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 2007  aprile 08 Domenica calendario

ROMA – Se c’è un ministro che su Telecom è intenzionato ad agire, questo è Antonio Di Pietro

ROMA – Se c’è un ministro che su Telecom è intenzionato ad agire, questo è Antonio Di Pietro. In tutte le sedi. Nel governo, dove ha la titolarità delle Infrastrutture, e ha chiesto a Romano Prodi, «col quale ho parlato qualche giorno fa», di varare «un decreto per modificare la legge Draghi e dare voce ai piccoli azionisti». Nel Parlamento, dove «come Italia dei Valori presenteremo intanto un disegno di legge». E perfino all’assemblea di Telecom, il 16 aprile, dove Di Pietro ci sarà, nel senso che in qualità di piccolo azionista («comprai anni fa azioni per 10 milioni di lire») ha delegato Beppe Grillo a rappresentarlo, aderendo all’iniziativa del comico che promette un intervento di quelli che lasceranno il segno. «Ha già raccolto attraverso il suo sito 75-80 mila deleghe – dice il ministro – ma in realtà non potrà farle pesare per colpa di una legge burocratica che lo impedisce e che dobbiamo modificare». Ma non trova curioso che un ministro si faccia rappresentare da un comico? «L’anomalia non sta in un comico che fa politica – replica Di Pietro – ma in tanti politici che fanno i comici». Battute a parte, il ministro ha un bersaglio ben preciso: le «scatole cinesi», cioè quel sistema di intrecci societari a cascata che permette a Olimpia di Marco Tronchetti Provera «di controllare col 18% del capitale il 75% del consiglio di amministrazione di Telecom Italia». Come si fa a dar voce ai piccoli azionisti che hanno la maggioranza? «Dovrebbero mettersi in gruppo. Mi sono mosso in questa direzione, ma la Consob mi ha notificato una lettera lunghissima dove si spiega che serve una procedura complicatissima e farraginosa che neppure io conoscevo e che di fatto vanifica questa possibilità. E così Grillo, che non ha le particolari qualifiche richieste, non potrà parlare a nome di tutti». Ma ora basta: «Ho detto a Prodi che bisogna modificare la legge Draghi per arrivare a un sistema dove se vuoi controllare il 75% del cda devi avere il 75% del capitale». E il presidente del Consiglio? «Mi ha ascoltato con attenzione. Ma intanto il mio partito presenterà un disegno di legge. Anche per ottenere un’altra cosa, come ho già fatto per le autostrade». Ed eccola la seconda proposta di Di Pietro. «Quando sono in gioco reti fondamentali per il Paese, se uno vende lo può fare, ma chi compra deve ottenere una nuova autorizzazione dello Stato per quanto riguarda l’utilizzo della stessa. Lo Stato deve valutare se ci sono i presupposti. Ovviamente per arrivare a questo bisogna scorporare la rete e sottoporla a questo regime autorizzatorio. Il tutto per evitare, per esempio, che uno utilizzi la rete per intascare dividendi anziché fare gli investimenti per migliorare il servizio». L’analisi sui nostri capitalisti da parte del ministro è impietosa. Di Pietro è d’accordo con quello che ha detto Prodi ieri al Sole 24 Ore: «Il capitalismo italiano si è ormai seduto da anni su un assistenzialismo fine a se stesso. Non vuole più assumersi il rischio d’impresa». Forse l’unico è Silvio Berlusconi con Mediaset. Ma se volesse intervenire in Telecom, dice Di Pietro, dovrebbe lasciare la politica: « da anni che deve risolvere il suo conflitto d’interessi, o fa il politico o fa l’imprenditore». In attesa che i capitalisti nostrani si facciano avanti il ministro condivide l’allarme di Prodi anche sulla soluzione At&t e América Móvil, dietro la quale potrebbe nascondersi solo l’interesse dei messicani per Tim Brazil. Anche Di Pietro teme lo spezzatino: «Non vorrei che Telecom finisse a nuovi furbetti, magari di un quartierino più allargato. Ecco perché dobbiamo intervenire prima che sia troppo tardi».