Fabio Martini, Stampa 7/4/2007, 7 aprile 2007
Da quando fa il ministro della Difesa e trascorre le sue giornate a palazzo Baracchini tra attendenti e generali, Arturo Parisi centellina le sue esternazioni politiche
Da quando fa il ministro della Difesa e trascorre le sue giornate a palazzo Baracchini tra attendenti e generali, Arturo Parisi centellina le sue esternazioni politiche. Ma ora che sta divampando il dibattito su come far nascere il partito democratico, lui che ne è da anni il principale ideologo, ha deciso di lanciare l’allarme. I Ds tornano ad etichettarla come predicatore di sermoni, ingeneroso, sputasentenze. Ma non sarà vero che Parisi è incontentabile? Da anni lei fa proposte spiazzanti - liste unitarie, primarie, partito democratico - e i Ds prima sparano e poi eseguono alla lettera. Gramsci l’avrebbe chiamata egemonia culturale e lei invece scalpita... «Effettivamente, mi faccia un po’ scherzare, la reazione sembra seguire anche in questo passaggio uno schema fisso. Prima reazione: ”O mio Dio no!”. Seconda: ”A pensarci bene, effettivamente...”. La terza: ”E’ l’unica soluzione”. Il quarto passaggio è: ”L’avevo sempre detto”. Il quinto: ”Come è che non l’abbiamo ancora fatto?”. Ma l’ultimo passaggio purtroppo è che i fatti nel migliore dei casi tardano e talvolta sono troppo diversi dalle parole». Beh, non è vero: ricorderà quel che disse Massimo D’Alema, appena sei mesi fa: ”Per fare il partito democratico non ci si scioglie in un’ora x, andando al gazebo”. E invece pare che il 14 ottobre, milioni di cittadini eleggeranno nei gazebo l’Assemblea Costituente del Pd... «Forse erano state dichiarazioni imprudenti, per rassicurare il proprio seguito. Capisco che quelli che nella carovana hanno masserizie possano talvolta rallentare il passo e ogni tanto chiedere una sosta. Ma purtroppo questo non ci è concesso. Personalmente metto al servizio degli altri la mia ”leggerezza” e non avendo bagagli, mi permetto di fare lo scout: vado avanti, guardo, ritorno, riferisco. Ma ciò che dobbiamo evitare è l’errore di rifiutare la prospettiva, farla immediatamente nostra con le parole e poi non dar seguito nei fatti. Ciò provoca nella nostra gente nevrosi, lutti, disaffezione». Dice Fassino: io opero, altri sanno solo criticare: dica in cosa il partito democratico dovrebbe essere diverso da quelli tradizionali? «Primo: il recupero di un progetto. Secondo: il riconoscimento della grandezza di quella forma che chiamiamo partito che ha fatto avanzare la democrazia. Oggi il termine partito si associa a cose poco condivise e i partiti sono spesso imitazioni caricaturali». Caricature? Vi militano centinaia di migliaia di persone... «Pensi: un partito dovrebbe essere nientedimeno che l’anticipazione del progetto che gli aderenti propongono all’intera società. Fare in modo che, almeno tra di noi, la società che abbiamo in mente sia già esistente. Potrebbe dirmi quanti partiti attuali corrispondono a questa definizione e ambizione? E quanti ne sono invece la negazione? Con quale coraggio proponiamo una società improntata alla legalità, mentre il partito nella quotidianità cede all’illegalità?». Morale della storia? «Il partito democratico deve essere anzitutto un partito e, se mi permette, un partito democratico. Effettivamente». E invece qualcuno sussurra che la futura Assemblea costituente sia stata già spartita per quote tra Ds, Margherita ed «esterni». Se così fosse? «E’ l’assenza di una forte tensione progettuale che sta spingendo i promotori a discutere anzitutto delle regole di spartizione del potere. Noi dobbiamo partire dal progetto. Un’Europa che parli con una voce sola nel mondo; un’Italia che sfugga alla tentazione delle piccole patrie e dei piccoli interessi; un governo che governi con la forza necessaria questo processo. Poiché di un governo del genere non disponiamo, il problema si risolve o con la spada costituzionale o con partiti con una vocazione generale. Ma un partito del genere non si costruisce con le quote, né aggiungendovi all’infinito quotine che compongano il mosaico sociale con una logica burocratica e men che mai con scorciatoie mediatiche». E visto che sono ancora in vita, Ds e Margherita potrebbero dire: alla fase costituente trasmettiamo i nostri iscritti. «Ma in un partito che nascesse con la logica delle quote, come si potrebbe fare altrimenti? Come si potrebbe evitare di riversare gli elenchi dei vecchi partiti, e per di più questi elenchi? Ma così trasferiremmo al nuovo partito, anziché i crediti, i debiti dei vecchi. Il mio non è moralismo, è dire a voce alta: le cose cui abbiamo assistito nei partiti in questi anni non debbono accadere mai più. Io credo che il partito nuovo non possa che nascere da un’adesione diretta e personale al progetto che consideriamo comune. Il pathos senza il quale nessun partito può nascere nuovo, ci chiede anche passaggi catartici». Senza questi passaggi, nascerebbe un partito già vecchio? «Un partito che non è all’altezza della sua verità, non può che alimentare la nostalgia dei partiti di un tempo, alcuni dei quali sono stati modelli alti di democrazia. Nel mio partito l’incapacità di dar vita ad un soggetto nuovo ha finito per alimentare la nostalgia del Ppi e della Dc». Ci sarà un’area ulivista Prodi-Parisi-Veltroni nel processo costituente del Pd? «Io parteciperò da cittadino tra cittadini. Mi renderò disponibile solo alle iniziative definite dalla meta e non dalla provenienza, confrontandomi invece con chi avesse un’idea burocratica o mediatica della politica». Fantasiosa l’ipotesi di un suo forfait al congresso della Margherita? «Andrò da semplice militante e dirò quello che penso. Nella Margherita - che ha avuto il grande merito di tenere aperta la prospettiva del partito democratico - qualcuno potrebbe dire che la mia linea ha vinto al cento per cento. Eppure partecipo al congresso col mio solo voto: poco più dello 0 per cento. Ci sarò per segnalare la distanza tra parole e fatti». Quanta ipocrisia c’è nel governo nel dire che si disinteressa della questio-ne Telecom? «Non posso che riconoscermi nella scelta di non-interferenza ma anche nell’attenzione del governo per le vicende di una impresa strategica per il Paese». Con la chiamata in piazza della Cei, una militanza cattolica rinasce contro coppie di fatto e gay: che segno è? «Sono profondamente preoccupato. L’argomento ha rilievo oggettivo e soggettivo che non mi consente una risposta secca».