Varie, 13 aprile 2007
GAZZETTA 14 APRILE 2007
per GIORGIO. Giovedì mattina a Milano, zona Paolo Sarpi, un diverbio tra due vigilesse e la ventiseienne Ruowei Bu ha scatenato tre ore di scontri tra cinesi e polizia, con cariche, manganellate, un’auto dei vigili urbani gravemente danneggiata, un’altra vettura rovesciata, 14 feriti tra i vigili e chissà quanti tra i manifestanti, che in buona parte hanno preferito non andare in ospedale. Da giorni la comunità cinese era in subbuglio per la guerra dichiarata dal Comune al carico e scarico delle merci, con i vigili urbani a multarli per violazione del codice della strada con il pretesto dell’occupazione abusiva del suolo pubblico.
1 Il quartiere dove sono avvenuti gli scontri è la Chinatown milanese?
Una piccola Pechino, piuttosto, perché nelle Chinatown di una volta nessuno avrebbe tirato fuori la bandiera rossa della Repubblica popolare: gli immigrati, fuggiti dal comunismo, si riconoscevano più facilmente in Taiwan, in Hong Kong. Ma nella sostanza cambia poco: come a Manhattan i negozi di Chinatown hanno divorato Little Italy, così a Milano i cinesi hanno conquistato il loro spazio metro per metro. Nel quadrilatero tra via Sarpi e via Bramante ci sono i negozi, ma la maggior parte abita tra via Padova e via Monza, i più ricchi in viale Majno nei palazzi ottocento con il marmo tirato a lucido. La loro zona è quasi completamente cinesizzata, e se un italiano vuole continuare a viverci deve accettare questa situazione.
2 Quanti cinesi ci sono in Italia?
Secondo i dati Istat del 2006 quelli iscritti all’anagrafe sono 128mila. Molti meno di albanesi, marocchini e rumeni, per dire, le cui comunità superano quota 300mila. A Milano i residenti ufficiali sono 13mila, ai quali bisogna aggiungere un altro 15% di clandestini. Filippini ed egiziani sono più numerosi, ma i cinesi sono gli unici che hanno un certo equilibrio tra uomini e donne, loro vengono da noi con tutta la famiglia, e infatti hanno un’alta percentuale di giovani, spesso nati in Italia. In più hanno una grande forza imprenditoriale: il datore di lavoro dei cinesi è sempre un cinese.
3 Come è che in Italia i cinesi diventano immortali?
Dev’essere l’aria, visto che a Milano, per dire, dal primo gennaio 2000 ne sono morti solo 30. Loro si irritano per le nostre leggende metropolitane sulla scomparsa dei cadaveri, rispondono che per antica consuetudine tornano a morire nella terra d’origine. O perlomeno vi tornano da cadaveri: nel suo best seller Gomorra, lo scrittore Saviano racconta di container pieni di cinesi morti destinati ad essere sepolti in patria. La maggior parte proviene dalle province costiere del Fujian e dello Zhejiang, due fra le zone più ricche della Cina. Questo spiega i giacimenti di risparmio, le reti di finanziamento invisibili, il talento commerciale e imprenditoriale. Per questo si sentono diversi dagli ”altri”, dall’immigrazione nordafricana o balcanica.
4 I cinesi finiranno per occupare altre città come già hanno fatto a Milano?
Le imprese cinesi crescono, dal 2000, con una media di circa 4000 unità all’anno, occupando interi quartieri di città italiane. Solo a Roma si calcola che delle 5000 attività commerciali della zona intorno all’Esquilino poco meno di 4500 siano ormai in mano ai cinesi, che si specializzano nel settore alimentare e dell’abbigliamento, seguendo una predisposizione che li caratterizza in tutto il mondo. Quel che rende particolarmente delicata la questione degli immigrati cinesi, è che in questo caso non possiamo assolutamente irritare la loro madrepatria. Il governo e la stampa di Pechino si sono subito mostrati attentissimi a quel che è successo a Milano, il console ha protestato vivacemente ed il ripetersi di situazioni spiacevoli come quelle dell’altroieri potrebbe innescare ritorsioni contro le nostre imprese, che certo non possono correre il rischio di essere penalizzate su quello che nei prossimi decenni sarà con tutta probabilità il mercato più importante del mondo.
5 Cosa si può fare per facilitare l’integrazione dei cinesi in Italia?
Il nodo centrale è la scuola, che non appare attrezzata per far fronte all’inserimento massiccio di giovani stranieri, che sono poi, dato anche il tasso di natalità, una buona parte degli italiani di domani. nella scuola che il progetto d’integrazione di una società aperta si realizza oppure fallisce. Dal punto di vista economico, già vediamo che gli imprenditori cinesi che in Italia hanno avuto più successo sono quelli che si sono alleati con gli italiani, tipo Xu Qiulin, il primo cinese a entrare nella Confindustria italiana. Quanto al racket della droga e della prostituzione, alla criminalità che taglieggia i commercianti in una situazione che a qualcuno ricorda la situazione degli italo-americani nella Chicago di Al Capone, la storia insegna che c’è una sola soluzione: dotarsi al più presto di vigili e poliziotti cinesi.