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 2007  aprile 05 Giovedì calendario

ENRICO MARTINET

INVIATO A COGNE
Un massacro evocato, quello di Erba; e un nome, di Daniela Ferrod, vicina di casa di Annamaria Franzoni. Così il filo nero del delitto di Cogne si riavvolge. «Retromarcia», dice l’avvocato di Ferrod, Claudio Soro. Paola Savio, difensore di Annamaria, in chiusura d’arringa lancia un appello alla Corte: «Erba... ricordate Erba». Delitto tra vicini di casa: una strage, quattro morti. Poi aggiunge un breve ritratto di Daniela Ferrod. L’avvocato non calca la mano, non lancia accuse, anzi sottolinea di non volerlo fare, però... Basta quell’accenno e il balzo indietro di 5 anni è inevitabile. Al 30 marzo 2002 quando i giudici del Tribunale del Riesame di Torino diedero ragione alla tesi dell’allora avvocato di Annamaria, Carlo Federico Grosso. La mamma di Sammy fu scarcerata: le prove non bastavano e l’inchiesta aveva tralasciato le «piste alternative».
I giudici indicarono in nove pagine i sospetti, i vicini di casa: «Non sono stati acquisiti convincenti alibi dei conoscenti dei Lorenzi». Fra questi il Riesame scrisse il nome di Daniela Ferrod. Ecco perché l’avvocato Soro oggi dice: «Sono allibito, si tratta di un’impostazione che sembrava superata. Adesso manca soltanto l’ipotesi che sul luogo del delitto ci fossero tutti i vicini. Tutti insieme, ovvio».
Ecco perché il ritorno a un passato che sembrava cancellato. Quella decisione del Riesame fu confutata per due volte, da altri giudici torinesi, poi dalla Cassazione. Gli alibi furono trovati, ogni cosa venne chiarita. Almeno per l’accusa. Ma ora torna l’alone di sospetto, riaffiora l’ipotesi Grosso della «pista alternativa» trascurata. E Daniela Ferrod è di nuovo in un cono d’ombra. La vicina di casa che secondo i giudici che scarcerano Annamaria «poteva seguire dalle proprie finestre gli spostamenti della Franzoni e notare quando la stessa si è allontanata» la mattina del delitto. Il suo avvocato dice: «Agiremo dopo la sentenza». La strategia difensiva di Paola Savio era lanciare dubbi, argomentare alternative. Così ha fatto: parole scelte con cura, ma affondano come spade in una Cogne che vuole dimenticare. E non può.
«Dopo Pasqua finirà tutto», spera il sindaco Bruno Zanivan. L’accostamento tra il suo paese e quello di Erba non gli è piaciuto. Evita i giudizi, anzi sull’avvocato Savio dice: «Ha interpretato il suo ruolo con professionalità. Certo è che quel collegamento con Erba... Mi è parso un po’ forzato». Confessa di non averci pensato più di tanto e che i suoi concittadini sono «stufi». Aggiunge: «Sono rimasto sorpreso, non mi aspettavo che venisse fuori il nome di Cogne accostato a Erba. Le realtà sono diverse. Ogni paese, ogni vicenda ha una sua storia. Ma c’è un retro di tutto, come nelle case. La cosa mi disturba, ma fino a un certo punto perché il paragone non sta proprio in piedi. Era meglio che non ci fosse stato, ovvio».
La storia dei vicini, degli ex amici e di quelli rimasti che difeso Annamaria fino ad accusare parte del paese. Vicende che hanno avvelenato la vita di Cogne, pure abituata a confronti aspri. In Valle d’Aosta per sentenziare un’atmosfera di invidie e dispetti si ricorda «Cogne rodze Cogne», modo di dire nato dai contrasti ottocenteschi per le miniere. L’illuminata scelta di gestione dell’allora sindaco Grappein, poi diventato leggenda, fu avversata proprio da alcuni «cogneins» seguendo il sempre verde detto «nemo profeta in patria». L’avvocato Paola Savio non ha ricordato quel proverbio, ma l’effetto è stato analogo. Nella lunga ricerca di avvocati difensori e investigatori privati che hanno seguito la vicenda per i Lorenzi-Franzoni i sospetti sono sempre cambiati. Fotografie, appostamenti, giudizi senza appello su comportamenti che indicavano sicure follie. La realtà di indagini e processi ha per ora stroncato ogni cosa.