Aldo Cazzullo, Corriere della Sera 8/4/2007, 8 aprile 2007
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
WASHINGTON – «Io credo che la diversa posizione sulla pena di morte dell’Europa e degli Stati Uniti sia dovuta in gran parte alle loro diverse esperienze. In Europa, negli ultimi cento anni alcuni vostri governi si macchiarono di abusi tali da farvi perdere la fiducia in istituti come la giustizia e in particolare la sentenza capitale. Ma negli Stati Uniti la maggioranza della gente conserva la fiducia nei governi, sia quello federale che quelli statali. E con qualche eccezione, errori grossolani a esempio, li appoggia quando applicano la legge».
Michael Novak è un conoscitore dell’Italia e un maestro del pensiero cattolico conservatore americano. Dichiara che la pena di morte non è sempre segno della inciviltà o della barbarie di una società: «Può esserlo, e può non esserlo. Dipende dall’etica, la politica, il costume, la sicurezza, e così via. Allo stesso modo una società che esclude la sentenza capitale può essere e può non essere la più civile e avanzata». Il filosofo dell’American enterprise institute difende il modello Usa: «L’Europa sembra ignorare che in prevalenza da noi la pena di morte è vietata».
Ma la avete ripristinata a livello federale.
«Su questa decisione hanno influito il terrorismo, gli eccidi per droga e altri fattori. Ma essa attiene a casi molto limitati. All’atto pratico, la nostra Costituzione prevede la condanna a morte ma lascia gli Stati liberi di imporla o proibirla. E in maggioranza essi la proibiscono non è così diffusa come pensate».
In anni recenti però le esecuzioni sono aumentate.
« vero, ma adesso stanno scendendo, perché si teme che siano stati giustiziati anche innocenti, cosa che ha suscitato forti reazioni. Due o tre Stati tra cui l’Illinois hanno introdotto una moratoria delle esecuzioni. Dovete inoltre pensare che l’iter del ricorso del condannato a morte è di solito molto lungo, e in prevalenza si conclude con una commutazione della condanna in ergastolo».
Ciò nonostante, l’immagine degli Stati Uniti è quella di un Paese spietato.
«Il Paese si è sempre lacerato sulla terribile questione della pena di morte. Ho amici intimi in entrambi i campi. Uno, il sociologo Peter Burger, si professa abolizionista per un principio morale. Un altro, il costituzionalista William Bears, propugna la sentenza capitale ma soltanto per i crimini più atroci. Nessuno la comminerebbe senza tormento né riflessione».
Lei con chi è d’accordo?
«Forse si dovrebbe giudicare caso per caso. In quelli più gravi, ripetitivi, o quando ci fosse una epidemia di omicidi in uno Stato, in circostanze eccezionali insomma, la pena di morte potrebbe essere nell’interesse comune, un segnale alla popolazione che viene fatta giustizia».
Avrebbe un valore di deterrente?
«So che voi europei non ci credete, ma a volte lo ha, è un freno in più. Serve anche a rassicurare la gente. Non bisogna tuttavia abusarne».
Perché concedete la grazia così di rado?
«La grazia è a discrezione del presidente e a livello statale dei governatori. Ma ci devono essere motivi precisi per vanificare le sentenze della magistratura».
Che cosa pensa della dimostrazione in Italia?
«Voi italiani siete fermamente schierati, ma dubito che tutti gli europei siano sulle vostre posizioni. Magari mi sbaglio, ma in qualche Paese il pubblico mi sembra meno contrario alla pena di morte di quanto lo siano i governi. Non ci sono stati dei sondaggi in merito?».
Lei approvò l’esecuzione di Saddam Hussein?
«Sì, perché dimostrò al Medio Oriente che anche in Paesi in preda a tremende crisi come l’Iraq la giustizia è eguale per tutti. Ma non proporrei come regola generale che tutti i tiranni vengano giustiziati. Talora, non sempre, sarebbe un bene se lo fossero».