Il Sole 24 Ore 01/04/2007, pag.31 Gianfranco Ravasi, 1 aprile 2007
Gesù nelle Stazioni. Il Sole 24 Ore 1 aprile 2007. Tra le migliaia di persone che venerdì prossimo a sera si stringeranno attorno al Colosseo per la tradizionale Via crucis presieduta dal Papa e trasmessa in mondovisione, ben poche saranno a conoscenza che le «stazioni» che costellano quell’anfiteatro romano furono insediate il 27 dicembre 1750 da un frate minore francescano, il ligure san Leonardo di Porto Maurizio (1676-1751)
Gesù nelle Stazioni. Il Sole 24 Ore 1 aprile 2007. Tra le migliaia di persone che venerdì prossimo a sera si stringeranno attorno al Colosseo per la tradizionale Via crucis presieduta dal Papa e trasmessa in mondovisione, ben poche saranno a conoscenza che le «stazioni» che costellano quell’anfiteatro romano furono insediate il 27 dicembre 1750 da un frate minore francescano, il ligure san Leonardo di Porto Maurizio (1676-1751). Egli era stato per oltre quarant’anni il predicatore più acclamato d’Italia, che percorreva in lungo e in largo con le sue "missioni" (ne tenne 343), e spesso egli suggellava questi corsi di predicazione popolare con l’erezione di una Via crucis (ne istituì ben 572!) dando impulso a una pratica devozionale che risaliva ai secoli precedenti. Il primo a codificare in senso stretto questa sequenza di soste oranti o "stazioni" che rappresentavano i vari eventi (evangelici o apocrifi) delle ultime ore della vita di Cristo pare sia stato il beato domenicano spagnolo quattrocentesco Alvaro di Cordova che, al ritorno da un pellegrinaggio in Terrasanta, volle perpetuare il ricordo di quella sua esperienza spirituale-topografica. In realtà, la sorgente più remota di una devozione che scandisce ancor oggi la pietà popolare è da ritrovare nei secoli delle Crociate, tra il XII e il XIV, allorché combattenti e pellegrini, rientrando nelle loro terre con gli occhi e la mente ancora segnati dalla visione dei luoghi santi - in particolare di quelli che scandivano le ultime ore terrene di Gesù - ne volevano simbolicamente riprodurre la memoria all’interno del loro spazio quotidiano. Fu così che progressivamente quasi tutte le chiese furono marcate da raffigurazioni o da croci lignee che riproponevano quelle scene, dapprima in un numero variabile (di solito sette) poi codificate nelle classiche quattordici "stazioni": la condanna a morte, il carico della croce, le tre cadute lungo la via, l’incontro con un gruppo di donne gerosolimitane, col Cireneo, con la madre Maria e con la Veronica (questi ultimi due non sono episodi evangelici), la spogliazione delle vesti, la crocifissione, la morte, la deposizione dalla croce, la sepoltura. In questi ultimi decenni è invalso l’uso - affiorato già nel Settecento - di adottare talora una sequenza modellata più fedelmente sul racconto dei Vangeli. ciò che anch’io ho deciso di fare, proponendo per il prossimo Venerdì santo al Colosseo - sia pure sempre secondo la sostanza delle classiche "stazioni" - come filo conduttore il testo di Luca, rivisitato secondo un taglio narrativo-meditativo. A leggere le riflessioni saranno due giovani attori: Chiara Muti e Alessio Boni. Ma risaliamo alla vera e ultima radice generativa di questa devozione che, peraltro, ha conquistato anche la storia dell’arte (penso, ad esempio, alla Via crucis settecentesca di Gian Domenico Tiepolo nella chiesa veneziana di San Polo o a quella, purtroppo poco nota, di Lucio Fontana nella cripta di San Fedele a Milano). C’è nella città vecchia di Gerusalemme una strada che porta ancor oggi il nome latino di Via Dolorosa. Su di essa, in una giornata primaverile di un anno tra il 30 e il 33, avanzava un piccolo corteo, guidato da un centurione romano, con l’incarico di exactor mortis: egli era, cioè, il responsabile dell’esecuzione capitale di un condannato al servile supplicium (come già lo definiva Cicerone), la pena riservata a schiavi e a rivoluzionari antiromani, la crocifissione. Ancor oggi i pellegrini, più o meno lungo lo stesso tracciato, avanzano reggendo in spalla una croce di legno, riproducendo e rivivendo quella vicenda, come diceva in un verso del suo vangéliaire (1961) il poeta francese Pierre Emmanuel: « da duemila anni che i tuoi passi sanguinano per le strade, o Signore». In realtà, il condannato procedeva, già stremato dalla tortura delle flagellazioni precedenti, reggendo solo il patibulum, ossia il braccio trasversale di quella croce il cui palo verticale era già piantato lassù, tra le pietre di un piccolo promontorio roccioso, sito fuori le mura di Gerusalemme e denominato in aramaico Golgota e in latino Calvario, cioè «Cranio», forse per la sua configurazione esteriore. Era questa, per Gesù di Nazaret, l’ultima tappa di una vicenda che poi sarebbe divenuta celebre nella storia dell’umanità, iniziata nell’oscurità cupa della sera precedente, sotto le fronde degli ulivi di un campo chiamato Getsemani, cioè «frantoio per olive», che si stendeva a Est della Città Santa, oltre il torrente Cedron («l’oscuro»), ai piedi del monte degli Ulivi. Una storia che si era dipanata in modo accelerato anche nei palazzi del potere religioso, il Sinedrio ebraico, e politico, il Pretorio romano, davanti al governatore imperiale Ponzio Pilato. Tutto poi si era consumato su quel colle ove, durante una lunga agonia, da mezzogiorno alle tre del pomeriggio, Gesù aveva pronunziato quelle «sette parole» che Haydn ci ha offerto in una emozionante resa musicale. Ai crocifissori: «Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno!» (Luca 23, 34). Alla madre e al discepolo prediletto Giovanni: «Donna, ecco tuo figlio! Ecco tua madre!» (Giovanni 19, 26-27). Al malfattore pentito, forse un rivoluzionario antiromano: «In verità ti dico: oggi sarai con me nel paradiso» (Luca 23, 43). Elì, Elì, lemà sabachtani, «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», citazione del Salmo 22 (Matteo 27, 46). «Ho sete» (Giovanni 19, 28). «Tutto è compiuto!» (Giovanni 19, 30). «Padre, alle tue mani affido il mio spirito», citazione del Salmo 31 (Luca 23, 46). Secondo la prassi romana, i morti dovevano restare sul patibolo fino alla consunzione del cadavere, profanato anche da animali selvatici; tuttavia era possibile che i parenti riuscissero a ottenere la salma per una sepoltura privata: nel 1969 a Gerusalemme è stato presentato il reperto di uno scheletro inumato in un sobborgo della città, Givat ha-Mivtar, con le caviglie tenute insieme lateralmente attraverso un chiodo perforante, segno della crocifissione. Si era appreso anche il nome di quel condannato, Jehohanan (Giovanni): è possibile che fosse il figlio rivoluzionario di una famiglia benestante la quale aveva ottenuto il cadavere del crocifisso dal governatore. Accade così anche a Cristo a opera di un suo discepolo segreto di estrazione borghese, Giuseppe di Arimatea (Rama di Efraim nei pressi dell’attuale Lod), che mette a disposizione la sua tomba di famiglia a Gerusalemme. La Via crucis rimane, comunque, il simbolo non solo di una storia passata ma anche di un’esperienza universale e perenne di dolore e di morte, di fede e di speranza. Come non ricordare la scena emozionante di Gesù che avanza reggendo la croce coi piedi che affondano nella neve della pianura russa, lasciando orme insanguinate, così come l’ha rappresentato Tarkovskij nel suo Andrei Rubliov (1969)? O come non citare il Cristo in croce di Borges: «La nera barba pende sopra il petto. / Il volto non è il volto dei pittori. / un volto duro, ebreo. / Non lo vedo / ma insisterò a cercarlo / fino al giorno / dei miei ultimi passi sulla terra»? Quando cominciavano ad apparire le prime avvisaglie di quell’atteggiamento, ora sempre più reiterato, teso a rimuovere i segni religiosi dai luoghi pubblici e, in primis, il crocifisso, Natalia Ginzburg sul l’Unità aveva scritto un articolo intitolato «Non togliete quel crocifisso». Scriveva: « là muto e silenzioso. C’è stato sempre. il segno del dolore umano, della solitudine della morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo». In questa luce la Via crucis, pur nella sua sacralità devozionale e nell’identità cristiana della sua trama, può diventare una parabola che parla a tutti, evocando la prevaricazione del potere e l’ingiustizia, l’odio e l’amore, la vita e la morte, il dolore e la speranza. Gianfranco Ravasi