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 2007  aprile 11 Mercoledì calendario

Lewitt Sol

• Hartford (Stati Uniti) 9 settembre 1928, New York (Stati Uniti) 8 aprile 2007. Artista • «[...] Protagonista indiscusso dell’arte contemporanea [...] Nonostante la notorietà e la stima di cui si circondava, l’impareggiabile prolificità, la presenza considerevole in musei e gallerie, in spazi pubblici e dimore private, Sol LeWitt era l’anti-star per eccellenza: timido e schivo, detestava essere al centro dell’attenzione; rifuggiva le inaugurazioni, soprattutto le sue, e ogni altra occasione mondana. Amava trascorrere il tempo nello studio, quello ampio e luminoso nel bosco di Chester, dove abitava, o quello nel centro di Spoleto dove, dal 1980, trascorreva i lunghi mesi estivi con la famiglia. Eppure, la sua umanità e disponibilità erano proverbiali, come pure la capacità rara di coniugare il rigore e l’inflessibilità dei principi, artistici non meno che etici e politici, con la sorprendente libertà e spregiudicatezza degli esiti. Nato ad Hartford in Connecticut nel 1928 da genitori emigrati dalla Russia, si trasferisce a New York nel 1953 dopo aver conseguito il diploma artistico alla Syracuse University. Insoddisfatto del lavoro come grafico presso lo studio dell’architetto I.M.Pei, inizia a disegnare d’apres i maestri, soprattutto Piero della Francesca. Tratti veloci estraggono dalle figure l’essenza spaziale e volumetrica, esasperando la ieratica impersonalità del maestro di Arezzo. Alla fine degli anni Cinquanta, del resto, l’espressionismo astratto ha ormai esaurito la sua spinta propulsiva e gli artisti della generazione di LeWitt tentano di rifondare il processo artistico su basi oggettive e scientificamente verificabili. Il riferimento sono i quadri a strisce di Frank Stella che riducono la composizione illusionistica e relazionale alla ripetizione di strisce tutte uguali e parallele al supporto. Dopo le ”Strutture” del 1962, sorta di quadri tridimensionali aggettanti dalla parete e dal pavimento, LeWitt approda nel ’66 alle ”Strutture Modulari”: assunto il cubo come matrice, lo moltiplica nello spazio uguale a se stesso in infinite configurazioni. L’ispirazione è nella griglia indifferenziata della metropoli americana, mentre l’altezza variabile ne evoca lo skyline ricco e articolato. ”Quando un artista utilizza una forma di arte concettuale vuol dire che tutto il progetto e tutte le decisioni vengono prese anticipatamente e che l’esecuzione si riduce a un fatto meccanico. L’idea diventa una macchina che realizza l’arte”: così esordiscono i Paragrafi sull’arte concettuale del ’67 che proclamano il primato dell’ideazione sull’esecuzione. Ma, a differenza dei concettuali ortodossi che riducono l’arte alla sua definizione linguistica, LeWitt mette le mani avanti: l’arte concettuale è ”intuitiva”, gli artisti concettuali sono ”mistici piuttosto che razionalisti”. Dopo essersi sbizzarrito con le strutture modulari e seriali nello spazio, nel ’68 LeWitt torna al disegno eseguendo di suo pugno il primo disegno murale (wall drawing). ”Volevo fare un’opera d’arte che fosse il più bidimensionale possibile”, proclama nel decalogo del 1970. Linee sottilissime a matita, orientate in quattro direzioni, si identificano totalmente con il supporto murario. Da allora ”l’artista concepisce e progetta il disegno murale: esso è realizzato dai disegnatori”. Da allora LeWitt riserva a sé la concezione del disegno per affidare a schiere di assistenti la loro esecuzione. La timidezza e discrezione iniziali hanno però vita breve: dopo l’inventario di linee, archi, cerchi e griglie, in bianco e nero, il cimento con l’architettura conosce dalla metà degli anni ’70 un crescendo impetuoso: dalle forme geometriche ai ”disegni isometrici”, cubi, piramidi, parallelepipedi, tronchi di piramide; dalle ”forme complesse”, ”continue”, ”inclinate” alle ”piramidi asimmetriche” che dilagano sulle pareti ignare di ostacoli e cesure; mentre il colore si arricchisce delle gamme degli inchiostri sovrapposti in misteriose e affascinanti miscele. Senza derogare mai al presupposto iniziale della bidimensionalità. ”Una delle lezioni che ho appreso dai pittori di affreschi del Quattrocento italiano è stato il loro senso della superficie piatta in cui non veniva usata la prospettiva lineare ma un sistema di prospettiva isometrica che appiattiva le forme”: così LeWitt, che ha esposto in Italia con regolarità dalla fine degli anni ’60, continuerà a riconoscere fino alla fine il suo debito verso l’arte e gli artisti italiani. [...]» (Adachiara Zevi, ”Corriere della Sera” 10/4/2007).