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 2007  aprile 07 Sabato calendario

Per nulla originale la proposta del ministro Amato di permettere solo a imam certificati di predicare in Italia

Per nulla originale la proposta del ministro Amato di permettere solo a imam certificati di predicare in Italia. Mi domando: chi li certificherà? Quale competenza abbiamo per poter giudicare un predicatore islamico e potergli dare il patentino per dirigere una moschea? Si rischia in questo modo di ritrovarsi con la stessa situazione presente in Cina dove esiste una chiesa clandestina riconosciuta dal Vaticano e un’altra ufficiale con vescovi di nomina governativa: due religioni in aperta antitesi tra loro. In Cina i vescovi cattolici fedeli al Papa vengono perseguitati, incarcerati e a volte anche torturati. Agli imam che ora predicano la guerra santa a casa nostra sarà proibito predicare, ma questi si metteranno a ridere e continueranno a svolgere la stessa attività in nome di Allah e sempre nel suo nome, violare ogni norma o legge italiana. A questa teoanarchia noi risponderemo con inutili fogli di via e accompagnamenti alla frontiera che avranno l’effetto di tenere il fomentatore di istinti terroristici fuori dai piedi appena lo spazio di alcuni giorni. Candido Munopano munopano@ hotmail.com Caro Munopano, l’imam non è né un parroco né un vescovo. Come il rabbino è un «impiegato» della sua comunità e i suoi servizi sono pagati da coloro che lo hanno assunto. Il confronto con la Cina e con le due Chiese cattoliche che esistono in quel Paese è quindi improprio. Forse il miglior modo di rispondere alle sue osservazioni è quello di riassumere una conversazione che ho avuto al Cairo, su questo argomento, con il Grande imam della università di Al Azhar, vale a dire della istituzione accademica che ha nel mondo musulmano un ruolo eminente e viene spesso descritta, con qualche esagerazione, «il Vaticano dell’Islam». Il Grande imam si chiama Mohamed Sayed Tantawi, è nato nel 1928, è dottore in esegesi coranica dell’Istituto religioso di Alessandria e ha alle sue spalle una lunga carriera accademica. Il palazzo in cui lavora riprende alcuni motivi tradizionali dell’architettura islamica e ha la forma di un leggio che si apre come le mani spalancate di un credente per accogliere il libro in cui è racchiusa tutta la sapienza dell’Islam. Quando l’imam di Al Azhar parla, il mondo musulmano ascolta attentamente. Quando rende pubblica una fatwa le sue parole hanno una influenza decisiva sul pensiero di parecchie centinaia di milioni di sunniti sparsi nel mondo. La conversazione è caduta anzitutto sugli egiziani che vivono in Italia e più generalmente in Europa. Tantawi mi ha detto che sono partiti per cercare lavoro, non diversamente dagli europei che vennero in Egitto, soprattutto dopo l’apertura del canale di Suez. Come tutti gli emigranti, ha aggiunto, hanno il diritto di essere trattati «adeguatamente», ma debbono obbedire alle leggi dello Stato che li ha accolti. Se non obbediscono alle leggi, il Paese che li ospita ha il diritto di giudicarli e punirli. Se sorgono questioni controverse hanno il diritto di tornare in patria. Ho spiegato al Grande imam che si era molto discusso in Italia del funzionamento della Consulta islamica (creata dal ministro Pisanu, oggi presieduta da Giuliano Amato) e della formazione degli imam che debbono svolgere le loro funzioni nelle nostre città. Sarebbe utile, per esempio, istituire in qualche nostra università, d’intesa con le autorità islamiche, un corso di formazione per imam italiani? Mi ha risposto che l’Italia ha accettato i musulmani sul suo territorio e deve fare quindi ciò che ritiene opportuno. «Se un imam si comporta male potete rimandarlo al suo Paese d’origine e trattenere quelli che giovano all’Italia». I corsi di formazione sono stati suggeriti dal Coreis (l’associazione che riunisce gli italiani di confessione musulmana) e mi sembrano una buona idea. importante che gli imam parlino italiano, conoscano la Costituzione e le leggi della Repubblica, sappiano quali sono i limiti che le autorità religiose non debbono scavalcare. Ma i corsi non bastano. Occorre altresì che l’imam sia espressione della comunità di cui è il servitore, non l’agente delle fondazioni o dei governi stranieri che contribuiscono finanziariamente alla costruzione e al funzionamento di una moschea. Se le comunità musulmane non sono ancora in grado di assumere questo impegno, il governo italiano potrebbe intervenire con qualche contributo finanziario. Come lei sa, caro Munopano, esiste l’8 per mille, vale dire la regola che permette ai cittadini italiani di devolvere una piccola percentuale del loro reddito alla Chiesa di cui sono fedeli. La conclusione di un accordo con le comunità islamiche è stata resa sinora impossibile dalla mancanza di un interlocutore autorizzato ad assumerne la rappresentanza. Ma lo Stato italiano, in attesa di tempi migliori, potrebbe favorire la nascita di una fondazione italiana e attribuirle una somma corrispondente a un teorico 8 per mille, calcolato sul redditi dei musulmani che pagano le tasse in Italia. Gli imam, in tal caso, non dipenderebbero più da enti stranieri, ma dalla fondazione italiana che contribuisce alla costruzione delle moschee e paga i loro stipendi. Non è semplice, ma forse vale la pena di provare.