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 2007  aprile 08 Domenica calendario

ABU DHABI

«Quattro case – ricorda padre Eugenio, cappuccino della Verna – quando arrivai ad Abu Dhabi c’erano 4 case e 3 camionette, quelle dei primi tecnici inglesi del petrolio. Il resto, sabbia e daini, e pescatori di perle. Sono passati 50 anni, e io sempre qui. Ma ora, oh, guardati un po’ intorno!». Ora, scintillano i 1.002 lampadari di cristallo dell’Emirates Palace, albergo da 2,5 miliardi e mezzo di euro, e la sua cupola rivestita di lamine d’oro. Ora ronzano le città Internet nel deserto, immense oasi digitali dove sfrecciano i bit e però ancora ciondolano i cammelli, fra uno stabilimento Ikea e una bottega Sindbad
dove si cuciono briglie e sellami.
Ora vibrano i cantieri, nelle isole su cui stanno nascendo la seconda più grande moschea del mondo, il più grande fra tutti i musei Guggenheim, il secondo Louvre, la seconda università della Sorbona, 100 alberghi, e grattacieli da 80 piani, e il parco tematico della Ferrari. Che, della nuova metropoli, dal 2009 sarà un perno centrale: piste Formula Uno, simulatori da 350 km all’ora e laboratori di design, ma soprattutto un palcoscenico – piazzato sul Tropico – della creatività italiana. E insieme, la conferma del fortissimo interesse arabo per le tecnologie più avanzate: interesse finanziario ma anche culturale, voglia e capacità di «correre» in prima persona, e non si parla solo di ruote e volanti. La Ferrari, per gli sceicchi del 2007, non è più solo un gingillo di lusso: ma una sfida d’impresa, cui partecipare (e infatti da 3 anni, attraverso una sua società, il governo di qui ha una quota del 5% nella casa italiana).
Tutto ciò accade in quella che il giornale Fortune
chiama «l’altra Xanadu, la città più ricca del globo», sulla Costa dei Pirati: Abu Dhabi, «padre dei daini» (da dheeba, appunto «cervo» o «daino»), capitale dei 7 Emirati Arabi, un decimo del petrolio mondiale, 9 decimi del petrolio degli stessi Emirati. L’altra Xanadu, va bene, chissà. Ma non la seconda Dubai, questo no: Abu Dhabi, dicono i suoi capi, non sarà mai un’altra Dubai né tanto meno Las Vegas. Abu Dhabi vuol dire la seconda-terza generazione degli Emirati, la nuova perla da cercare nel Golfo: dove il soldo c’è, eccome, ma il sogno è tutto diverso. Perché Dubai fu il business, lo scambio, il genio del mercante arabo che oggi carica Ipod e schermi ultrapiatti sui suoi dhow, i barconi medievali, con i sacchi di noci moscate e riso byriani che caricava già 10 secoli fa, sfuggendo ai pirati somali che ancora infestano queste acque. Dubai è apparsa in un lampo, dice un suo vecchio amante di nome Paulo Coelho, «come miracolo futuristico impossibile da afferrare»; ed ha volato sulle ali di uno strano ibrido, chiamato turismo milionario di massa. Abu Dhabi, fino a ieri sonnacchiosa e appartata, punta su altro: ambiente, cultura, ricerca. Queste sono le nuove perle che dovranno cercare i suoi antichi pescatori. Che chiamano qui Frank Gehry, dal Guggenheim di Bilbao. Ma anche agronomi, climatologi, genetisti, per fare università e parchi scientifici: scommessa forte, rivoluzione già iniziata.
«Vuole capire come?
Dia un’occhiata qui». Faraj Hassan Ahmed Al Mazrouei, ingegnere agricolo e direttore del Dipartimento Verde Pubblico, indica le mappe che coprono le pareti del suo ufficio, i piani urbanistici della metropoli per i prossimi anni. Blocchi rosa – grattacieli – ma soprattutto macchie verdi che li dividono e li circondano, allargandosi ovunque: «La green explosion, l’esplosione del verde e dell’ossigeno. Camminare per ore nell’ombra e nella tranquillità: ogni 300 appartamenti, grandi aree verdi tutte collegate fra loro, per portare la gente giù dalle auto, per aiutarla a muoversi e a socializzare». Percorsi di 5, 7, 10 chilometri di fila progettati per chi vorrà camminare, meditare, parlare con gli altri. Cioè per un popolo che in pochi anni ha lasciato il cammello per il fuoristrada, da cui non può o non sa più staccarsi, e perciò sta già pagando un prezzo: «Sì, la visione che ebbe un tempo il nostro Sceicco Zayed diventa realtà oggi. Perché oggi abbiamo motivi precisi e impellenti: siamo i primi al mondo per i malanni causati dall’ipertensione, i secondi per diabete e obesità, dopo gli Usa. Ci muoviamo troppo poco: problema medico, culturale e sociale, come sapete bene anche voi. I nostri bambini sono pieni di energia da sfogare: ma dove, quando, come?».
Ecco dunque la cura: «Non è solo questione di palestre, o di jogging. Vogliamo uscire dalle auto e da casa, ribaltare il concetto della vita quotidiana, stimolare il pensiero insieme con i muscoli, riconquistare il nostro tempo. Investiremo miliardi per riconciliarci con la natura. E per reagire ai mutamenti del clima: basta guardare Google Earth, le città del domani sono protette da cinture di verde contro la sabbia che avanza...».
Ma come portare verde e ossigeno nel deserto, a 40-50 gradi? «Con le nostre piante native: palme, mangrovie, erbe resistenti alla siccità, e modificate geneticamente per rafforzarle ancor più. Sfrutteremo, come già facciamo, l’acqua riciclata. Ma anche quella del mare: sono molto avanti gli studi su piante Ogm che possono germogliare e svilupparsi grazie all’acqua marina non desalinizzata. In due parole: guadagneremo, e spenderemo, per vivere sempre meglio».
«E pure questo, lo sa? Pure questo lo diceva già il nostro Sceicco Zayed, padre del principe Mohammed – aggiunge da un altro palazzo poco lontano Ibrahim Al Abed, direttore dell’agenzia di stampa degli Emirati - . Diceva che il denaro serve a ben poco, se non è usato per il benessere e la salute dei cittadini».
Era cinquant’anni anni fa. Quando Abu Dhabi, luogo «padre dei daini», aveva 4 case, e il resto era tutto sabbia. Quando lui, il giovane Sceicco Zayed, ogni tanto passava di sera a trovare il suo amico «father Eugene», padre Eugenio Mattioli: «Hai piantato nuovi fiori? – gli chiedeva – fammi vedere». Poi sedevano insieme, a guardare quei fiori e a fantasticare un po’.