Il Sole 24 Ore 01/04/2007, pag.31 Gianfranco Ravasi (articolo completo nella scheda 134250), 1 aprile 2007
C’è nella città vecchia di Gerusalemme una strada che porta ancor oggi il nome latino di Via Dolorosa
C’è nella città vecchia di Gerusalemme una strada che porta ancor oggi il nome latino di Via Dolorosa. Su di essa, in una giornata primaverile di un anno tra il 30 e il 33, avanzava un piccolo corteo, guidato da un centurione romano, con l’incarico di exactor mortis: egli era, cioè, il responsabile dell’esecuzione capitale di un condannato al servile supplicium (come già lo definiva Cicerone), la pena riservata a schiavi e a rivoluzionari antiromani, la crocifissione. Ancor oggi i pellegrini, più o meno lungo lo stesso tracciato, avanzano reggendo in spalla una croce di legno, riproducendo e rivivendo quella vicenda, come diceva in un verso del suo vangéliaire (1961) il poeta francese Pierre Emmanuel: « da duemila anni che i tuoi passi sanguinano per le strade, o Signore».
In realtà, il condannato procedeva, già stremato dalla tortura delle flagellazioni precedenti, reggendo solo il patibulum, ossia il braccio trasversale di quella croce il cui palo verticale era già piantato lassù, tra le pietre di un piccolo promontorio roccioso, sito fuori le mura di Gerusalemme e denominato in aramaico Golgota e in latino Calvario, cioè «Cranio», forse per la sua configurazione esteriore. Era questa, per Gesù di Nazaret, l’ultima tappa di una vicenda che poi sarebbe divenuta celebre nella storia dell’umanità, iniziata nell’oscurità cupa della sera precedente, sotto le fronde degli ulivi di un campo chiamato Getsemani, cioè «frantoio per olive», che si stendeva a Est della Città Santa, oltre il torrente Cedron («l’oscuro»), ai piedi del monte degli Ulivi. Una storia che si era dipanata in modo accelerato anche nei palazzi del potere religioso, il Sinedrio ebraico, e politico, il Pretorio romano, davanti al governatore imperiale Ponzio Pilato.
Tutto poi si era consumato su quel colle ove, durante una lunga agonia, da mezzogiorno alle tre del pomeriggio, Gesù aveva pronunziato quelle «sette parole» che Haydn ci ha offerto in una emozionante resa musicale. Ai crocifissori: «Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno!» (Luca 23, 34). Alla madre e al discepolo prediletto Giovanni: «Donna, ecco tuo figlio! Ecco tua madre!» (Giovanni 19, 26-27). Al malfattore pentito, forse un rivoluzionario antiromano: «In verità ti dico: oggi sarai con me nel paradiso» (Luca 23, 43). Elì, Elì, lemà sabachtani, «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», citazione del Salmo 22 (Matteo 27, 46). «Ho sete» (Giovanni 19, 28). «Tutto è compiuto!» (Giovanni 19, 30). «Padre, alle tue mani affido il mio spirito», citazione del Salmo 31 (Luca 23, 46).
Secondo la prassi romana, i morti dovevano restare sul patibolo fino alla consunzione del cadavere, profanato anche da animali selvatici; tuttavia era possibile che i parenti riuscissero a ottenere la salma per una sepoltura privata: nel 1969 a Gerusalemme è stato presentato il reperto di uno scheletro inumato in un sobborgo della città, Givat ha-Mivtar, con le caviglie tenute insieme lateralmente attraverso un chiodo perforante, segno della crocifissione. Si era appreso anche il nome di quel condannato, Jehohanan (Giovanni): è possibile che fosse il figlio rivoluzionario di una famiglia benestante la quale aveva ottenuto il cadavere del crocifisso dal governatore. Accade così anche a Cristo a opera di un suo discepolo segreto di estrazione borghese, Giuseppe di Arimatea (Rama di Efraim nei pressi dell’attuale Lod), che mette a disposizione la sua tomba di famiglia a Gerusalemme.