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 2007  aprile 07 Sabato calendario

Il sistema di contrattazione del pubblico impiego non vive solo in un mondo a sé, staccato dal resto dell’economia, ma anche in un mondo che non ha rapporto con i propri stessi obiettivi dichiarati di miglioramento del servizio al cittadino da parte dell’amministrazione pubblica

Il sistema di contrattazione del pubblico impiego non vive solo in un mondo a sé, staccato dal resto dell’economia, ma anche in un mondo che non ha rapporto con i propri stessi obiettivi dichiarati di miglioramento del servizio al cittadino da parte dell’amministrazione pubblica. Tali obiettivi, fissati ritualmente in piani di riforma e in memorandum strategici, passano in secondo piano ogni volta che si impone il problema del consenso politico-sindacale e degli aumenti salariali. In tal modo, i principi fissati nell’art. 97 della Costituzione, a tutela del buon andamento della pubblica amministrazione, sono interpretati a favore del benessere dei dipendenti, sia di quelli che operano con sacrificio, sia di quelli che non compiono il loro dovere, e dell’interesse di chi li governa. Tra il 2001 e il 2005 gli aumenti degli stipendi dei dipendenti pubblici italiani sono stati in media del 4,1% all’anno. Nell’industria gli aumenti sono stati del 2,7% e nei servizi del 2,1%. Tenendo conto degli accordi integrativi delle singole amministrazioni (secondo fonti Aran) gli aumenti sono stati pari al 15% in più rispetto a quelli dei dipendenti privati. Senza alcun collegamento né con le condizioni generali dell’economia, né con quelle del mercato del lavoro, né con l’andamento degli stipendi nei settori privati. L’accordo di ieri - con un costo complessivo di 3,7 miliardi - replica la generosità degli aumenti del precedente governo, dimostrando che il pubblico impiego rappresenta un serbatoio di consenso acquistabile con le risorse pubbliche ed esposto a interessi bipartisan. Equivale a una fetta considerevole delle tasse aggiuntive che gli italiani hanno pagato e che meriterebbero di essere investite. Il governatore Draghi aveva sottolineato la necessità di riportare in linea i salari pubblici per giustificare i sacrifici chiesti ai dipendenti privati il cui costo del lavoro - a causa anche degli oneri salariali - sta crescendo troppo in rapporto ai Paesi vicini. Ma in fondo il problema è più schiettamente politico: la credibilità dei governi è importante per chi investe o consuma ed essa si rafforza con comportamenti coerenti, non acquistando consensi volta per volta. Nei dati della Banca mondiale, c’è una correlazione piuttosto chiara tra Paesi che non utilizzano al meglio le risorse pubbliche, governi che non rispondono con trasparenza dei propri risultati ed economie che non crescono. Ma, come detto, ciò che è più impressionante è che la contrattazione pubblica ha perso contatto anche con gli obiettivi dichiarati, forse solo a titolo cerimoniale, di miglioramento della propria produttività. vero che non ha senso misurare la produttività di un singolo insegnante (e quindi l’adeguatezza del suo aumento di stipendio) senza considerare quella della scuola in cui deve operare. Ma in giorni in cui le notizie sulle condizioni di studio e di insegnamento sono tanto tragiche, c’è da chiedersi che cosa si debba attendere per intervenire con un esercizio di valutazione nel merito del servizio pubblico che non può essere staccato da forme contrattuali di incentivo e di sanzione. Finora invece quasi tutte le forme di retribuzione accessoria legate alla produzione sono finite in premi di produzione slegati dall’efficienza del servizio ai cittadini. Ciò è avvenuto premiando i manager della pubblica amministrazione senza responsabilizzarli per i risultati degli enti che dirigono. I nuclei di valutazione continuano a essere composti proprio da dirigenti e sindacalisti, in una notevole sovrapposizione tra chi valuta e chi è valutato. nel rompere queste comode inefficienze che si distingue la buona politica.