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 2007  aprile 08 Domenica calendario

MILANO

Nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di Beniamino Andreatta, nonostante le sollecitazioni, Giovanni Bazoli si è voluto raccogliere nel silenzio. Ora però accetta l’invito a parlarne. «Oltre a ricordare un amico che per me era diventato come un fratello maggiore – dice Bazoli – mi pare giusto anche rendere un tributo e far conoscere a tutti la parte che lui ha avuto nella nascita di una delle banche da cui è originata l’attuale Intesa Sanpaolo. E so che la stima e la gratitudine nei suoi confronti è condivisa con la stessa intensità dai vertici del San Paolo. Le commemorazioni ufficiali hanno messo in luce il profilo politico e scientifico di Nino Andreatta, il suo magistero accademico, la molteplicità delle opere da lui promosse. Io voglio qui ricordare soprattutto la persona, anche in quegli aspetti più dimessi, che sono i primi che riaffiorano alla memoria e ci restituiscono più viva e vera la sua figura umana, insieme alla sua immagine fisica. La grandezza di un uomo è rivelata anche dai comportamenti apparentemente minori, che si manifestano nella quotidianità. in questa dimensione intima, confidenziale che io ho sempre ammirato la purezza e la generosità di Nino Andreatta. Fin da quando l’ho conosciuto da giovane alla Cattolica, dove eravamo entrambi assistenti».
La casa a Milano
«Nessuno dei due si era laureato a Milano. Io ero appena arrivato, lui si preparava alla libera docenza. Insieme affittammo un piccolo appartamento in via Durini, in casa Toscanini. Le distrazioni e le eccentricità hanno contrassegnato tutta la vita di Nino, ma allora erano più accentuate, perché da giovane non si sforzava affatto di controllarle. La convivenza con lui riservava ogni giorno situazioni imprevedibili. Ricordo quel giorno che ci trovammo chiusi in casa, impossibilitati a uscire perché l’appartamento aveva una serratura particolare: anche per uscire occorreva la chiave, che naturalmente Nino aveva perso. Avevamo entrambi impegni pressanti ed eravamo senza telefoni. Allora Nino si mise a cavalcioni sul davanzale della finestra per richiamare l’attenzione di chi passava sulla via, al di là del cortile, finché ci fu chi lo scorse e, allarmato, si adoperò per farci "liberare". Un’altra volta, in ritardo nella consegna del suo primo libro per il concorso, entrò di corsa e tutto trafelato dall’editore e si schiantò contro una vetrata: le bozze finirono sul marciapiedi. Dovette essere ricoverato e riapparve tutto incerottato, ma il libro vide la luce in tempo». Ricorda Bazoli che Andreatta «non sapeva trattenersi dalle battute fulminanti e anche dalle provocazioni. Ma se avvertiva di aver ferito l’interlocutore se ne dispiaceva profondamente e cercava sempre di rimediare. Con gli anni si era imposto un maggior autocontrollo. stato infatti un ministro di grande serietà e rigore professionale. Una volta gli feci notare che di lui si diceva scherzosamente (con toni affettuosi da chi lo amava come Moro, con scherno da altri) che per ogni problema Andreatta era in grado di escogitare e proporre almeno una decina di soluzioni. "Ora", gli dissi, "sei diventato più saggio e istituzionale: sei capace di limitarti a un’idea o due"».
«Ho conosciuto sua moglie Giana da ragazza. Si erano appena fidanzati. Passammo insieme alcune domeniche sul Garda. Il rapporto si è un po’ allentato quando lui, dopo il matrimonio, partì per l’India dove aveva avuto l’incarico di consigliere economico di quel governo. La svolta decisiva nella nostra frequentazione avvenne nel 1982, per effetto del mio coinvolgimento nella vicenda dell’Ambrosiano. Posso dire che da allora, fino al momento del suo malore, non c’è più stata decisione importante di lavoro che io abbia preso senza essermi prima consultato con lui. In certi periodi ci sentivamo anche più volte al giorno. Negli ultimi anni, poi, da quando io ho perso mio fratello Luigi, la vicinanza si era fatta ancor più stretta: il rapporto si era fatto davvero fraterno. Si era anche presa l’abitudine di trascorrere insieme le vacanze estive».
«Già nei primi mesi dell’82, Andreatta mi aveva reso partecipe delle sue forti preoccupazioni per la sorte dell’Ambrosiano e della Rizzoli. Me ne parlava, chiedendo una mia valutazione, anche se io c’entravo poco o nulla». Il racconto di come Andreatta decise – d’accordo con Ciampi ma dovendo superare durissime resistenze anche all’interno del suo partito – la liquidazione del Banco Ambrosiano attende ancora di essere scritto. Sappiamo invece quanto accadde la sera di inizio agosto in cui nel grande salone delle assemblee della Banca d’Italia si riunirono il ministro Andreatta, il governatore Ciampi con i membri del Direttorio e i rappresentanti delle sette banche (tra cui le provinciali come la San Paolo di Brescia) che avevano accettato la proposta respinta dalle grandi banche di interesse nazionale: farsi carico del Banco Ambrosiano dopo il crac di Calvi. «Quando fu annunciato il nome del presidente, tutti si guardarono intorno. Nessuno sapeva chi fossi. Toccò a me interrompere il lungo momento di silenzio che era seguito. "Bazoli sono io. Ma non ho ancora accettato. Ho anzi molte riserve". Alla fine della riunione Ciampi e Andreatta mi presero sotto braccio e camminando lungo i corridoi della Banca d’Italia cercarono di convincermi. Io mi ritenevo del tutto impreparato al compito. Obiettai, tra l’altro, di essere un giurista e non un economista. Ciampi replicò che lui era laureato in lettere e aggiunse che la mia preparazione giuridica avrebbe potuto risultare più adatta al lavoro che mi attendeva; e non aveva torto. Nelle mie riflessioni delle ore successive fu decisiva, per indurmi ad accettare, la frase con cui, senza nascondere un accento di delusione, Nino mi aveva lasciato quella sera: "Pensavo che fosse venuto anche per te il momento di uscire dalla tua vita riservata e tranquilla. Ma se non ti senti di assumere questa responsabilità, non insisto"».
Era in discussione anche la sorte della Centrale, che controllava la Banca Cattolica del Veneto, il Credito Varesino, la Toro e la Rizzoli. «Si esercitò una forte pressione su Ciampi e Andreatta, in particolare da parte di un ministro molto influente del governo Spadolini, affinché la Centrale fosse lasciata nelle mani dei liquidatori anziché essere ceduta al Nuovo Banco Ambrosiano – ricorda Bazoli ”. Ciampi e Andreatta decisero diversamente, salvaguardando l’unica quota privata importante che a quell’epoca sussisteva nel sistema bancario italiano. Più tardi Ciampi mi disse che, se il rilancio del Banco e della Rizzoli non avesse avuto successo, avrebbe dato le dimissioni». Eppure Andreatta fu irremovibile nell’esigere che le banche da cui veniva rilevato l’Ambrosiano, un’azienda fallita, riconoscessero 300 miliardi di avviamento. «Più volte, nel difficilissimo periodo iniziale, il direttore generale Pierdomenico Gallo e io, facemmo presente al ministro che quella somma avrebbe potuto soffocare la fragilissima banca appena nata. Invano. Lui era così: inflessibile nell’anteporre l’interesse generale a qualunque ragione di convenienza; disposto a correre il rischio di veder fallire una propria costruzione, pur di salvaguardare al meglio l’interesse dello Stato».
Il caso Ior
 spesso citato, come esempio di questo rigore del cattolico Andreatta nel servire lo Stato, il caso Ior. Di cui Bazoli dà una lettura diversa da quella corrente. «Nel riferire in Parlamento sulla vicenda dell’Ambrosiano, Andreatta chiamò in causa il Papa (e per questo pagò con un lungo ostracismo politico da parte del suo partito). In effetti, fu forte la sensazione allora suscitata da quel riferimento così diretto e senza precedenti. Non esito a confessare che sul momento io stesso mi chiesi se non fosse stato meglio trovare formule più diplomatiche. Ma poi seppi che Andreatta si era consultato con un alto prelato, chiedendo come si potesse intervenire su Marcinkus, e che gli era stato risposto che solo il Pontefice poteva farlo. Nino prese ciò alla lettera e ritenne suo dovere, nell’interesse dello Stato ma anche della Chiesa, parlare in quel modo esplicito. Questo episodio, peraltro, non è l’esempio più significativo della laicità che improntò l’intera azione politica di Andreatta. Sono convinto infatti che la vera laicità del politico cristiano consista nel mettere al primo posto, invece dell’interesse proprio o della propria compagine di appartenenza (come, senza accorgercene, facciamo un po’ tutti), l’interesse generale, cioè l’interesse della collettività rappresentata nelle istituzioni. Così era per Andreatta, che riusciva sempre a spiazzare l’interlocutore, perché ogni problema veniva da lui esaminato e riproposto in una nuova e più ampia prospettiva: quella lungimirante dell’interesse generale. Risulta così evidente che per Nino – uomo la cui religiosità, riservata e mai esibita, aveva improntato in profondità la sua coscienza, così da orientare tutto il suo agire pubblico – il bene comune di cui parla la Chiesa va riferito anche dal politico cristiano allo Stato perché, se non inteso in tal modo, rischia troppo spesso di risolversi in un richiamo meramente astratto».
«A Roma ci incontravamo al ministero o a casa (ma nei primi tempi, quand’era al Tesoro e aveva ricevuto minacce terroristiche, dormiva in caserma). Quasi sempre di sera: il tempo notturno era per lui il più propizio alle conversazioni libere, senza limiti di tempo. Sprofondato in una poltrona, armeggiava continuamente con la pipa e, quando si alzava, restavano tracce di cenere ovunque nel raggio di due o tre metri. Per lo più mi dava appuntamento al ministero a fine giornata: io aspettavo a lungo, nel suo ufficio, che terminasse il suo lavoro. Poi si andava al ristorante. A tavola mangiava senza controllarsi e in fretta, per riprendere subito a parlare». I ritardi di Andreatta erano proverbiali. «Ma derivavano, a ben vedere, da una sua congenita riluttanza a costringere entro tempi stretti e predeterminati gli incontri con le persone, sia quelle importanti sia quelle umili. Perché a lui interessava arrivare al cuore dei problemi. Aveva una straordinaria disponibilità all’ascolto e cercava sempre di aiutare l’interlocutore a trovare la risposta. C’era in questa sua disponibilità qualcosa di socratico: gli incontri con Andreatta avevano una funzione maieutica; se ne usciva sempre sollevati e arricchiti. Nino era pieno di attenzioni per gli amici, ma di estrema cortesia verso tutti. Era timido e quasi in soggezione nei confronti delle donne, eppure le incantava con la sua intelligenza e dolcezza. Ho davanti agli occhi e mi inteneriscono anche le immagini di Nino nelle vacanze che abbiamo trascorso insieme in barca negli ultimi anni. La prima volta fu in Grecia, su una barca a vela, dove lui, per nulla sportivo, si muoveva assai impacciato. Le cabine erano molto strette, così si era allestito per lui un grande letto nel soggiorno, protetto da una tenda. Non sapeva nuotare ma volle imparare e, legato alla barca e con salvagente, si compiaceva dei suoi progressi come un bambino. Di solito giravamo le coste turche su un caicco, sempre con gli stessi amici bolognesi e bresciani. Dopo cena si restava a parlare a lungo: all’inizio tutti insieme, poi uno ad uno gli altri si ritiravano nelle cabine. Io restavo sempre per ultimo con lui: si parlava di tutto, all’infinito, sotto i grandi cieli stellati, fino a quando trovavo il coraggio di dirgli: "Nino, ora andiamo a dormire"».
«Proprio nella conversazione, d’altronde, Andreatta rivelava le sue doti fuori dal comune. Normalmente, la capacità analitica e la creatività non si trovano nella stessa mente. In lui invece l’attitudine all’analisi documentata conviveva con una capacità ideativa e inventiva eccezionale. Per questo molte intuizioni creative di Andreatta erano così aderenti alla realtà concreta da risultare valide ancor oggi». Quando gli ha parlato per l’ultima volta? «Quando passavo da Bologna andavo a trovarlo in ospedale. Lo salutavo, lui non rispondeva, e resterà per sempre un mistero se abbia potuto ascoltarmi. In questo lungo periodo è stata la sua famiglia, davvero straordinaria, a sentirlo e a farlo sentire a tutti ancora vivo. Così si spiega come, sette anni dopo, si siano rinnovati alla sua morte l’emozione e il dolore di tutti».
L’ultimo incontro
«L’ultima volta in cui ci siamo parlati, invece, fu una settimana prima di quel fatale 15 dicembre 1999, il giorno del suo malore. L’avevo invitato alla prima della Scala e lui fu entusiasta del Fidelio: lo rivedo in piedi in prima fila, non finiva più di applaudire. Mi diede appuntamento all’hotel Senato per il mattino dopo, perché doveva parlarmi. C’erano anche le nostre mogli, che dopo il breakfast uscirono insieme e ci precedettero in Duomo, dove poi ci riunimmo per la messa dell’Immacolata. Quella mattina dell’8 dicembre Nino mi parlò a lungo, per due ore, della possibilità che io prendessi il posto di Prodi, partito per Bruxelles, alla guida dell’Ulivo». E lei? «Intesa nel senso alto di una missione, l’attività politica è uno dei più appassionanti e nobili impegni umani. E non posso certo dire che la politica sia estranea ai miei interessi e alla tradizione della mia famiglia». (Luigi Bazoli, nonno di Giovanni, fu tra i fondatori del Partito Popolare, suo padre Stefano deputato alla Costituente). «Ma obiettai ad Andreatta che mi trovavo in un momento di grande impegno e responsabilità, perché la banca stava affrontando la difficile integrazione tra Comit e Cariplo. Aggiunsi che non mi sentivo tagliato per sostenere campagne elettorali giocate prevalentemente sul piano mediatico, dove sarebbero servite attitudini diverse dalle mie. Ma lui nei giorni successivi si mosse come se avesse registrato una mia disponibilità. Forse perché già una volta, come ho detto, le mie resistenze ad un suo invito erano poi state superate...». Tre giorni dopo, Andreatta riunì i parlamentari del Ppi e tracciò un profilo del «federatore» in cui tutti riconobbero la figura di Bazoli. Ma, a chiedergli se Andreatta sarebbe riuscito a convincerlo se due giorni dopo non si fosse accasciato sui banchi della Camera, Bazoli non risponde.
Nella bella omelia pronunciata ai funerali, il cardinale Silvestrini ha evocato a proposito di Andreatta Moro e Dossetti. « nota la vicinanza a Moro. Com’è vero che da Dossetti Andreatta imparò a porre la sua intelligenza al servizio di una visione improntata a un’etica rigorosa ed esigente. Ma a me pare che Andreatta avesse elaborato, attraverso un duro travaglio di coscienza e di pensiero, una propria visione politica, che lo portava ad adottare anche soluzioni non ovvie nel mondo cattolico. Non escludeva il ricorso alla forza per risolvere controversie internazionali, ammetteva tagli di personale per il risanamento delle imprese. Lo ricordo sostenere questa tesi con Prodi, allora presidente dell’Iri, naturalmente proponendo poi adeguate soluzioni per chi avrebbe perso il lavoro. Su temi come quello dell’economia di mercato, delle privatizzazioni, della collocazione atlantica, Nino non fu dossettiano. Ma qui si aprirebbe tutto un altro discorso, ben più impegnativo, sulla personalità e sull’opera di Andreatta. L’idea di raccogliere la sua eredità culturale e politica potrebbe suggerire agli amici di creare una fondazione. Ciò che io ho sin qui raccontato offre solo un ritratto minore di Nino Andreatta: un ritratto semplicemente ispirato dai ricordi personali e da un’infinita nostalgia».