nero su bianco anche il sesto e più controverso punto del dispositivo comune, il testo che Fassino e Rutelli leggeranno dai rispettivi palchi sul calar del sipario delle assise. «Con i congressi – rimanda il problema il ds Migliavacca – si apre la fase costituente, alla fine della quale nascerà il Pd». Soro conferma e smentisce polemiche: «Siamo d’accordo da tempo. Non ci sciogliamo subito, l’attività dei partiti cessa il giorno in cui comincia a vivere il nuovo soggetto». Sei dunque i passaggi del dispositivo. Il primo impegna i delegati a dar vita al Pd, il secondo dice che il Manifesto sarà votato, emendato e licenziato dall’Assemblea costituente. Il terzo convoca a ottobre l’elezione della Costituente. Il quarto conferisce a organismi eletti ad hoc le decisioni patrimoniali. E il quinto delibera la nascita di un coordinamento composto da rappresentanti dei partiti fondatori e da «un’ampia rappresentanza di personalità della società civile». L’idea di offrire ai cittadini un terzo delle caselle ha fatto arrabbiare molti, anche nella Margherita, dove la questione, sollevata da Rino Piscitello, è stata oggetto di scontro nella direzione di ieri. Rutelli ha confermato le modifiche allo statuto, prezzo della pace con Franco Marini: rafforzamento dei poteri del coordinatore (che nominerà tesoriere e responsabile della comunicazione su proposta del presidente) e passaggio delle prerogative del congresso all’Assemblea federale. «Rutelli ha ratificato il suo commissariamento» è stato il commento di Willer Bordon, che ha disertato la direzione in vista del controcongresso ulivista. E a sera in piazza Santi Apostoli Arturo Parisi riunisce i suoi, conferma che andrà al congresso da privato cittadino e propone di modificare il dispositivo: «L’adesione dovrà essere individuale». Il suo malessere Parisi lo ha confidato all’Espresso, dove ha ammesso «l’errore» di non aver presentato una propria mozione, perché senza una vera sfida il congresso si è ridotto ad «accordo di convenienze tra Rutelli e i popolari». Sulla leadership Parisi promuove Fassino («aprirebbe una stagione nuova»), ma boccia il candidato unico: il segretario dovrà vedersela con altri, Prodi compreso. Fassino ci resta male e rende la cortesia, imputando a Parisi e Veltroni, pur senza nominarli, le fosche previsioni di queste ore: «Non mi stupisco che i sondaggi vadano male se alcuni dirigenti dicono ogni giorno che il Pd è una brutta cosa».