Alessandro Barbera, La Stampa 5/4/2007, 5 aprile 2007
DUE ARTICOLI, UNO DELLA STAMPA, L’ALTRO DEL CORRIERE, CHE MOSTRANO COME RAGIONANO (ALMENO UFFICIALMENTE) GLI STAFF MANDATI IN ITALIA DA AMERICANI E MESSICANI PER COMPRARE TELECOM
ALESSANDRO BARBERA, LA STAMPA 5-4-2007
ROMA
Il «chief financial officer» di America Movil, Carlos Garcia Moreno, è atterrato martedì sera a Malpensa con la sua squadra di consulenti e le valigie gonfie di vestiti. La battaglia si preannuncia lunga, forse fino al 15 maggio. A dispetto dell’immaginario folcoristico, Moreno è un uomo alto, sulla quarantina e con l’aria del manager di casa a Londra e New York. Il cosiddetto giro delle sette chiese per tentare di mettere le mani su Telecom è un rito molto poco formale che tocca ai messicani come agli italiani in cerca di benedizioni politiche. E poi quelle di banchieri, finanzieri, sindacati, burocrati alti e burocrati bassi. Moreno non ha il sombrero in mano, ma tutte le buone intenzioni di chi sa cosa vuole e con chi ha a che fare. Il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni, ad esempio, ha ammesso senza problemi di aver già ricevuto dalla cordata messicana e dagli americani di AT&T «un utile contatto telefonico», al quale «ne seguiranno di altri». Fonti finanziarie raccontano di incontri proposti - ma gli interessati smentiscono - al ministro dello Sviluppo Pierluigi Bersani e al numero uno dell’Antitrust Antonio Catricalà. Per Moreno, in quanto messicano, e poiché la sua America Movil ha messo gli occhi su Telecom - l’ultima società telefonica tutta italiana - «di sacrari da visitare ce ne saranno ben più di sette», dice un uomo di grande esperienza istituzionale che non vuole essere citato. La più importante delle chiese - quella di Palazzo Chigi - alcune fonti dicono sia stata contattata già dagli americani. Prima attraverso quella che viene definita «la cortese telefonata» dei vertici di AT&T, poi dalla visita di ieri sera al premier dell’ambasciatore americano Ronald Spogli. Ma il portavoce del governo Silvio Sircana smentisce la telefonata e nega che nell’incontro si sia parlato di Telecom.
Che i contatti siano effettivi o meno, i texani di San Antonio, a differenza dei messicani, conoscono meglio i riti del Belpaese. Per tentare la terza operazione in vent’anni - dopo i falliti accordi con Italtel e Olivetti - martedì è sbarcato il manager delle grandi fusioni, il capo delle «international Merger&Acquisition» Rick Moore. Never stop the fight», mai smettere di combattere dicono da quelle parti. Moore è arrivato con le truppe dispiegate: si è installato nella sede milanese del suo consulente industriale - il colosso Jp Morgan - ed è già in contatto con i legali prescelti, lo studio Gianni Origoni, Grippo and partners. Ieri a Milano, insieme a Garcia Moreno, ha avuto i primi colloqui con i vertici di Pirelli e Olimpia. Ma in agenda ci sono anche quelli con Guido Rossi, i potenziali alleati e avversari. In cima alla lista Intesa SanPaolo, Mediobanca e le Generali. La partita sarà finanziaria e politica, dunque andrà giocata fra Roma e Milano. Tanto gli uomini di AT&T quanto quelli di American Movil sanno che se vogliono nutrire qualche speranza di successo dovranno varcare molti portoni di prestigio. Finanza o politica poco cambia. Il potere è potere: a Roma come a New York e Città del Messico. Cambiano solo le regole.
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MILANO – «Non c’è alcun motivo per pensare che Telecom perda la sua identità italiana. Sarebbe folle se fossimo venuti qui con quest’idea, o se volessimo imporre il nostro management o le nostre tecnologie. Quello che vogliamo è stabilire una forte collaborazione con Telecom, in una prospettiva industriale di lungo termine». Rick Moore è a Milano ormai da 72 ore. Difficilmente riuscirà a tornare a San Antonio, Texas, prima di metà maggio. E’ lui, come managing director for corporate development, il massimo responsabile di At&t nel negoziato con Pirelli-Olimpia.
In questi giorni ha incontrato più volte i vertici del gruppo, ha tenuto le orecchie ben tese sugli sviluppi dei contatti fra il quartier generale di At&t e il governo Prodi e, inevitabilmente, si è reso pienamente conto di quale bagarre politica abbia innescato l’offerta del colosso Usa e del suo alleato América Móvil (di cui At&t detiene l’8%).
Ieri sia il premier Romano Prodi sia Massimo D’Alema si sono trincerati dietro un «non dico nulla». E il ministro Pierluigi Bersani ha ribadito che «è in gioco la reputazione del sistema finanziario e industriale italiano». Come interpreta questi segnali?
«Sapremo spiegare che le nostre intenzioni non sono quelle di portare via Telecom dall’Italia, ma di aumentarne il valore, per gli azionisti e il Paese – spiega Moore ”. Ci crediamo e vogliamo investirci. Penso che il mondo politico capirà pienamente il senso della nostra proposta. La prospettiva di una collaborazione con Telecom risponde a una forte logica industriale, con grandi opportunità di sviluppo nelle attività di telecomunicazioni, fisse e mobili, nella banda larga, nella tv via internet».
Il management di un’eventuale Telecom targata At&t e América Móvil sarà italiano?
«Certamente. Del resto, italiana continuerà a essere la maggioranza degli azionisti».
Intanto Pirelli ha deciso di non ripresentare Guido Rossi come presidente.
«La notizia è già ufficiale?».
Sì. Ora si fa il nome di Pasquale Pistorio, l’ex amministratore delegato di StMicroelectronics.
«Davvero? Beh, sarebbe una scelta eccellente».
Olimpia ha offerto in prelazione a Mediobanca e Generali quel 66% destinato a At&t e Móvil. E, più in generale, le maggiori banche italiane stanno decidendo se entrare direttamente in partita, puntando al controllo di Olimpia. Si dice che At&t abbia già contattato Banca Intesa: c’è spazio per un accordo fra voi e gli istituti di credito?
«Siamo assolutamente disponibili a prendere in considerazione l’interesse di partner italiani, sia industriali che finanziari».
Anche riducendo la vostra quota di Olimpia?
«Potrò dire qualcosa a proposito solo quando avrò delle proposte sul tavolo».
Dopo aver studiato il dossier Telecom, che idea ve ne siete fatti?
«Che è una compagnia eccellente. Che opera in un mercato molto sofisticato. E che, come altri gruppi dominanti, o ex monopolisti, si trova di fronte gli stessi problemi che At&t ha dovuto affrontare negli anni passati. Con questo voglio dire che bisogna lavorare continuamente sull’efficienza dei costi, investire sulla qualità e sul lancio di nuovi servizi e nuove tecnologie. Direi che At&t e Telecom hanno ottime opportunità di collaborare in molte aree di business».
L’attuale piano industriale di Telecom Italia prefigura investimenti di 6-8 miliardi di euro in 10 anni per realizzare una rete di nuova generazione. Lo manterrete?
«Non sono in grado di esprimere giudizi dettagliati. Ripeto però che At&t è pronta a fare investimenti adeguati: nella rete, nella qualità del servizio, nella banda larga, nella tv via internet. Lo abbiamo già dimostrato sul mercato Usa, dove ci siamo mossi e ci muoviamo con grande aggressività».
At&t punta a un terzo del capitale Olimpia, América Móvil a un altro terzo. Perché due offerte separate?
«E un terzo resta a Olimpia. Riteniamo importante che non ci sia un singolo azionista con il controllo assoluto».
C’è chi sostiene che América Móvil sia più interessata alle attività di Telecom in Brasile, a cominciare da Tim Brasil. L’ipotesi dello «spezzatino» ha qualche senso?
«Non posso parlare a nome di América Móvil, ma mi sembra ovvio che anche loro guardino a Telecom Italia con tutte le sue attività. Telecom è molto più grande e interessante che non gli asset brasiliani. Quelli rappresentano solo una parte, non certo determinante, del business».
I sindacati italiani temono ricadute sull’occupazione.
«I dipendenti di Telecom Italia non hanno alcun motivo di preoccuparsi. La nostra è una strategia di crescita».
E se, insieme alle banche italiane, entrassero nella partita anche gruppi industriali europei come Deutsche Telecom o France Telecom?
«Sono sicuro che il progetto At&t e América Móvil rappresenti un’opportunità migliore».