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 2007  aprile 04 Mercoledì calendario

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

LONDRA – Il bunker dell’Air Combat Group 1, il comando dei cacciabombardieri della Raf. Il vice Maresciallo dell’Aria David Walker, uno dei più alti gradi della Royal Air Force britannica, chiede ai suoi ufficiali: «Come reagireste se vi ordinassi di schiantarvi al suolo con il vostro apparecchio per distruggere un veicolo sul quale ci fosse un capo dei talebani o di Al Qaeda?». Il comandante Walker ha ricordato ai suoi uomini che arruolandosi hanno accettato di rischiare le loro vite, ma è andato molto più in là, presentando lo «scenario peggiore»: quello in cui per evitare un attacco terroristico potrebbe essere chiesto al pilota di un Tornado o di un Typhoon di suicidarsi nell’azione.
«La Royal Air Force valuta l’opzione di missioni kamikaze», hanno scritto i giornali ieri. Il ministero della Difesa è intervenuto per cercare di disinnescare la bomba: «Il Maresciallo Walker non ha detto che ordinerebbe una missione suicida, ha solo voluto come parte dell’addestramento che i piloti riflettessero sulle loro reazioni di fronte a una situazione estrema di vita o di morte, come quella di un aereo di terroristi diretto su una città britannica, inseguito da un caccia della Raf che per un guasto non fosse in grado di usare le armi di bordo».
In quel caso dunque i piloti del Regno Unito sarebbero disposti a immolarsi come i giapponesi del Vento Divino? (questo significa la parola kamikaze).
Le reazioni dei piloti sono state tutt’altro che entusiastiche. Uno ha risposto che ci avrebbe pensato, ma solo dopo aver visto l’Air Vice Marshal dare l’esempio lanciandosi per primo. Un altro ha usato un po’ di sarcasmo britannico: «Buona idea, pensa se dopo il bel gesto, mentre voli verso le porte del paradiso dopo aver parcheggiato il tuo jet nel deserto a 500 nodi l’ora, si scopre che l’intelligence aveva sbagliato e il tizio che hai disintegrato era un idraulico che portava i figli a scuola...».
Il capitano John Nichol, eroe della prima guerra del Golfo, ha replicato che l’idea è semplicemente inconcepibile, «sarebbe il primo caso di ordine di un’azione kamikaze in 89 anni di storia della Raf».
A proposito di storia però, David Waring, un altro ex pilota, ricorda che dipende dalle circostanze: in guerra si può sacrificare la propria vita consapevolmente. Nel settembre 1940, al culmine della Battaglia d’Inghilterra, il sergente Ray Holmes si mise in coda a un Dornier della Luftwaffe che puntava con il carico di bombe su Buckingham Palace, esaurite le munizioni decise di lanciare il suo Spitfire contro il nemico per abbatterlo: il sergente pensava di morire, ma all’ultimo momento si lanciò con il paracadute atterrando in un giardino dove fu accolto da due ragazze che lo baciarono.
Eroico e romantico.
Ma bisogna guardare meglio alla storia della Raf. Durante il Blitz tedesco i piloti dei caccia Spitfire e Hurricane impegnati nella difesa di Londra potevano aspettarsi statisticamente poche settimane di vita.
Un pilota di 25 anni era considerato «un vecchio». E gli equipaggi del Bomber Command pagarono la campagna di distruzione delle città tedesche con 55.573 morti, 4.000 feriti e 9.784 prigionieri: più della metà del personale cadde in azione. La 460ma squadriglia, che aveva in organico 200 uomini, tra il 1942 e il 1945 perse 1.018 aviatori, vale a dire che fu spazzata via e ricostituita cinque volte prima della fine del conflitto.
Gli inglesi, maestri di statistiche, hanno calcolato che su 100 aviatori, 55 furono uccisi in azione, 3 feriti, 12 caddero prigionieri, 2 uccisi nel tentativo di fuga. Solo 28 sopravvissero a un intero ciclo di operazioni.
Partire per una missione nei cieli della Germania, a quei tempi era in un certo senso accettare la morte. Come un kamikaze.