Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  aprile 07 Sabato calendario

La vicenda Carbone, l’aspirante alla carica di primo presidente della Cassazione bocciato il dicembre scorso dal Csm, ma resistente a colpi di carta bollata, sta producendo effetti deleteri sulla credibilità delle massime istituzioni di giustizia e sulla funzionalità degli uffici interessati

La vicenda Carbone, l’aspirante alla carica di primo presidente della Cassazione bocciato il dicembre scorso dal Csm, ma resistente a colpi di carta bollata, sta producendo effetti deleteri sulla credibilità delle massime istituzioni di giustizia e sulla funzionalità degli uffici interessati. L’ultima tappa della «guerra» risale all’altro ieri: Carbone aveva presentato ricorso contro la decisione del Csm e il Tar del Lazio gli ha dato ragione. Non solo: ha altresì sospeso il nuovo concorso a primo presidente indetto dall’organo di autogoverno della magistratura. La questione non è semplice. Carbone è attualmente presidente aggiunto della Cassazione. In questa veste riteneva di avere titolo per ottenere la promozione a primo presidente. E in effetti il Csm, sei mesi fa, sembrava intenzionato a designarlo, quando alcune lettere anonime hanno denunciato che l’alto magistrato aveva ottenuto un incarico di insegnamento universitario senza rispettare l’obbligo di autorizzazione per gli incarichi extragiudiziari stabilito da alcune circolari dello stesso Csm. Si trattava, a questo punto, di decidere se un’infrazione tutto sommato veniale, ma pur sempre un’infrazione alle regole, e fonte di potenziale responsabilità disciplinare, pregiudicasse la posizione di chi aspirava alla carica più prestigiosa della categoria, cui la Costituzione assegna il compito di controllare la legalità del Paese. All’interno del Csm c’erano posizioni rigoriste e posizioni meno rigoriste. Queste ultime sembravano prevalenti. Nella seduta del dicembre scorso, nella quale Carbone avrebbe dovuto essere nominato, il Consiglio Superiore si spaccò tuttavia in due e Carbone fu, contro ogni previsione, bocciato. Tale bocciatura non fu senza conseguenze. Il Presidente della Repubblica, che presiedeva in quell’occasione il Consiglio, fece chiaramente intendere di non avere apprezzato la decisione del Csm e manifestò la sua, giustificata, preoccupazione per il vuoto che si protraeva al vertice della Cassazione. Carbone reagì a sua volta criticando addirittura la gestione della seduta del Csm e preannunciando ricorso alla giurisdizione amministrativa. Di lì a poco, lo stesso Presidente della Repubblica fece autorevolmente sapere che non avrebbe accettato che Carbone aprisse, a gennaio, l’anno giudiziario nella sua qualità di reggente la Cassazione, e chiese che a pronunciare il discorso inaugurale fosse un altro magistrato. Il che avvenne. Quando ormai il concorso per il posto di primo presidente era stato riaperto, le nuove domande erano state presentate e i principali aspiranti erano già stati ascoltati dalla commissione competente del Csm, ecco la bomba. Il Tar del Lazio ha annullato la bocciatura di Carbone, ordinando addirittura di sospendere il nuovo concorso in atto a Palazzo dei Marescialli. Situazione imbarazzante e di difficile soluzione, che rischia di protrarre per mesi la paralisi al vertice della Cassazione. Nella vicenda vi sono, d’altronde, profili che creano ulteriore disagio. Crea ad esempio disagio che, sei mesi fa, a bloccare la procedura di nomina di Carbone a primo presidente sia intervenuto un anonimo e non un esposto a viso aperto. Preoccupa che fin dai primi interventi del Tar del Lazio taluno abbia sussurrato di pretese interferenze sulle sue decisioni. Stupisce che per un posto, per importante che sia, un servitore dello Stato, quale dovrebbe sentirsi un presidente aggiunto di Cassazione, assuma iniziative giudiziarie, pur legittime, che rischiano di recare danno grave al prestigio e al funzionamento delle istituzioni. Dalla situazione che si è venuta a creare bisogna, ora, uscire al più presto, per evitare che le istituzioni interessate rischino un ulteriore appannamento della loro immagine. Già oggi il potere decisionale del Csm sembra, d’altronde, fortemente indebolito: in balia, come pare, delle interpretazioni e degli umori di un qualunque tribunale amministrativo, che può impunemente accusare le sue decisioni di «erroneo apprezzamento» delle situazioni di fatto e sancire di conseguenza il loro annullamento per eccesso di potere. Da un punto di vista tecnico la soluzione sembra, a questo punto, affidata al Consiglio di Stato, al quale è probabile che il Csm ricorra chiedendo, in via di urgenza, di annullare la sospensione del concorso decisa dal Tar. I tempi non saranno comunque brevi. E neppure è certo che la suprema magistratura amministrativa dia davvero ragione al Csm. Nelle more si potrebbe, tutt’al più, sperare in una resipiscenza dell’interessato. Carbone, dopo quanto è avvenuto, ha poche possibilità di ottenere ciò che gli è stato negato dal voto contrario di dicembre. Non diventerà, verosimilmente, mai primo presidente. Ed anche se lo diventasse, non avrà più l’autorità e il prestigio per adempiere adeguatamente all’alto mandato. E allora, perché intestardirsi nelle vie legali, danneggiando le istituzioni oltre che la propria immagine? Non sarebbe più dignitoso un onorevole ritiro? Più che una richiesta, è un auspicio: che in una vicenda che fino ad ora ha rivelato poco buon senso e pochissimo senso dello Stato, alla fine, per il bene delle istituzioni, il buon senso e il senso di responsabilità riescano a prevalere.