Massimo Franco Corriere della Sera, 4/4/2007, 4 aprile 2007
Giorno dopo giorno, la tesi di una svolta ai vertici della Cei è indebolita da controindicazioni vistose
Giorno dopo giorno, la tesi di una svolta ai vertici della Cei è indebolita da controindicazioni vistose. Anzi, le ultime uscite del successore di Camillo Ruini, l’arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco, hanno sorpreso quanti nell’Unione accreditavano un inizio di disgelo col governo; e speravano in un minore protagonismo dei vescovi nella politica italiana. A colpire non sono tanto i titoli irridenti che i giornali dell’estrema sinistra hanno dedicato alla discutibile esternazione di Bagnasco su coppie di fatto, incesto e pedofilia. più rumoroso il silenzio ufficiale di quei settori della maggioranza che hanno puntato sul cambio della guardia. Una novità c’era stata, nei giorni scorsi: la lettera con la quale il segretario di Stato Tarcisio Bertone aveva scritto alla Cei che la Santa Sede avrebbe esercitato il ruolo di «guida rispettosa» dei vescovi. A molti era parso un modo per rivendicare una sorta di primato nella gestione dei rapporti con l’Italia. Ma quanto è successo in seguito sembra smentire o comunque attenuare questa lettura: al punto che ieri il segretario della Cei, Giuseppe Betori, ha potuto negare diplomaticamente la «discontinuità» rappresentata dalla lettera. «La presenza della voce pubblica del cattolicesimo italiano», ha detto Betori, «non è riservata alla Santa Sede ma è anche della Cei». Non solo. Ha precisato che la «Nota» sulle coppie di fatto è stata approvata con una sola astensione e il «placet» vaticano: come per smentire divisioni e per confermare una regia di Benedetto XVI. Se questo è lo sfondo, si comprende la preoccupazione che si dice serpeggi a Palazzo Chigi. E la difficoltà a calibrare una risposta che non sia quella del Prc e di settori della sinistra ds su una «Chiesa partito politico». un’accusa che riemerge col sostegno esplicito della Cei alla manifestazione a difesa della famiglia, indetta per il 12 maggio. Franco Giordano, segretario del Prc, ritiene che segnali «un rinascente integralismo». Il timore è che la politica italiana finisca per «subire il ricatto dell’etica religiosa». Per questo si rivendica la laicità come «valore fondante della sinistra»: un rimprovero implicito a chi, soprattutto nella Margherita, ha deciso di partecipare all’iniziativa del 12 maggio. Si tratta di una polemica sulla quale si allungano i fantasmi della Spagna socialista e anticlericale: quella «sindrome Zapatero» che preoccupa sia l’Unione prodiana sia le gerarchie ecclesiastiche. Romano Prodi vuole evitare che la strategia della Cei radicalizzi l’Unione. La sua presenza a una messa celebrata da Bertone, ieri a Roma, forse non è solo un atto formale. Anche in Vaticano avvertono il pericolo di imitare il caso spagnolo che si vorrebbe esorcizzare. Sembra che dietro il «no» alla partecipazione dei vescovi al «Family Day» ci sia questa preoccupazione, espressa dallo stesso Papa. In Spagna, infatti, alcuni cardinali e vescovi scesero in piazza, stimolati e quasi trascinati dai crociati del laicato tradizionalista. Ma diventarono emblemi di un episcopato diviso e, fino a quel momento, piuttosto silenzioso. Il 12 maggio, invece, le organizzazioni cattoliche tentano di bilanciare il protagonismo accentuato delle gerarchie; e di smentire uno scollamento fra i vescovi e l’associazionismo. Eppure, non sarà facile evitare l’impressione di un’iniziativa percepita come una presa di distanze dal governo.