Francesco Sisci, La Stampa 7/4/2007, 7 aprile 2007
FRANCESCO SISCI
PECHINO
il più grande sforzo infrastrutturale dai tempi della via della seta, ed è la scommessa che il flusso di merci e idee dalle due parti dell’Eurasia, e soprattutto dalla Cina, pacificheranno la turbolenta Asia centrale.
Pechino ieri ha annunciato che intende costruire entro il 2010 ben dodici autostrade che attraverseranno in lungo e largo l’Asia centrale. La più lunga collegherà le due «capitali» della grande area turca eurasiatica. Partirà da Urumqi, capoluogo della regione cinese del Xinjiang popolata dalla maggioranza turchestana degli Uiguri, e arriverà a Istanbul, capitale storica della Turchia. Questa linea stradale sarà lunga 1.680 chilometri solo per la parte all’interno del Xinjiang.
Non è chiaro se aziende cinesi parteciperanno alla costruzione delle strade anche fuori dalla Cina. Ma alla fine si potrà andare in auto dalle porte del Mediterraneo fino a Pechino. Un’altra grande strada taglierà il Kazakstan, partendo da Sud e arrivando fino alla Russia e quindi poi a Mosca. Un’altra invece viaggerà verso il Pakistan e quindi l’oceano indiano. Quella per Istanbul passerà da Tashkent, capitale del Uzbekistan, taglierà poi per il Turkmenistan, arriverà in Iran attraverso Mashhad, quindi arriverà a Teheran e da qui andrà in Anatolia e poi fino a Istanbul.
In altre parole Pechino intende riaprire la rotta sud e nord della via della seta, portando merci attraverso camion e autosnodabili fino al Mediterraneo e al mar Baltico. Per la Cina lo scopo è doppio internazionale e interno. A livello internazionale si tratta di connettere la grande regione del Xinjiang con gli otto Paesi confinanti, alcuni dei quali, come l’Afghanistan, sono altamente instabili e hanno una storia di esportazione di instabilità in Cina.
Sin dalla metà degli Anni Novanta, quando il Paese centro asiatico era dominato dai Taleban, terroristi Uiguri cinesi erano preparati in campi di addestramento afgani. La Cina dopo la fine dell’Unione sovietica ha aumentato gli scambi con le ex repubbliche sovietiche del centro Asia, le quali però restano isolate a migliaia di chilometri dal porto più vicino. Si tratta allora più ampiamente di inserire la regione all’interno del flusso di ricchezza e beni che si genera ai due poli del continente, da una parte la Cina dall’altra l’Europa.
D’altro canto questa rete di strade, che si irradierà a partire da Urumqi, dovrebbe avviare la crescita economica e sociale delle zone interne della Cina. Oggi le zone costiere del Paese producono circa il 70 per cento del prodotto interno lordo e sono sovrappopolate. Invece circa 50 milioni di persone, su 1,3 miliardi di popolazione cinese, vivono nelle zone interne che sono oltre il 50 per cento del territorio nazionale. Queste aree sono povere e anche sottopopolate. Città che ai tempi della via della seta erano ricchissime, come Kashgar, a pochi chilometri dal confine con il Kirghizistan, sono oggi povere e percorse da fremiti di fondamentalismo islamico che trovano terreno tanto più fertile nel sottosviluppo.
La riapertura di una via degli scambi terrestri dovrebbe riequilibrare lo sviluppo nazionale e creare una specie di «costa occidentale» cinese e aiutare a spargere più equamente la popolazione in tutto il Paese. Oggi, secondo i dati forniti dalle autorità del Xinjiang, ci sono poco più di 1.500 veicoli e poche migliaia di autisti nella regione autorizzati ad attraversare il confine e ad occuparsi di collegamenti internazionali. Questi veicoli dovrebbero moltiplicarsi con le nuove autostrade.
La realizzazione della nuova rete di strade presuppone una zona di pace almeno iniziale in tutta la regione. La strada per Istanbul collegherà Teheran molto più da vicino al Mediterraneo da una parte e al resto dell’Asia dall’altra. E su queste autostrade all’interno della Cina potrebbe passare anche un massiccio cambiamento degli equilibri etnici dell’interno del Xinjiang, regione da sola grande circa cinque volte l’Italia. Qui oltre il 50 per cento dei 19 milioni di abitanti sono uiguri.
Un successo del piano autostradale quindi molto probabilmente aiuterebbe a stabilizzare l’Asia centrale ma creerebbe anche un flusso di immigrazione interna in Cina inarrestabile che metterebbe comunque in minoranza gli Uiguri nel Xinjiang.