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 2007  aprile 07 Sabato calendario

MILANO

Da quanto vi conoscete?
«Eh, ormai fanno quasi venticinque anni. Era l’agosto dell’82, i tempi della liquidazione dell’Ambrosiano, e ricordo che c’era stato uno scontro durissimo tra la sua Consob e il governatore, Guido Rossi non approvò la procedura di Bankitalia e arrivò addirittura a denunciare Ciampi. Per dire il carattere...». Valentino Parlato racconta «il grande amico» e le sue asprezze con tono ammirato, «è un uomo impulsivo e appassionato, una persona brava, generosa e difficile». Il fondatore del manifesto ride: «Io stesso non sono sicuro che questa intervista non lo faccia arrabbiare, magari riceverò una telefonata di improperi, è fatto così. E il giorno in cui s’arrabbiasse con me, magari gli darei ragione».
Rossi parla di «Chicago anni Venti», di capitalismo dei debiti...
«E certo, dei debiti e delle scatole cinesi, dove con lo 0.6 per cento puoi diventare proprietario di tutto. Finché c’era un grande regista come Enrico Cuccia, non dico avesse ragione, ma le cose andavano in modo diverso. Era una personalità forte come Rossi, difatti avevano buoni rapporti e qualche dissenso franco. Non è che fosse un capitalismo più buono, ma più vitale sì. Senza uno come Cuccia, che faceva da padre e tutore al sistema, ci ritroviamo con questo capitalismo e le sue tendenze vili, il fare soldi fine a se stesso».
Tendenze vili?
«Nel senso che non fanno un’impresa che cresce. Piuttosto, puntano a uscire col gruzzolo».
In un sistema del genere come lo vedono, secondo lei, Guido Rossi?
«Come uno che ha grandi capacità, questo lo sanno benissimo. Tronchetti chiama Guido Rossi quando s’accorge che non sa come uscirne. Poi Rossi dice: bene, facciamo le cose a modo mio, secondo le regole. E si va alla rottura. Lo ha spiegato lo stesso Guido: avevano bisogno di credibilità. questo l’unico appunto che farei all’amico».
Quale?
«Che il capitalismo possa essere curato e corretto è la sua passione. Ma con Telecom credo abbia commesso un errore di ingenuità e di generosità a dire sì. Avrebbe fatto meglio a rifiutare l’incarico».
Pensa sia una specie di Don Chisciotte?
«Nooo, ma quale don Chisciotte! un uomo di efficacia e di prestigio, uno che ha un peso importante: a lui dobbiamo l’antitrust. E non si è mai illuso. Più che un riformatore o un redentore del capitalismo, Guido Rossi ne è un fustigatore. Tutti i suoi libri sono frustate: da
Capitalismo opaco a Il conflitto epidemico e
Il gioco delle regole... ».
Solo che le regole danno fastidio, no?
«Lui però impone le sue regole. Non è un benefattore dei capitalisti. stato consulente dei più grandi, ma nessuno potrà mai dire di Rossi: è fedele. Secondo Guido, fedele è un cane. In questo senso è un solitario. Professionisti del suo livello avrebbero quaranta persone ma da lui se ne vedono quattro a dir tanto. Tanto c’è sempre la signora Silvana, la custode dello studio».
Vi vedete spesso?
«Capita di incontrarci, a Milano o a Roma. Quando al manifesto nel ’95 abbiamo creato la Spa accanto alla cooperativa, è stato lui a darci consigli e inventare lo schema giuridico, il lancio della sottoscrizioni. E lo ha fatto gratis, in amicizia. Non saremmo mai stati in grado di pagare la parcella di Rossi!».
 un uomo di sinistra?
«Beh, tendenzialmente sì. La sua esperienza da senatore l’ha fatta a sinistra, come indipendente».
Che ne dice dei suoi tentativi di riformare il sistema?
«Con il capitalismo puoi fare le riforme nei suoi momenti di debolezza, Iri, antitrust, tutte cose che durano per un certo periodo. Perché poi, appena si riprende, il capitalismo se ne fotte delle leggi. Secondo me, l’idea che ci possa essere un capitalismo buono è pura illusione.
E credo anche secondo Guido».
Dice?
«Mi posso sbagliare, ma penso che Guido Rossi consideri il capitalismo irriformabile. Certo, gli si possono imporre certe regole perché non sia troppo maleducato e perverso, e può anche andare avanti così per un po’, ma la sua natura non cambia. Altro che capitalismo perfetto, trasparente, concorrenziale: Guido ha vissuto troppo tempo per poter credere a questo sogno».
E il caso Telecom?
«La solita storia: quando il capitalismo è nei guai accetta le medicine, appena riprende salute ritorna terribile. Ora il guaio è che invece di prendere i farmaci giusti, come gli direbbe Guido Rossi, pensa di riprendersi a forza di droghe. Ma alla fine uno scoppia».
La partita non è finita?
«Macché. Un altro lo avrebbero schiacciato, sconfitto distrutto. Non è il suo caso. Lo hanno messo fuori, ma ha una professionalità, un insegnamento, un prestigio che da questa vicenda vengono accresciuti. Non siamo all’ultima puntata e non so come finirà. Ma chi sta nei guai, in questa vicenda, non è certo lui».