Il Sole 24 Ore 01/04/2007, pag.9 Marco Mele, 1 aprile 2007
Fiction, l’eccellenza è a Napoli. Il Sole 24 Ore 1 aprile 2007. Napoli "è" la fabbrica della fiction
Fiction, l’eccellenza è a Napoli. Il Sole 24 Ore 1 aprile 2007. Napoli "è" la fabbrica della fiction. La produzione industriale del genere televisivo che, più d’ogni altro, dà identità, richiede talenti, flessibilità, passione. E la capacità di trovare il modo più semplice e geniale di risparmiare e d’innovare all’interno della pianificazione narrativa. Dove, se non a Napoli, potevano nascere Un posto al sole, La squadra, Settevite, sulle orme degli sceneggiati degli anni 60 e 70? Il Centro, di fronte al San Paolo, è il "cuore" della fabbrica. In un anno si è restaurato l’Auditorium e si è creata la tensostruttura dove si produce Settevite, la prima fiction italiana con il pubblico in sala. La fabbrica si è installata anche a Piscinola, vicino Scampia, in un monumento di archeologia architettonica (in)civile, dove si produce La squadra. La fabbrica si caratterizza anche per la sua produttività. La "squadra" che produce l’omonimo prodotto è capace di sfornare 26 puntate di 100 minuti l’una a stagione: il doppio rispetto a Lost. Per di più in Alta Definizione, pronta per le reti digitali del futuro: «Grazie a questa esperienza produttiva - commenta Agostino Saccà, direttore di RaiFiction - faremo in Alta Definizione Don Matteo e ci confrontiamo alla pari con la Sony, numero uno al mondo. E Napoli ha lavorato con una società di Latina per gli effetti speciali, straordinari, di Pompei. A Napoli, una realtà in perdita è diventata il centro dei processi produttivi e tecnologici più moderni». A Un posto al sole «siamo militarizzati - commenta Alberto Bader, il produttore creativo -. Ci si ferma solo a Natale e a Pasqua nella produzione, non nella messa in onda». Solo i Telegiornali occupano gli studi più della soap opera di RaiTre. Il fattore tempo è cruciale per ottimizzare le risorse a disposizione, finanziarie e umane. La produzione seriale gira sempre in largo anticipo rispetto alla messa in onda e lavora su più episodi o puntate in ciascuna settimana. Rispettare i tempi è la parola d’ordine. E si studia "il tempo" su internet, perché si gira anche in esterni. La pioggia delle scorse settimane è arrivata mentre si giravano scene che andranno in onda ad agosto. Si può aspettare il ritorno del sole? No, si cambia un dialogo e chi è uscito con il sole (del giorno prima) può tornare a casa che piove. La Squadra ha due episodi in lavorazione ogni giorno e, tra pre e post-produzione, si lavora su cinque episodi in ogni settimana. A permettere la tenuta di questi ritmi produttivi c’è l’accordo sindacale che prevede la giornata lavorativa di dieci ore su quattro giorni a settimana. La fabbrica della serialità televisiva cambia, esalta e modifica mestieri e professionalità. I registi non sono gli "autori" e i deus ex machina dell’opera. Si alternano e non scelgono sceneggiatura e cast. Devono saper gestire i set e, ovviamente, rispettare i tempi del piano di produzione. La fabbrica è però anche un laboratorio dove crescono talenti, sui quali «si può rischiare, grazie alla solidità della macchina produttiva», spiega Francesco Nardella, capostruttura di RaiFiction. Gli aiuti registi diventano registi, le comparse e i figuranti talvolta attori, i dialoghisti capi degli sceneggiatori. Napoli è il gran fornitore della fabbrica. «Due ingegneri - racconta Gianpaolo Tescari, direttore creativo della Squadra - hanno inventato e brevettato per noi un elicotterino radiocomandato, che trasporta una videocamera ad alta definizione». Le due fiction s’immergono ogni giorno nel ventre della città, dove le regole sono più flessibili e la "partecipazione" alle riprese è massiccia. Dove gli attori sono identificati con i personaggi: «La gente mi obbliga a comportarmi come il sergente Ramaglia», racconta Mario Porfito, della Squadra. La fabbrica ruota attorno al lavoro e alla disponibilità degli attori, ai quali è richiesta capacità d’adattamento e di concentrazione rispetto a tempi predefiniti. «Niente di drammatico, perché facciamo i turni, ma ci vuole tecnica ed esperienza - e quella del teatro è fondamentale - per imparare una scena per volta e subito cancellarla per passare a quella successiva», spiegano Marzio Honorato, il Renato Poggi di Un posto al sole, e Vincenzo Failla, il dottor Mari della Squadra. Le due fiction sono co-produzioni Grundy Italia e RaiFiction, su format australiani ma con contenuti, professionalità e linguaggi progressivamente e felicemente colonizzati da Napoli e dai napoletani. Grundy dichiara un investimento sul territorio campano, tra occupazione e servizi, di 58,2 milioni di euro per Un posto al sole e di 44,1 milioni per La Squadra. La produzione e gli attori di Un Posto al sole sono impegnati a rivalutare quartieri come il Rione Sanità e Forcella, a valorizzare località turistiche insieme alla regione Campania o al Wwf o a inserire nella narrazione temi di rilevanza sociale, come le adozioni, la donazione del sangue, i rifiuti tossici, l’alcolismo, la sicurezza stradale, con associazioni come Telethon, Unicef e Telefono Azzurro. La Squadra dipinge una Napoli con tutti i colori, nero compreso, senza addolcire una realtà che si rovescia ogni giorno sulle pagine di cronaca. E senza correre particolari rischi: «Non abbiamo problemi di sicurezza - rileva Emanuele Lomiry, che ne è il produttore esecutivo - semmai logistici, quando dobbiamo girare in vicoli troppo stretti». I costi? Circa 600mila euro per un episodio da 100 minuti della Squadra e 80/90mila a puntata per Un posto al sole (passata da 23 a 27 minuti), compresi sia i costi "sopra la linea", come il cast e i registi, che quelli propriamente industriali, "sotto la linea". Un affare economico e culturale, insomma, per la fiction, per Napoli, per RaiTre. E pensare che un direttore di rete, qualche anno fa, rifiutò La squadra: era troppo napoletana. Marco Mele