Corriere della Sera 7/4/2007, 7 aprile 2007
MILANO
«L’interesse nazionale è quello di favorire società che investano e crescano». Non ha dubbi il presidente di General Electric in Italia, Giuseppe Recchi, sull’atteggiamento da tenere nei confronti del capitale estero. «Chi compra le azioni può avere un passaporto americano, o spagnolo, o cinese: il patriottismo finanziario non ha senso, l’importante è che ci sia una regolamentazione». Se fosse nei panni dei colleghi americani di At&t («i benvenuti»), il numero uno di Ge Italia, e consigliere dell’Ifil, non si lascerebbe spaventare dal polverone politico o dalle trappole del cosidetto capitalismo di relazione. «Viviamo in uno stato di diritto – replica – e se da parte di chi investe c’è chiarezza non vedo perché indietreggiare, anzi». Ge è arrivata in Italia nel 1924, ma «non sono mancate le alzate di scudi sui beni nazionali che finisconi in mani straniere quando nel ’94 abbiamo comprato dall’Eni la Nuovo Pignone».
Un’azienda che oggi si chiama Ge Oil&Gas e in quindici anni ha «quintuplicato il volume d’affari, da 1 a 5 miliardi di dollari e che raddoppierà a 10 miliardi entro il 2012, dando lavoro a 4.500 persone». Con la politica, l’azienda fiorentina che progetta e vende in tutto il mondo «l’eccellenza tecnologica italiana», «oggi ha un rapporto di normale relazione. E a Firenze c’è grande consapevolezza del valore di quest’investimento "straniero". Un caso che credo faccia scuola».