Jacopo Jacoboni, La Stampa 7/4/2007, 7 aprile 2007
Si poteva trattare per salvare Aldo Moro, e in generale scendere a patti col terrorismo per salvare vite umane? una stagione di riletture, questa, e molti adesso rispondono di sì
Si poteva trattare per salvare Aldo Moro, e in generale scendere a patti col terrorismo per salvare vite umane? una stagione di riletture, questa, e molti adesso rispondono di sì. Di Cossiga si sa, più nuova e imprevista è la disponibilità mostrata in questi giorni a sinistra, da Piero Fassino, o da Pietro Ingrao, a rivedere il giudizio sulla «linea della fermezza» imbracciata con convinzione allora. Ovvio che qualcuno non ci stia. Andrea Casalegno, per esempio, che ieri ha scritto una lettera sul «Sole» per denunciare questa «tragedia della memoria rovesciata»; o Luciano Violante che, commentando la lettera, ora dice: « legittimo cambiare idea su quella stagione; ma in questo cambiamento non sono d’accordo con Fassino». una lettera forte, quella pubblicata ieri sulla prima pagina del «Sole» dal figlio di Carlo Casalegno, vicedirettore della Stampa ferito a morte dalle Brigate rosse il 16 novembre del ”77, e morto dopo tredici giorni di agonia. «Ben venga una riflessione ponderata su quegli eventi sanguinosi», scrive Andrea, oggi giornalista al «Sole»; «meglio ancora se sostenuta da nuovi elementi di fatto. Ma esibire buoni sentimenti con trent’anni di ritardo, capovolgendo il giudizio sulle dolorose decisioni di allora, è da irresponsabili». E giù una lista di nomi che va dall’ex ministro dell’Interno, Cossiga con la «kappa», al segretario dei Ds, al direttore dell’Unità, all’ex presidente della Camera, oggi nonagenario. La «fermezza», ricorda Casalegno, non fu un patto scellerato tra Dc e Pci, ma una linea ampiamente condivisa molto oltre le forze che delinearono la strategia del compromesso storico: per esempio da uomini come Sandro Pertini, o Leo Valiani, o Spadolini. Oltretutto, argomenta, non c’era nessuna guerra allora, «ma lo scontro sanguinoso fra il nostro stato democratico e una banda di assassini autoproclamatasi ”avanguardia rivoluzionaria”». Ragionamenti, si direbbe, quasi fuori moda. Il direttore, Ferruccio de Bortoli, gli risponde: «Spero che leggano con attenzione la lettera coloro che sono approdati al proscenio dei ”ripensamenti tardivi”». Luciano Violante sta con Casalegno, e non col segretario dei Ds: «Ragionare e riflettere su quegli anni è giusto, e cambiare idea, come fa Fassino, legittimo. Dico solo che io non ho cambiato idea». Secondo Violante «noi abbiamo una classe dirigente troppo anziana, mi ci metto dentro anch’io, troppo coinvolta col passato, e una parte di questi continui ritorni al passato alcune volte serve a legittimare interessi del presente. Ecco, questi ragionamenti li lascerei fare agli storici, più che agli uomini politici». Nel semestre che va dall’assassinio di Casalegno all’uccisione di Moro, ricorda Violante, «lo stato comprese che era a una svolta. L’uccisione di Casalegno ci fece capire che se avessimo mostrato arrendevolezza avremmo fatto passare l’idea che l’avversario è un nemico, che si può far fuori; e avremmo accettato di essere in guerra, belligeranti alla pari. Mentre lì non c’era nessuna guerra. Per far capire in quale clima maturò la linea della fermezza, ricordo che dopo il sequestro Moro alcuni di noi, molto esposti, scrissero una lettera alle famiglie in cui invitavano a non trattare nel caso in cui fossimo stati sequestrati». La riflessione di Fassino prendeva spunto dalla domanda di un giornalista sulla trattativa per Mastrogiacomo, e istituiva una qualche analogia tra le due remote vicende. Ma Violante la smonta: «Nel caso del giornalista, il governo - tra l’altro non in prima persona, ma attraverso Karzai - ha trattato in una situazione di guerra. Ma nel ”77-’78, ha ragione Casalegno, non c’era nessuna guerra, solo una parte che sparava, e un’altra che cercava di catturarla e processarla con regole democratiche». Racconta Violante: «Ricordo in quella stagione una mobilitazione fortissima, ma c’erano assemblee in Fiat dove ci agitavano dalle prime file il simbolo della P38. E ricordo, per dire quanto diffuso fosse il senso di pericolo che avvertivamo intorno a noi alla fine del 77, una piazza San Carlo quasi vuota, alla manifestazione per Casalegno». Oggi, è la piazza mediatica a svuotarsi.123