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 2007  aprile 08 Domenica calendario

CATANIA

Altro che Achille Lauro con le sue banconote tagliate e le scarpe spaiate, una prima delle elezioni l’altra a risultato acquisito. A Catania quel che è stato dato prima del voto deve essere restituito subito dopo. E’ la beffarda situazione in cui si trovano i circa quattromila dipendenti comunali che il 13 maggio 2005, esattamente due giorni prima delle elezioni che portarono alla riconferma del sindaco Umberto Scapagnini, beneficiarono di un contributo a pioggia per i danni provocati dalla cenere vulcanica durante l’eruzione dell’Etna del 2002.
Somme oscillanti tra i 300 e 1.300 euro erogate in gran fretta mentre si allestivano i seggi elettorali. Un escamotage che, secondo lo sconfitto di allora Enzo Bianco, influì sul risultato delle elezioni. Alla fine ebbe la meglio il medico personale di Berlusconi che riuscì così a difendere quello che era diventato «l’ultimo avamposto del centrodestra» e probabilmente salvò anche il governo nazionale.
Per quella sua generosità pre-elettorale Scapagnini e la sua ex giunta sono ora sotto processo per abuso d’ufficio, continuato ed aggravato, e reato elettorale.
L’altro ieri, il primo cittadino si è presentato sul banco degli imputati ed ha avuto ben altro a cui pensare che ai suoi quattromila dipendenti che invece stanno toccando con mano quel che si temeva: il Comune ha infatti cominciato a trattenere in busta paga le somme indebitamente erogate prima del voto. Unica concessione: la restituzione dilazionata in 24 mesi.
Chiaramente Scapagnini dice di non avere alcuna colpa, né per i contributi elargiti nel 2005 né per la restituzione chiesta oggi: «E’ un obbligo». Infatti, qualche mese dopo le elezioni la Protezione civile chiarì con una circolare che Catania non rientrava tra i comuni beneficiari delle agevolazioni per l’emergenza cenere. In realtà la questione era controversa anche prima, ma pur di dare quei soldi il sindaco si lanciò in autentiche acrobazie contabili. Oltre 3 milioni di euro vennero erogati a titolo di «pagamento di interessi su quanto i dipendenti avevano indebitamente versato all’Inpdap» e fatti «gravare sui capitoli di bilancio destinati ai futuri versamenti alla stessa Inpdap».
Insomma, alta finanza creativa sulla quale sollevarono perplessità lo stesso istituto di previdenza e alcuni funzionari comunali.
«Ma perché tanta solerzia?», hanno chiesto i pm Ignazio Fonzo e Francesco Puleio.
«Perché c’era una pioggia di ricorsi contro il Comune – si è difeso Scapagnini – e i sindacati continuavano a protestare».
E quanto fossero pressanti le proteste lo raccontano le date. La delibera viene approvata il 12 maggio, tre giorni prima delle elezioni. A quel punto si potrebbe pensare che è fatta: i dipendenti troveranno le spettanze extra nella busta in pagamento il 27. E invece no. Con una disposizione personale il sindaco intima alla ragioneria di versare i soldi immediatamente. E in effetti questo avviene con tempi svizzeri il giorno dopo, il 13 maggio, venerdì, ultimo giorno utile prima del voto.
«Perché?», chiedono ancora i pm. «C’erano grosse preoccupazioni di ordine pubblico – dice il sindaco – avevamo saputo che i dipendenti minacciavano proteste clamorose».
Risultato: il contributo viene erogato. Ma due mesi dopo si scopre che quelle somme non erano dovute e ora vanno restituite.
Ma le stranezze non finiscono qui e coinvolgono anche il direttore dell’ufficio per i poteri speciali, l’ingegnere Tuccio D’Urso, stretto collaboratore di Scapagnini, che nel 2006 aveva lasciato l’incarico per candidarsi alle elezioni regionali. Nonostante gli spot all’americana, D’Urso non viene eletto. Intanto a Scapagnini, siamo a fine 2006, vengono rinnovati i poteri speciali per l’emergenza traffico e il 16 gennaio 2007 nomina alla guida del relativo ufficio l’ingegner Persico. Esattamente due giorni dopo D’Urso si presenta in Procura per rendere dichiarazioni spontanee sulla vicenda cenere. «C’era una preoccupazione del sindaco – dichiara – su come avrebbero votato i dipendenti comunali che risiedevano per la maggior parte a Catania, anche perché in quel momento i sondaggi lo davano in svantaggio rispetto al suo avversario».
Il 28 gennaio la sua deposizione viene depositata e, come per magia, quattro giorni dopo Persico si dimette e D’Urso è richiamato alla guida del suo vecchio ufficio. In aula, l’ingegner D’Urso ha confermato le precedenti deposizioni, ma ha tentato di ammorbidirne i toni: «Erano considerazioni di ordine generale».
Opinioni in libertà, insomma, che aveva sentito il bisogno urgente di andare a raccontare ai magistrati.