Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  aprile 07 Sabato calendario

Architetto dei sentimenti, specchio dell’Italia commediante, cineasta bravissimo, Luigi Comencini è morto a novant’anni a Roma dopo una lunga, lunga malattia

Architetto dei sentimenti, specchio dell’Italia commediante, cineasta bravissimo, Luigi Comencini è morto a novant’anni a Roma dopo una lunga, lunga malattia. Era un uomo asciutto, ben vestito, ipocondriaco, sposato dal 1949 sempre con la stessa moglie Giulia madre delle quattro figlie, ombroso, di abitudini semplici, colto, laconico, un po’ svizzero. Autore di alcuni dei successi cinematografici più clamorosi, da quel Pane, amore e fantasia che gli costò il soprannome di «killer del neorealismo», però modesto in tempi di megalomanie: pacato dove altri si sfrenavano in paradossi, ricco di pragmatico buon senso quando altri inseguivano l’iperbole, tranquillo mentre altri rincorrevano le mode con il sostanziale disinteresse e la doverosa compunzione con cui si segue un funerale. Giudice impietoso, schietto. «Detesto Godard, un velleitario. In Chaplin c’è già tutto il cinema, ha scoperto tutto lui. Amo René Clair e Renoir, per me Tempi moderni e La grande illusione sono i migliori film mai girati al mondo. I francesi hanno riesumato Capriccio spagnolo come un capolavoro: al solito, non fanno che prendere cantonate». Comencini era debitore ai bambini dei suoi inizi nel cinema. Prima era un figlio di famiglia borghese, aveva studiato in Francia, si era laureato in architettura al Politecnico di Milano. L’amore per il cinema gli era nato nel periodo universitario, quando insieme con Mario Ferrari aveva appassionatamente imparato a conoscerne i capolavori e scoperto che si potevano acquistare per pochi soldi; aveva cominciato perciò a comprarli, a proiettarli per un piccolo pubblico di amici, Renato Castellani, Giulio Macchi, Luciano Emmer, Alberto Lattuada, Ferdinando Ballo. Una copia del Monello di Chaplin la comprò per cinquecento lire; Il vampiro di Dreyer andò ad acquistarlo a Parigi per seicento franchi; parte dei classici che formavano il nucleo della Cineteca italiana gli appartenevano, Femmine folli di Stroheim, Agonia sui ghiacci di Griffith, molte comiche di Charlot, Il carretto fantasma, I due timidi. Anche Rapsodia satanica, un film dannunziano di pazzo estetismo interpretato da Lyda Borelli e tutto colorato scrupolosamente a mano, fotogramma per fotogramma. Dal cinema lo distrasse un poco la passione politica dell’immediato dopoguerra. Diventò redattore dell’Avanti! di Milano: erano in quattro compreso il direttore, facevano tutto, non dormivano mai. Comencini persino distribuiva il giornale, ma poteva anche capitargli di scrivere articoli firmati Pietro Nenni: se la linea telefonica Roma-Milano s’interrompeva durante la dettatura dell’articolo nessuno aveva il coraggio di dirlo, pareva più semplice incaricare Comencini di mimare lo stile giornalistico e politico del segretario del partito, il quale del resto non se ne accorse mai. Il regista era un socialista speciale. Più dei giochi politici lo interessavano gli effetti della politica sui comportamenti dei cittadini dell’Italia prima devastata e poi risorgente dalla guerra. Come càpita ancora oggi a certi francesi, inglesi o tedeschi, l’Italia gli sembrava simpatica, un Paese folcloristico un po’ ridicolo e un po’ patetico. Non ha mai fatto un film eroico o epico sull’Italia, ma molte commedie eloquenti: la fuga delle gerarchie militari e lo sgomento delle truppe dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 in Tutti a casa con Sordi, l’ipocrita conflitto clericali-comunisti in Il compagno Don Camillo, Lo scopone scientifico come esempio quotidiano d’una lotta di classe spietata, i mercimoni della Chiesa in Cercasi Gesù con Beppe Grillo, il masochismo automobilistico italiano ne L’ingorgo. In quei film la comicità o il sarcasmo da commedia non attutiva certo la critica sociale, così come accadeva nei film scherzosi o sentimentali: Pane, amore e gelosia e Mio Dio, come sono caduta in basso! con Laura Antonelli, l’incantevole Donna della domenica con Jacqueline Bisset e quasi tutti gli altri (in sessant’anni di attività, il regista aveva diretto circa cinquanta film). Anche lavorando per la televisione, il suo stile rimaneva inalterato (Cuore, La Storia da Elsa Morante, il bellissimo Pinocchio). I film senza successo lo rattristavano «come una casa vuota, disabitata e inabitabile». Il suo primo film, Proibito rubare, aveva scugnizzi napoletani come protagonisti; il suo ultimo film, rifacimento di Marcellino pane e vino, aveva un protagonista bambino. Padre attento di quattro figlie (due sono registe, Cristina e Francesca) non nutriva l’odio inspiegabile e superstizioso per i film con bambini tipico dei suoi colleghi: anzi, da La finestra sul Luna Park a Incompreso gli piacevano molto. Una volta mi spiegò perché: «I bambini sono adulti senza leggi, senza morale, senza autocontrollo, senza condizionamenti sociali o psicologici: quindi l’uomo, nella sua essenza più originaria e autentica».