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 2007  aprile 04 Mercoledì calendario

CHIARA BERIA DI ARGENTINE



ROMA

C’è un Tribunale in Italia dove non esistono pubblici ministeri e giudici che vanno in tv come delle star; gli avvocati hanno ancora un tale rispetto per la preparazione dei giudici che raramente (10% dei casi) impugnano le sentenze che del resto ancor più di rado (4%) vengono riformate in appello. C’è un Tribunale con gli ascensori senza scritte oscene e funzionanti, gabinetti puliti e anticamere delle aule con scrittoi per gli avvocati; un personale di segreteria cortese ed efficiente capace di velocizzare il lavoro spedendo anche i provvedimenti ai legali via fax. C’è un Tribunale dove l’udienza è ancora un rito, anche nelle forme più esteriori, dal commesso con mantella rossa all’obbligo della cravatta e della toga. C’è un Tribunale con 54 magistrati e 102 dipendenti che nel 2006 ha macinato quasi 16 mila giudizi definiti (5,92% più del 2005); e, a fronte di una manna di ricorsi - 12 mila - ha adottato più di 8 mila provvedimenti cautelari in tempi extra rapidi: le istanze ordinarie di regola vengono fissate alla prima Camera di consiglio successiva alla data di deposito del ricorso, ovvero nel giro di 10-15 giorni; quelle di tutela cautelare anche di sabato e d’estate.
Quest’isola felice nello scenario catastrofico della giustizia italiana ha un nome - Tar del Lazio - ormai entrato nel lessico comune anche grazie ad Alessandra Mussolini che nel 2005 fece lo sciopero della fame in un camper piazzato sotto il Tribunale amministrativo regionale, via Flaminia 189, Roma, in attesa di ottenere giustizia per la vicenda delle lista elettorali; un anno dopo, con Calciopoli, ancora riflettori sul Tar del Lazio, vero spauracchio per molte società. Luogo mitico - anche Altan gli ha dedicato una vignetta - al quale ogni Fantozzi d’Italia sogna di ricorrere contro un provvedimento della perfida pubblica amministrazione, spauracchio di tutti coloro che conquistano poltrone prestigiose senza avere le carte in regola, giudice che sconfessa ministri e batosta imprenditori, il Tar del Lazio, di sentenza in sentenza, ormai fa parte della nostra vita quotidiana. Breve rassegna stampa: il Tar (Tribunale amministrativo regionale) del Lazio ha annullato il decreto Turco-Mastella sulla cannabis; il Tar del Lazio dà ragione al Codacons (Associazione dei consumatori, inesauribile fonte di ricorsi) e vieta ai minori di 14 anni il film di Mel Gibson «Apocalypto»; il Tar del Lazio dà torto al Csm (Consiglio superiore della magistratura): Corrado Carnevale, magistrato inquisito e poi assolto, può rimettersi la toga. E’ il Tar del Lazio a ordinare la sospensione dei lavori per la riconversione a carbone della centrale termoelettrica di Civitavecchia; e a respingere, lo scorso agosto, i ricorsi di Antonio Giraudo e Luciano Moggi contro la sanzione disciplinare (inibizione per 5 anni dalle cariche federali).
E ancora. A tutela del consumatore «anche il più sprovveduto», il Tar del Lazio ha giudicato «pubblicità ingannevole» la dicitura «lights» sui pacchetti di sigarette con minor contenuto di nicotina e, sempre confermando le decisioni dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Antitrust, presieduta da Antonio Catricalà), rigetta il ricorso di quelle società che vendevano latte artificiale per neonati a prezzi ben più alti del resto d’Europa, e quello all’Enel per bollette poco trasparenti. Via i maghi di giorno dalle tv private, incompatibile la nomina di un ex componente dell’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, presidente Corrado Calabrò), Alfredo Meocci, alla direzione generale della Rai, no al bugiardino ingannevole sulla scatola della pillola del giorno dopo. Destreggiandosi tra Costituzione, migliaia di leggi italiane, di commi e la normativa comunitaria (è sovraordinata, quindi vincolante) i giudici del Tar si occupano di tutto e di più. Dalle tariffe all’Alta Velocità, dal passante di Mestre ai ricorsi degli extracomunitari contro i fogli di via.
Il 12 aprile è fissata l’udienza pubblica per discutere 2 ricorsi - AirOne, Alitalia - per l’acquisizione della società del gruppo Volare, altra udienza per gli appalti dei lavori ai canali portuali di Venezia; il 9 maggio udienza per il ricorso presentato dalle Generali contro la delibera dell’Antitrust (4 dicembre 2006) che ha condizionato il via libera all’acquisizione di Toro alla cessione entro il 2007 di Nuova Tirrenia. Ma, in tema di superpoltrone, la decisione più attesa nei palazzi romani del potere è quella su Vincenzo Carbone: il Csm, in seduta plenaria alla presenza del Capo dello Stato Giorgio Napolitano, ha bocciato la sua nomina al vertice della Cassazione. Risultato: Sua Eccellenza ha fatto ricorso al Tar del Lazio. Come finirà?
«Scifoni onoranze funebri». Al napoletano Pasquale De Lise, 70 anni, dal giugno 2005 presidente del Tar del Lazio, quelle vetrine poco auguranti proprio in faccia all’ingresso del prestigioso palazzo - 13 mila 500 metri quadri, marmi e parquet traslucidi - disturbano assai, assai. Padre giudice, De Lise, entrato nel 1961 in magistratura, dieci anni dopo passò a quella amministrativa superando il più difficile tra tutti i concorsi (vedi la novella di Luigi Pirandello «Concorso per referendario al Consiglio di Stato»).
L’élite dei grand commis

Nel cinquecentesco Palazzo Spada, prestigiosa sede del Consiglio di Stato ci è rimasto lavorando in sezioni consultive e giurisdizionali per 34 anni. Luogo di assoluto potere, giudici del potere pubblico. Com’è tradizione tra i consiglieri di Stato - vera élite per preparazione, autorevolezza e anche orgoglio d’appartenenza (alcuni nomi oggi su poltrone prestigiose: Carlo Malinconico, Franco Frattini, Paolo De Joanna, Maurizio Meschino) - De Lise, che è anche presidente della Corte Federale della Federazione Calcio e membro del comitato etico dell’Agcom, ha ricoperto importanti incarichi governativi. Capo di gabinetto di Guido Carli e di Giovanni Goria, ha lavorato negli uffici legislativi di molti ministeri fino alla nomina al Tar del Lazio.
Poltrona tanto influente quanto strategica: ex presidenti del Tar del Lazio sono Mario Schinaia, il molto colto e molto stimato presidente del Consiglio di Stato; Alberto de Roberto, ora presidente del Consiglio di presidenza (l’organo di autogoverno della giustizia amministrativa) e Corrado Calabrò, attuale presidente dell’Agcom. «Il giudice, lo dice la Costituzione, è soggetto solo alla legge, lo ribadiamo fortemente. Ma deve anche operare delle scelte. Noi giudici amministrativi camminiamo su un sottile crinale, da un lato non dobbiamo dimostrare timidezza verso il potere, dall’altro non dobbiamo sostituirci al legislatore. Non creiamo noi le regole, ma talvolta siamo costretti anche contro la nostra volontà a farlo», spiega Pasquale De Lise.
Ore 8 di mattina, orario inusuale per un appuntamento, non solo a Roma. Nel suo studio - tv al plasma, faretti, poltrone di cuoio - al 5° piano del palazzo di via Flaminia, il grand commis mi offre un caffè. Presidente De Lise, sugli spinelli (i giudici della 3°sezione, presidente De Giuseppe, relatore Taglienti, hanno annullato il decreto perché non erano approfonditi i danni della cannabis) avete fatto arrabbiare il ministro Livia Turco! «Non credo farà ricorso al Consiglio di Stato», sorride. Cambia politico: «Ho conosciuto a Torino il presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso: com’è simpatica!». E come replica all’articolo di Gian Antonio Stella sul «Corriere della Sera», la beffa ai magistrati di frontiera? Stella ha scritto che lei non solo è «uno specialista in arbitrati... 848 milioni di extra nel solo 1992», ma avrebbe favorito i figli di due consiglieri di Stato, Claudio Varrone e Giancarlo Coraggio a scapito di quelli che erano andati in sedi disagevoli a contrastare la mafia. «Arbitrati? Polemica vecchia! Si può fare solo un arbitrato per anno, la metà dei guadagni va a un fondo di perequazione. Quanto ai figli, in quella vicenda ci sono figli di colleghi sia da una parte che dall’altra. Il nostro compito è interpretare con coerenza un sistema legislativo ed economico sempre più complesso. Nel merito si può discutere, ma non dimentichiamo che l’istituzione dei Tar è stata una conquista sociale e di civiltà giuridica».
Previsti dalla Costituzione, i Tar sono diventati operativi solo dal 1974, fino ad allora il Consiglio di Stato era il giudice amministrativo di unico grado, distante dai cittadini; anche gli avvocati esperti in diritto amministrativo erano pochi: a Roma il professor Giuseppe Guarino, ex ministro dell’Industria detto «il Papa degli amministrativisti», Antonio Sorrentino, Francesco Scoca; a Firenze (scuola di Calamandrei) Paolo Barile, Alberto Predieri, Enzo Capaccioli. Il Tar del Lazio - l’unico a non aver competenza solo territoriale ma a dover giudicare anche su tutti gli atti del governo, sui provvedimenti delle Autorità indipendenti (eccetto quella sull’energia, la competenza è del Tar di Milano) e dall’estate del 2003, dopo l’intervento della Corte Federale della Federazione Gioco Calcio per mettere fine al «Tar West» (vicenda Catania-Gaucci), anche sui provvedimenti delle autorità sportive - aprì i battenti in piazza Nicosia sotto la guida di due severi e influenti consiglieri di Stato, Francesco Bartolotta e Osvaldo Tozzi, già collaboratore all’Eni di Enrico Mattei e capo di gabinetto di Ciriaco De Mita.
«Il presidente Tozzi è stato il più grande uomo che abbia mai conosciuto», si commuove Filippo Gai, segretario generale e memoria storica del Tar del Lazio. Nel 2002 il Tar si trasferì nel palazzone di via Flaminia, ex sede Telecom, affittato dal proprietario, l’immobiliarista Sergio Scarpelli, in «global service» per circa 4 milioni di euro. Spiega Gai che è grazie a questo rapporto tra pubblico e privato che il Tribunale è un luogo pulito e decoroso: Scarpellini, per altri 360 mila euro, garantisce arredi e servizio di sorveglianza, bar e parcheggio aperto fino alle 22 quando c’è da lavorare. «Il Tar funziona, è uno dei pochi tribunali rapidi e vicini ai consumatori», sostiene l’avvocato Carlo Rienzi, presidente Codacons. «C’è un giudice a Berlino! E’ il giudice amministrativo, un giudice della modernità e della complessità. Il suo potere sta crescendo? Perché è il più coerente alle esigenze del mercato», aggiunge l’avvocato Gianluigi Pellegrino, 39 anni, figlio di Giovanni che fu relatore al Senato nel 2000 della legge 205 che ha convalidato alcuni particolari istituti introdotti nel giudizio amministrativo.
Tre nuovi istituti

Primo. La «sospensiva», ovvero un procedimento cautelare nel quale il giudice può provvedere sul ricorso in via d’urgenza pur restando impregiudicata la decisione finale nel merito. Secondo. Una «corsia preferenziale» per alcune categorie di ricorsi (contratti di appalto, provvedimenti delle Autorità indipendenti) in modo di arrivare a una decisione definitiva in pochi mesi. Terzo. La «sentenza semplificata», grazie alla quale già nel corso della fase cautelare è possibile definire il ricorso nel merito. Così non si crea disparità tra il semplice cittadino e chi ha più mezzi e potere? «Non facciamo gli ipocriti! Ai tempi di Vallettopoli c’è qualcuno ancora che crede all’obbligatorietà dell’azione penale!», ribatte Pellegrino.
Insomma, una giustizia più «giovane» e creativa (nel diritto amministrativo molto è affidato alla giurisprudenza); magistrati più preparati; e, persino, grande attenzione ai tempi. «Rispetto ai colleghi che fanno civile siamo dei privilegiati. Ai nostri clienti possiamo dare una risposta - positiva o negativa - in tempi comunque accettabili», dice l’avvocato Piero D’Amelio, difensore Telecom nella vicenda della supermulta dall’Antitrust (152 milioni di euro ridotti dal Tar a 115 milioni). Solo mirabilia? «Se ormai la giustizia civile rischia di essere un fattore di freno, noi puntiamo a essere un fattore di sviluppo per il Paese», rivendica Pasquale De Lise.
Al Tar del Lazio, vero crocevia della giustizia amministrativa (vi arriva un ricorso su 4 presentati in Italia) ci sono 3 sezioni (la prima è presieduta dallo stesso De Lise; la seconda da La Medica, la terza da Baccarini), ciascuna con un carico superiore a qualsiasi Tar d’Italia, eccetto Napoli; e da sezioni interne per un totale di 12. La più nota al grande pubblico è la Terza ter, presidente Francesco Corsaro, giudice pittore che si occupa di calcio. Nonostante tanta efficienza, come in ogni Tribunale anche in via Flaminia aleggia l’incubo dell’arretrato. Pochi mesi fa Pasquale De Lise, in vena di stakanovismo, in sole 2 udienze straordinarie ha smaltito 800 ricorsi. Contento, presidente? De Lise lamenta che gli italiani, visto anche il crac della giustizia civile, hanno ormai contratto il virus del ricorso al Tar. Un flagello: «Ricorre al Tar anche chi non vuole i tavolini in piazza di Spagna». Non parliamo poi dei bocciati a scuola, ai concorsi o a posti importanti. Ultimo esempio: il presidente del Codacons annuncia («ma sugli alti dirigenti il Tar si chiude a riccio») che farà ricorso contro le due più recenti nomine all’Antitrust, quella dell’ex ministro del Tesoro Piero Barucci e di Carla Rabitti Bedogni. Tutela dei diritti dei cittadini o società in avanzato stato d’invidia? Intanto la Finanziaria ha imposto un minimo balzello (2 mila euro per i ricorsi contro i provvedimenti delle Autorità, mille per gli appalti). Il vero flagello che non solo rischia di mettere in gioco il buon funzionamento della giustizia amministrativa ma, soprattutto, «rende sempre più difficile - come ha autorevolmente ammonito il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - il rapporto tra cittadini e la legge» è l’inflazione delle norme.
Basta pensare che la Legge finanziaria 2007 ha 1.364 commi. «E’ una vera schifezza», commenta D’Amelio che, con Filippo Lubrano, Federico Sorrentino, Angelo Clarizia, Mario Sannino è oggi tra i più accreditati esperti in diritto amministrativo. «Tra i politici si è diffusa una singolare mentalità», aggiunge l’avvocato, «per risolvere un problema si fa una legge». Risultato: «Una produzione di norme occasionale, caotica, sovrabbondante, volta a rispondere a istanze particolaristiche della domanda sociale», ha denunciato De Lise nel suo discorso d’inaugurazione dell’anno giudiziario 2007. «Rimpiango le leggi dell’800 chiare, semplici. Questo caos normativo produce un contenzioso immenso», conferma l’avvocato Francesco Brizzi, consulente in diritto amministrativo nello studio di Vittorio Ripa di Meana.
Condoni, leggi e leggine, persino «leggi provvedimento» per revocare bandi di gara. In questo mare magnum cresce la tensione tra i severi giudici del potere pubblico e chi rivendica la «sovranità del legislatore». Così nel Tar sono inciampati ministri di tutti e due i Poli, dalla Turco per la cannabis alla Moratti per i «diplomifici». Ma che fanno i loro uffici legali? Ma che bel conflitto! C’era una volta (2005) la commissione per un nuovo codice per gli appalti, presieduta anche quella dal presidente del Tar del Lazio. Racconta De Lise: «Voleva essere uno strumento per semplificare la disciplina. Erano 257 articoli in tutto, per una materia oggi disciplinata da oltre 50 testi normativi. Nominato ministro, Antonio Di Pietro ha sospeso la commissione. Ora c’è un tale intreccio di normative che io stesso non ci capisco più niente!». Addio, alla sospirata «better regulation».