Sergio Romano, Corriere della Sera 6/4/2007, 6 aprile 2007
Mi piacerebbe leggere un suo parere sulla figura di Kemal Atatürk. Un uomo che in un Paese dalle forti radici musulmane come la Turchia era riuscito a creare, presumo in modo non indolore, uno Stato laico e autonomo: rispettoso delle fedi senza essere confessionale
Mi piacerebbe leggere un suo parere sulla figura di Kemal Atatürk. Un uomo che in un Paese dalle forti radici musulmane come la Turchia era riuscito a creare, presumo in modo non indolore, uno Stato laico e autonomo: rispettoso delle fedi senza essere confessionale. Considerando invece che qui da noi la politica, non importa di quale colore, risulta nel bene e nel male, sempre condizionata dalle pressioni temporali dei vescovi. Filippo Testa filites@tiscalinet.it Caro Testa, non credo che Mustafa Kemal, noto come Kemal Atatürk dal 1934 (l’anno in cui la Grande Assemblea turca approvò una legge sull’anagrafe che introdusse l’uso dei cognomi) abbia avuto un concetto liberale della tolleranza. Il suo laicismo fu imposto dall’alto, con stile autoritario, e ispira ancora oggi ai magistrati turchi sentenze sull’uso del velo che sembrerebbero esagerate persino in Paesi, come la Francia, dove sono state adottate misure restrittive. Ma fu certamente un coraggioso soldato, un geniale modernizzatore e il fondatore della Turchia moderna. Nacque a Salonicco nel 1881, negli anni in cui la città greca era, con Smirne e Istanbul, il centro più brillante e cosmopolita dell’Impero Ottomano. Entrò all’Accademia militare, divenne membro del Comitato Unione Progresso (l’associazione dei «Giovani Turchi»), partecipò al movimento rivoluzionario del 1908 e fu tra gli ufficiali che entrarono a Costantinopoli, nel luglio di quell’anno, per chiedere al Sultano il ripristino della costituzione del 1876. Da allora combatté su tutti i fronti dell’Impero: a Tobruk contro gli italiani nel 1911, ad Adrianopoli contro i bulgari nel 1912, a Gallipoli contro gli inglesi e gli australiani nel 1915, nel Caucaso contro i russi nel 1916, in Siria e in Palestina contro l’esercito britannico di Allenby nel 1917. Quando fu firmato l’armistizio di Mudros, Kemal venne trasferito a Istanbul nel ministero della Guerra e assistette dalla capitale al disfacimento dell’Impero, al collasso dell’amministrazione, all’occupazione dell’Anatolia: i francesi nel vilayet di Adana, gli inglesi in quelli di Marache e Aintab, gli italiani a Konya e Antalya, i greci a Smirne, i commissari delle potenze vincitrici a Istanbul (il nostro era Carlo Sforza), le flotte alleate nel Bosforo. Fu quello il momento in cui il Gazi (veterano, in turco) ebbe un soprassalto di fierezza e divenne protagonista di un grande risorgimento nazionale. S’installò a Samsun, sul Mar Nero, come ispettore dell’esercito. Avrebbe dovuto presiedere alla sua dissoluzione, ma fece esattamente il contrario e divenne ben presto un nuovo potere, contrapposto a quello del Sultano che regnava pigramente a Istanbul. E mentre si batteva per la liberazione del territorio nazionale, convocava ad Angora (oggi Ankara) una Grande Assemblea da cui riceveva, dopo la vittoria contro i greci, il comando supremo delle forze armate. A Losanna, un anno dopo, le grandi potenze accettarono di cancellare alcune delle clausole punitive del Trattato di Sèvres e riconobbero l’esistenza di un nuovo Stato turco. Kemal, nel frattempo, aveva abolito il sultanato e creato le premesse per la proclamazione della Repubblica il 29 ottobre 1923. Da quel momento il passo delle riforme divenne straordinariamente rapido. Fu abolito il califfato. Fu riconosciuta l’eguaglianza tra i sessi. Furono vietati il fez e il velo. Vennero adottati l’alfabeto latino e il calendario gregoriano. Fu abolita la legge islamica e furono scritti nuovi codici, ispirati da quelli in vigore nei maggiori Stati occidentali (il codice di commercio venne ricavato in buona parte da quello italiano). Fu interamente rinnovata la pubblica istruzione e incoraggiata l’agricoltura, vennero estesi i trasporti e favorite le zone industriali. Un grande storico inglese, Arnold Toynbee, disse di Kemal che era stato uno dei maggiori modernizzatori della storia. Un intelligente diplomatico italiano che conobbe bene la Turchia di quegli anni, Renato Bova Scoppa, scrisse in un libro del 1933 che Kemal aveva fatto una rivoluzione contro il fanatismo dell’Islam, l’epicureismo bizantino, «il sottile veleno dell’Asia». Voleva che la Turchia voltasse le spalle al continente asiatico e offrisse «la fronte e l’anima alla luce che viene dall’Europa». Il fatto che un Primo ministro musulmano, oggi, voglia portare il suo Paese nell’Unione europea, dimostra che Kemal ha vinto.