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 2007  aprile 06 Venerdì calendario

DUE ARTICOLI

Filippo Di Giacomo, La Stampa 6/4/2007 - Il Family day è nato episcopale e, quando debutterà in società, sarà certamente laico. Perché così lo realizzeranno coloro che lo stanno organizzando, dopo essere stati chiamati in causa, come è sempre avvenuto negli ultimi lustri, senza essere consultati. Ricordate i giorni del non possumus di carta fatto scoppiare ad arte nelle orecchie dei cattolici? Un episodio tutto sommato minore tra tutte quelle polarizzazioni sterili, mediaticamente efficaci, che un manipolo di strateghi si è abituato a lanciare, sempre dall’alto, sulla testa delle nuore cattoliche perché le suocere laiche intendano. Un episodio, tuttavia, che si è subito rivelato ottimo per iniziare a sciogliere il bavaglio portato pazientemente in bocca dalle associazioni e dai movimenti storici del cattolicesimo sociale italiano.
Erano i giorni immediatamente successivi all’incontro Prodi-Bertone del 19 febbraio. Sono stati giorni febbrili, durante i quali l’Azione cattolica, le Acli, l’Agesci, la Comunità di Sant’Egidio e Comunione e liberazione hanno chiaramente detto, con lettere indirizzate a monsignor Betori e al cardinale Bertone, la loro indisponibilità a prestarsi a un gioco che vedeva già prefissate la data, il luogo e le regole.

E tutto questo, per un’iniziativa così forzosamente antiparlamentare da apparire del tutto incongrua con ognuna delle culture politiche dei cattolici di questo Paese. Perché non è certamente cattolica la tentazione di cedere al giochino della democrazia massmediatizzata, iniziando in nome dell’amore umano un paradossale scontro di civiltà proprio sull’amore umano, svendendo quanto è proprio del cattolicesimo (l’annuncio, la testimonianza, la fede, la promozione integrale della persona: cose ben più impegnative dell’art. 29 della Costituzione) solo per non sfigurare nelle rassegne stampa.
La riunione ad hoc, indetta dai due-tre autori dell’idea, è stata disertata dalla maggior parte dei rappresentanti del laicato convocati. I quali, tutti, senza troppi giri di parole, si sono anche dichiarati disposti a rassegnare le dimissioni piuttosto che piegarsi ancora una volta a compromessi. La seconda riunione, dopo l’opzione pro-laicato che monsignor Bagnasco ha chiaramente riassunto nella sua prolusione, così frettolosamente letta e interpretata dai media, si è svolta serenamente. E non è un caso che il «manifesto» ufficiale del Family day, quello pubblicizzato sui giornali, non contenga nessun accenno né ai Dico né alle coppie di fatto. Sarà una festa della famiglia volutamente mite, contro nessuno e a favore di tutti.
I vescovi resteranno a casa mentre i parroci e i preti andranno a rafforzare il non volumus dei rappresentanti del laicato cattolico italiano. Sarà un bel segno. Perché, innanzitutto, completerebbe l’inedita alleanza tra movimenti e associazioni cattoliche italiane: nel no al Family day muscolare, si sono trovate unite per la prima volta le due storiche «nemiche» del cattolicesimo sociale italiano, l’Azione cattolica (la mamma di tutte le associazioni) e Comunione e liberazione (il padre di tutti i movimenti). Un segno, inoltre, che potrà servire egregiamente per rompere quello specchio, ancora pedissequamente osservato dai giornali e dalle forze politiche, nel quale anche la vita ecclesiale del nostro Paese ama riflettersi pensando di avere davanti un’immagine reale. Ed è un’immagine che incute più paura che rispetto, tanto è carica di soldi e di potere. Chi invece osserva la Chiesa da uno specchio vero, vede riflessa un’immagine della natura dell’esperienza cristiana e cattolica del nostro Paese che era, e rimane, un’esperienza di popolo e di vita concreta. Nel vasto oceano delle oltre 25 mila parrocchie italiane, la Chiesa conosce le realtà delle coppie di fatto più di quanto la conoscano gli esponenti di quel laicismo furiosamente interessato ad abolire l’originalità del cattolicesimo dalla società italiana. Dalle parrocchie giunge un enorme numero di dati sulle famiglie e sulle convivenze. Ed è su questo motivato racconto sociale della realtà che gli attuali organizzatori dell’evento del 12 maggio dovranno necessariamente articolare la loro iniziativa e le loro proposte. Perché se così non fosse, in questo Paese, del cattolicesimo politico esisterebbe ormai solo la nostalgia.

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Marco Politi, la Repubblica 6/4/2007 - ROMA - Stop al Family Day. Lancia la proposta il sociologo cattolico Giuseppe De Rita in un polemico articolo-lettera, pubblicato dall´Avvenire. «Sarebbe equo e salutare evitare la manifestazione del 12 maggio», scrive il segretario generale del Censis, noto per non avere peli sulla lingua. La dimostrazione, spiega, è una «mobilitazione attivistica» che risulterà inefficace poiché consiste in una reazione a iniziative altrui più che nell´espressione di proposte. E´ un evento ispirato alla logica della «spallata», con «parole d´ordine che semplificano i problemi per tre ore, ma non producono alcuna futura possibilità di ragionare con se stessi e con gli altri». Chi fa mobilitazione di piazza, incalza il sociologo, resta prigioniero del suo clima emotivo e di una «grande povertà di leadership», visto che in piazza si esprimono piccoli demagoghi e «non nasce alcunché».
Il mondo cattolico, sostiene De Rita, è un mondo serio: «Ha tutto da perdere nella spettacolarizzazione di massa. E´ un mondo in cui le classi dirigenti si formano con lentezza e prudenza, e ha tutto da perdere se si trova fra i piedi gente che sa organizzare le piazze ma non ha spessore di leadership». Ma soprattutto - così culmina il suo ragionamento - «l´Italia è una grande realtà antropologica, non padroneggiabile con uscite una tantum, ideologiche o di piazza che siano».
Il Family Day, come esibizione di forza dell´episcopato, sta aprendo qualche contraddizione anche nel centrodestra. Mentre si preparano adesioni in massa di parlamentari del Polo, la forzista Chiara Moroni scandisce: «Non ci andrò. La Cei faccia il suo mestiere, sono cose sono rivolte a chi accetta il magistero della Chiesa. In uno stato laico il primato della politica non prevede l´etica pubblica». Ma anche gli "atei devoti" sono preoccupati. L´ex presidente del Senato Marcello Pera paventa la «rinascita di un movimento neo-clericale italiano». Il Family Day, commenta, «da alcuni è già vissuto come una processione politica al seguito della gerarchia eclesiastica. Quanto pericoloso possa essere ce lo ricorda la storia italiana».
La sortita di De Rita e il fatto che l´Avvenire gli riservi quasi mezza pagina (con una replica dei portavoce del Family Day) rivela che c´è tutto un mondo cattolico variegato e impegnato nella vita di fede quotidiana, che respinge la politica muscolare attuata dalla Cei su pressione di papa Ratzinger né si riconosce nell´invadenza legislativa della gerarchia ecclesiastica né accetta l´assenza di una vera discussione sulle coppie di fatto e la questione omosessuale. C´è un disagio diffuso tra i cattolici italiani rispetto alla «marcia» (cui non partecipano la Fuci e i laureati cattolici del Meic). Lo stesso disagio, esploso con le migliaia di firme al manifesto-Alberigo contro la Nota della Cei tendente a vincolare il voto dei parlamentari credenti. De Rita è sferzante. Nutre dubbi sulla tesa ufficiale che le associazioni cattoliche abbiano preso autonomamente l´iniziativa (mentre è noto che la spinta è venuta dal cardinal Ruini e dal pontefice) e parla di «coazioni attivistiche che il mondo cattolico subisce quando ritiene di essere attaccato da forze contrarie».
Di fatto la lettera dà voce a un dissenso della realtà cattolica nei confronti della visione di Ratzinger, che nel pluralismo della società odierna vede relativismo e nichilismo orientati ad aggredire la fede e Dio. Il pessimismo traspare anche nell´omelia di ieri di mons. Bagnasco, che si chiede se sia «ancora possibile parlare all´uomo d´oggi». E si risponde che Cristo esorta «a parlare e non tacere».