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 2007  aprile 08 Domenica calendario

Seguo il dibattito sul referendum, leggo di conseguenze positive o negative, di motivazioni per il sì o per il no; però non ho mai letto, né ho trovato su Internet, il testo del quesito referendario

Seguo il dibattito sul referendum, leggo di conseguenze positive o negative, di motivazioni per il sì o per il no; però non ho mai letto, né ho trovato su Internet, il testo del quesito referendario. Forse mi è sfuggito. Potrebbe farmelo conoscere, tanto per farmene un’idea con la mia testa? Ricciotti Pulié rpuliearchitetto@virgilio.it Quando si parla di leggi elettorali occorrerebbe sempre ricordare: 1) che non esiste un sistema che sia, in assoluto, migliore degli altri. Molto dipende dal contesto storico, dal quadro costituzionale, dalla tradizione politica di un Paese, dal numero e dalla natura dei partiti politici in lizza. 2) che la legge elettorale è uno strumento e, dunque, vanno prima definiti con chiarezza i fini che si vogliono perseguire: esaltare la rappresentatività; potenziare la stabilità e l’autorevolezza del governo; favorire l’alternanza; selezionare una classe politica in grado di esprimere le esigenze e le aspirazioni dei cittadini; o un mix di tutto ciò. Solo dopo avere chiarito gli obbiettivi, si potrà ragionare efficacemente sui modi migliori per raggiungerli. 3) Poiché è inevitabile che qualunque riforma vada a detrimento di qualche partito e a favore di qualcun altro, è necessario trovare un ragionevole compromesso tra l’esistente e il nuovo che si vorrebbe introdurre attraverso la modifica dei meccanismi elettorali. La forza del referendum (con tutti i limiti che derivano dalla sua natura esclusivamente abrogativa) sta proprio nel fatto che sottrae la materia al gioco dei partiti e dei loro rapporti di forza, per dare la parola ai cittadini, più propensi – almeno sulla base delle esperienze sin qui avute – ad adottare soluzioni di sistema, nell’interesse del Paese. Carlo Giulio Lorenzetti Bologna Cari Pulié e Lorenzetti, è vero che il referendum restituisce la parola ai cittadini. Ma la loro libertà di scelta, nel caso dei referendum abrogativi, si esercita soltanto nell’ambito molto ristretto della legge esistente. Non è interamente vero quindi, caro Lorenzetti, che il referendum sottrarrà «la materia al gioco dei partiti e dei loro rapporti di forza». Quando andremo a votare, se il Parlamento prima di allora non approverà una nuova legge elettorale, saremo costretti a lavorare di bisturi su quella voluta del governo Berlusconi per compiacere Pier Ferdinando Casini. Il testo che lei mi chiede di pubblicare, caro Pulié, si compone di due parti principali. Quella che concerne la Camera dei Deputati comincia con la formula rituale (Volete voi che sia abrogato il Decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, eccetera eccetera) e si compone di una quarantina di quesiti. Quella che concerne il Senato comincia con una formula analoga (Volete voi che sia abrogato il Decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533, eccetera eccetera) e si compone di 24 quesiti. Vi è infine una terza parte: «Volete voi che sia abrogato il Decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361 (...), limitatamente alle seguenti parti eccetera eccetera». Esiste un sito in cui potrete trovare maggiori notizie (www.referendumelettorale.org/referendum00/home.asp). Ma è impossibile che l’elettore, quando sarà di fronte a questi quesiti nel segreto dell’urna, abbia una idea della legge che il suo «sì» contribuirà ad assemblare. Dipenderà dagli organizzatori, quindi, spiegare agli italiani quali saranno gli effetti della nuova legge. Nelle loro interviste Giovanni Guzzetta, Mario Segni e gli altri firmatari della proposta hanno spiegato che si propongono di impedire la nascita di coalizioni fra partiti che si uniscono per incassare il premio di maggioranza, ma sono divisi da dissensi che verranno inevitabilmente alla luce dopo il voto. Se vincono i sì, il premio di maggioranza viene attribuito solo alla lista singola (e non più alla coalizione di liste) che abbia ottenuto il maggior numero di seggi. Si spera che i partiti «vicini», in tal modo, vengano indotti a fondersi per creare una nuova formazione e che si apra per il sistema politico italiano la prospettiva del bipartitismo. Con il terzo quesito invece i promotori del referendum desiderano evitare le candidature multiple. Chi è eletto in più di un collegio infatti è «signore del destino di tutti gli altri candidati», la cui elezione dipende in ultima analisi dalla sua scelta. A mio avviso sono buone riforme, meritevoli di essere approvate. Peccato che per fare qualcosa di buono in Italia occorra servirsi di strumenti bizantini come la forma assunta dal referendum abrogativo negli ultimi decenni. Felici i Paesi in cui gli elettori, quando vanno alle urne, possono fare scelte semplici e chiare.